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Dopo che Mamdani ha consigliato ai newyorchesi di leggere Heated Rivalry, i download del libro sono aumentati del 500 per cento Download tutti arrivati dalla rete delle biblioteche pubbliche della città, dove il libro si poteva scaricare gratuitamente.
Ikea ha annunciato che non produrrà più la borsa Frakta (quella blu da 99 centesimi) L'accessorio, passato anche sulle passerelle di Balenciaga e sui campi da tennis, sarà sostituito da un nuovo modello, in fase di progettazione.
Sydney Sweeney rischia una denuncia per atti vandalici per aver coperto la scritta Hollywood con i suoi reggiseni Era tutta una trovata pubblicitaria per lanciare la sua linea di biancheria intima, Syrn. Ma, a quanto pare, la trovata pubblicitaria la porterà in tribunale.
La CDU, il partito di maggioranza in Germania, vuole abolire il diritto di lavorare part time Secondo il partito del cancelliere Merz, la crisi economica tedesca è colpa soprattutto dei troppi lavoratori che decidono di fare part time.
I cittadini di Minneapolis hanno organizzato una festa per il licenziamento di Greg Bovino davanti all’hotel dove alloggiava Cori, canti, balli, musica, festeggiamenti. Fino a quando la polizia non è intervenuta per interrompere violentemente il party improvvisato.
Ad Amsterdam saranno installate lungo i canali delle mini scale per aiutare i gatti che cadono in acqua Centomila euro che il Comune ha deciso di investire nella costruzione di quelle che tecnicamente si chiamano “scale per l’uscita della fauna selvatica”.
Dopo il litigio con il figlio Brooklyn, una canzone di Victoria Beckham di 25 anni fa è arrivata in cima alle classifiche inglesi A 23 anni dal lancio, "Not Such An Innocent Girl" raggiunge la vetta di ben due classifiche inglesi, grazie al pubblico litigio tra Victoria e David da una parte e il figlio Brooklyn dall'altra.
Per la prima volta Pitchfork ha spiegato come assegna e cosa significano i voti che dà agli album È una guida che introduce anche gli abbonamenti al sito, che permetteranno agli utenti di aggiungere il loro voto a quello dei giornalisti.

Sulla mediocrità di un certo fashion system a Milano

Cosa manca al sistema della moda milanese per rinverdire i fasti dei suoi momenti migliori. Un'opinione di chi lo conosce molto bene.

11 Maggio 2015

Pur facendone in qualche modo parte, frequento poco la Milano della moda. Le mie valutazioni, pertanto, potrebbero essere fallaci: offuscate alla base dal moralismo intransigente del provinciale che nella metropoli, per scelta o per caso, proprio non riesce a integrarsi, non sentendosene all’altezza. Non che il fashion system meneghino si mostri d’acchito aperto e accogliente – quale altro ambito professionale lo è, del resto? Appare piuttosto come un ingarbugliato concatenarsi di enclavi impermeabili e micromondi incapaci di comunicare: tra loro e, peggio ancora, con la vita vera che scorre imperturbata all’esterno della bolla, incurante delle pagine patinate, dei sandali in inverno e delle caviglie nude con le brogue massicce che solo a vederle fan venire le piaghe, ma che a causa di un abbaglio diffuso vengono scambiate per segni di valore intellettuale.

Queste asfittiche corti, esclusive perché escludenti, sono zombie, animati dal mortifero potere del compiacimento e dell’adulazione. E non mi riferisco solo ai regni dei designer: la scena è vasta, le competenze articolate. È il modus operandi a rimaner fisso e immobile, e che sia la maison forte del budget pubblicitario, esigente genuflessione cieca e acclamazione costante, la stylist fanfarona, l’outsider diventato editor perché amico dei potenti o il talent scout che piazza pedine nei design studio a proprio piacimento senza tener conto dell’unico valore che davvero conti – il talento, appunto – non fa alcuna differenza.

No, non farò nomi: il gioco è tanto più divertente quanto più è ambiguo, perché le fallacie del sistema sono evidenti a tutti, anche a chi ci sguazza e ci si sollazza, e ciascun lettore potrà dare un nome e un cognome ai tipi innominati di questa smanciosa commedia dell’arte. Il mainstream milanese è una scintillante terra desolata di baci dati per aria, orli adorati, blandizie idolatrate. Arroccato su posizioni asfittiche, questo mondo dorato si impantana di più ogni stagione che passa perché nega alla radice dialogo, dibattito e confronto e perché pratica un metaforico e pertinace incesto non aprendosi all’interdisciplinarità, vittima di un provincialismo angusto che scambia per qualità il cognome straniero o il lignaggio aulico.

C’è mediocrità in giro, e questo porta inevitabilmente all’occlusione: i mediocri, assiepati in posizioni di potere in uffici stampa, uffici stile, direzioni di giornali, cassano ipso facto i talentuosi, costretti a fuggir via o a sforzarsi il doppio, dovendo combattere sempre e solo ad armi impari. E la nuova leva non è certo messa meglio della vecchia guardia: pratica le stesse arti, insiste negli stessi inciuci, con un cinismo doppio dovuto all’abbondante polvere mangiata per arrampicarsi fin lì.

Intanto, la gloriosa eredità della Milano del progetto – la città che ha inventato il linguaggio stesso della moda industriale contemporanea – si esaurisce pericolosamente mentre non si fa che comunicare il nulla. I pr sono tra i principali artefici di cotanto scempio: hanno sostituito la fiction alla realtà, il discorso ai fatti, la couture, dannatissimo cavallo di Troia, all’industria, coltivando i soliti clientelismi, zittendo ogni voce critica, negando il progresso vero.

La filippica si ferma qui. Perché, per fortuna, c’è anche una Milano diversa: fervida, elettrica, popolata di figuri rigorosi quanto inventivi, poco social ma capaci di produrre qualcosa di nuovo e internazionalmente rilevante. Chiamarlo underground sarebbe improprio: il vetriolo e la controcultura c’entrano poco, visto che parliamo di stilisti, stylist, direttori creativi, direttori responsabili e pr dalle carriere solide. Esprimono però tutti, con coerenza e senza compromessi, una cultura alternativa. Li affligge, a volte, un certo velleitarismo, che può anche diventare afasico elitarismo, ma è male minore. Milano potrebbe ripartire da qui e ritornare a splendere. Perché ciò accada, però, saranno necessarie le molotov e le marce – metaforiche, va da sé. Ecco, una Milano così la frequenterei volentieri. Se non altro, per zompare sulle barricate e dar una mano ad appiccare il falò delle vanità.

Dal numero 23 di Studio, attualmente in edicola

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