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15:24 lunedì 16 marzo 2026
Il siparietto tra Anna Wintour e Anne Hathaway sul palco degli Oscar è la miglior trovata della campagna promozionale del Diavolo veste Prada 2 Non c'è ancora la certezza matematica della sua partecipazione al sequel, ma sul palco degli Oscar di ieri si è molto immedesimata nel ruolo di Miranda Priestly.
A Sean Penn importa così poco di aver vinto l’Oscar che non si è presentato alla cerimonia e non ha mandato nessuno a ritirare il premio al posto suo «Non ha potuto essere qui questa sera, o non ha voluto, quindi ritirerò il premio a suo nome», ha detto Kieran Culkin, che ha ritirato il premio per lui.
Il “No to War and Free Palestine” di Javier Bardem è diventato il momento più rivisto e commentato di questi Oscar L'attore è salito sul palco del Dolby Theatre di Los Angeles per presentare il premio al Miglior film internazionale. Ma prima ha voluto lanciare un messaggio.
Due episodi di Doctor Who degli anni ’60 che si pensava fossero andati perduti sono stati ritrovati in uno scatolone nella casa di un collezionista Si tratta, tra l'altro, di due puntate molto importanti perché raccontano la storia dei Dalek, i villain più famosi dell'universo di Doctor Who.
Kim Jong-un e sua figlia vestiti uguali che sparano assieme al poligono di tiro sono la più surreale immagine di genitorialità mai vista La giovane Kim Ju Ae, erede designata del Supremo leader, ha mostrato le sue doti balistiche in una splendida giornata padre-figlia al poligono.
Degli scrittori hanno creato un logo da apporre sui libri per far sapere ai lettori che sono scritti da un umano e non dall’AI La Society of Authors chiede a tutti gli editori di appore il logo "Human Authored" sulla quarta di copertina dei libri, per salvare l'editoria dall'AI.
I Fugazi hanno pubblicato un album “scartato” che avevano registrato trent’anni fa con Steve Albini È la prima versione dell'album che è poi diventato In on the Kill Taker. Tutti i proventi andranno all'ente benefico fondato da Albini, Letters Charity.
Dopo quasi un millennio, l’Inghilterra si è decisa ad abolire definitivamente i seggi ereditari della Camera dei Lord Ne erano rimasti 92, che il governo laburista ha cancellato. Concedendo ad alcuni Lord, però, di diventare parlamentari a vita.

Sulla mediocrità di un certo fashion system a Milano

Cosa manca al sistema della moda milanese per rinverdire i fasti dei suoi momenti migliori. Un'opinione di chi lo conosce molto bene.

11 Maggio 2015

Pur facendone in qualche modo parte, frequento poco la Milano della moda. Le mie valutazioni, pertanto, potrebbero essere fallaci: offuscate alla base dal moralismo intransigente del provinciale che nella metropoli, per scelta o per caso, proprio non riesce a integrarsi, non sentendosene all’altezza. Non che il fashion system meneghino si mostri d’acchito aperto e accogliente – quale altro ambito professionale lo è, del resto? Appare piuttosto come un ingarbugliato concatenarsi di enclavi impermeabili e micromondi incapaci di comunicare: tra loro e, peggio ancora, con la vita vera che scorre imperturbata all’esterno della bolla, incurante delle pagine patinate, dei sandali in inverno e delle caviglie nude con le brogue massicce che solo a vederle fan venire le piaghe, ma che a causa di un abbaglio diffuso vengono scambiate per segni di valore intellettuale.

Queste asfittiche corti, esclusive perché escludenti, sono zombie, animati dal mortifero potere del compiacimento e dell’adulazione. E non mi riferisco solo ai regni dei designer: la scena è vasta, le competenze articolate. È il modus operandi a rimaner fisso e immobile, e che sia la maison forte del budget pubblicitario, esigente genuflessione cieca e acclamazione costante, la stylist fanfarona, l’outsider diventato editor perché amico dei potenti o il talent scout che piazza pedine nei design studio a proprio piacimento senza tener conto dell’unico valore che davvero conti – il talento, appunto – non fa alcuna differenza.

No, non farò nomi: il gioco è tanto più divertente quanto più è ambiguo, perché le fallacie del sistema sono evidenti a tutti, anche a chi ci sguazza e ci si sollazza, e ciascun lettore potrà dare un nome e un cognome ai tipi innominati di questa smanciosa commedia dell’arte. Il mainstream milanese è una scintillante terra desolata di baci dati per aria, orli adorati, blandizie idolatrate. Arroccato su posizioni asfittiche, questo mondo dorato si impantana di più ogni stagione che passa perché nega alla radice dialogo, dibattito e confronto e perché pratica un metaforico e pertinace incesto non aprendosi all’interdisciplinarità, vittima di un provincialismo angusto che scambia per qualità il cognome straniero o il lignaggio aulico.

C’è mediocrità in giro, e questo porta inevitabilmente all’occlusione: i mediocri, assiepati in posizioni di potere in uffici stampa, uffici stile, direzioni di giornali, cassano ipso facto i talentuosi, costretti a fuggir via o a sforzarsi il doppio, dovendo combattere sempre e solo ad armi impari. E la nuova leva non è certo messa meglio della vecchia guardia: pratica le stesse arti, insiste negli stessi inciuci, con un cinismo doppio dovuto all’abbondante polvere mangiata per arrampicarsi fin lì.

Intanto, la gloriosa eredità della Milano del progetto – la città che ha inventato il linguaggio stesso della moda industriale contemporanea – si esaurisce pericolosamente mentre non si fa che comunicare il nulla. I pr sono tra i principali artefici di cotanto scempio: hanno sostituito la fiction alla realtà, il discorso ai fatti, la couture, dannatissimo cavallo di Troia, all’industria, coltivando i soliti clientelismi, zittendo ogni voce critica, negando il progresso vero.

La filippica si ferma qui. Perché, per fortuna, c’è anche una Milano diversa: fervida, elettrica, popolata di figuri rigorosi quanto inventivi, poco social ma capaci di produrre qualcosa di nuovo e internazionalmente rilevante. Chiamarlo underground sarebbe improprio: il vetriolo e la controcultura c’entrano poco, visto che parliamo di stilisti, stylist, direttori creativi, direttori responsabili e pr dalle carriere solide. Esprimono però tutti, con coerenza e senza compromessi, una cultura alternativa. Li affligge, a volte, un certo velleitarismo, che può anche diventare afasico elitarismo, ma è male minore. Milano potrebbe ripartire da qui e ritornare a splendere. Perché ciò accada, però, saranno necessarie le molotov e le marce – metaforiche, va da sé. Ecco, una Milano così la frequenterei volentieri. Se non altro, per zompare sulle barricate e dar una mano ad appiccare il falò delle vanità.

Dal numero 23 di Studio, attualmente in edicola

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