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12:34 martedì 18 agosto 2026
Il più grande baobab del Madagascar sta morendo e la causa della sua morte (ovviamente) è la crisi climatica Ha vissuto per più di mille anni. Poi sono arrivate le piogge eccessive e le infezioni fungine. E adesso non c'è più niente da fare.
Il nuovo film di Jonathan Glazer è un documentario girato con una videocamera dai bambini di Gaza, dell’Ucraina, del Sudan e dello Yemen , questo il titolo scelto da Glazer per il film, verrà presentato al prossimo New York Film Festival.
La foto più bella e difficile dell’eclissi solare l’ha fatta uno skater Lui si chiama Danny Leon e molto probabilmente la sua foto vi è apparsa nel feed. Scattarla è stata una vera e propria impresa.
David Byrne ha fatto una playlist da ascoltare solo e soltanto quando si va in bici Una selezione di 40 canzoni, scelte con un criterio estremamente byrdiano.
Anche l’Accademia svedese ha fatto la sua lista di libri per l’estate, composta tutta da Premi Nobel per la letteratura, ovviamente Cinque libri, cinque autori e autrici, con una brevissima recensione a spiegare perché vale la pena portarseli in vacanza.
In Spagna c’è un hotel in mezzo al nulla, senza Wi-Fi né tv, che si può prenotare solo spedendo una lettera scritta a mano E aspettando una lettera di conferma altrettanto manoscritta. È l'hotel El Elevador a El Hierro, la più piccola e meno visitata delle Canarie.
Un gruppo di scienziati ha creato una nuova AI appositamente per trovare tutte le opere d’arte trafugate dai nazisti ancora disperse L'AI si chiama Provenance Assistant e a lei è andato l'ardua compito di ritrovare 100 mila opere rafugate di cui si sono perse le tracce.
Iberia, la compagnia aerea di bandiera della Spagna, ha organizzato un volo speciale per “inseguire” e trasmettere in streaming l’eclissi solare del 12 agosto Si tratta della prima eclissi solare totale visibile dalla Spagna continentale dal 1905. Come si può capire, c'è una certa attesa attorno all'evento.

Sulla mediocrità di un certo fashion system a Milano

Cosa manca al sistema della moda milanese per rinverdire i fasti dei suoi momenti migliori. Un'opinione di chi lo conosce molto bene.

11 Maggio 2015

Pur facendone in qualche modo parte, frequento poco la Milano della moda. Le mie valutazioni, pertanto, potrebbero essere fallaci: offuscate alla base dal moralismo intransigente del provinciale che nella metropoli, per scelta o per caso, proprio non riesce a integrarsi, non sentendosene all’altezza. Non che il fashion system meneghino si mostri d’acchito aperto e accogliente – quale altro ambito professionale lo è, del resto? Appare piuttosto come un ingarbugliato concatenarsi di enclavi impermeabili e micromondi incapaci di comunicare: tra loro e, peggio ancora, con la vita vera che scorre imperturbata all’esterno della bolla, incurante delle pagine patinate, dei sandali in inverno e delle caviglie nude con le brogue massicce che solo a vederle fan venire le piaghe, ma che a causa di un abbaglio diffuso vengono scambiate per segni di valore intellettuale.

Queste asfittiche corti, esclusive perché escludenti, sono zombie, animati dal mortifero potere del compiacimento e dell’adulazione. E non mi riferisco solo ai regni dei designer: la scena è vasta, le competenze articolate. È il modus operandi a rimaner fisso e immobile, e che sia la maison forte del budget pubblicitario, esigente genuflessione cieca e acclamazione costante, la stylist fanfarona, l’outsider diventato editor perché amico dei potenti o il talent scout che piazza pedine nei design studio a proprio piacimento senza tener conto dell’unico valore che davvero conti – il talento, appunto – non fa alcuna differenza.

No, non farò nomi: il gioco è tanto più divertente quanto più è ambiguo, perché le fallacie del sistema sono evidenti a tutti, anche a chi ci sguazza e ci si sollazza, e ciascun lettore potrà dare un nome e un cognome ai tipi innominati di questa smanciosa commedia dell’arte. Il mainstream milanese è una scintillante terra desolata di baci dati per aria, orli adorati, blandizie idolatrate. Arroccato su posizioni asfittiche, questo mondo dorato si impantana di più ogni stagione che passa perché nega alla radice dialogo, dibattito e confronto e perché pratica un metaforico e pertinace incesto non aprendosi all’interdisciplinarità, vittima di un provincialismo angusto che scambia per qualità il cognome straniero o il lignaggio aulico.

C’è mediocrità in giro, e questo porta inevitabilmente all’occlusione: i mediocri, assiepati in posizioni di potere in uffici stampa, uffici stile, direzioni di giornali, cassano ipso facto i talentuosi, costretti a fuggir via o a sforzarsi il doppio, dovendo combattere sempre e solo ad armi impari. E la nuova leva non è certo messa meglio della vecchia guardia: pratica le stesse arti, insiste negli stessi inciuci, con un cinismo doppio dovuto all’abbondante polvere mangiata per arrampicarsi fin lì.

Intanto, la gloriosa eredità della Milano del progetto – la città che ha inventato il linguaggio stesso della moda industriale contemporanea – si esaurisce pericolosamente mentre non si fa che comunicare il nulla. I pr sono tra i principali artefici di cotanto scempio: hanno sostituito la fiction alla realtà, il discorso ai fatti, la couture, dannatissimo cavallo di Troia, all’industria, coltivando i soliti clientelismi, zittendo ogni voce critica, negando il progresso vero.

La filippica si ferma qui. Perché, per fortuna, c’è anche una Milano diversa: fervida, elettrica, popolata di figuri rigorosi quanto inventivi, poco social ma capaci di produrre qualcosa di nuovo e internazionalmente rilevante. Chiamarlo underground sarebbe improprio: il vetriolo e la controcultura c’entrano poco, visto che parliamo di stilisti, stylist, direttori creativi, direttori responsabili e pr dalle carriere solide. Esprimono però tutti, con coerenza e senza compromessi, una cultura alternativa. Li affligge, a volte, un certo velleitarismo, che può anche diventare afasico elitarismo, ma è male minore. Milano potrebbe ripartire da qui e ritornare a splendere. Perché ciò accada, però, saranno necessarie le molotov e le marce – metaforiche, va da sé. Ecco, una Milano così la frequenterei volentieri. Se non altro, per zompare sulle barricate e dar una mano ad appiccare il falò delle vanità.

Dal numero 23 di Studio, attualmente in edicola

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