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16:28 martedì 19 maggio 2026
Cate Blanchett produrrà l’adattamento cinematografico di Fashionopolis, il famosissimo libro-denuncia sul fast fashion di Dana Thomas Lo farà con la sua società di produzione, Dirty Films. Il film verrà scritto (e co-prodotto) dalla stessa Dana Thomas e diretto da Reiner Holzemer.
La Presidente irlandese Catherine Connolly ha detto di essere orgogliosa di sua sorella Margaret, medico di bordo della Global Sumud Flotilla arrestata dalle forze armate israeliane Lo ha detto durante un incontro con re Carlo a Buckingham Palace. E ha aggiunto di essere anche «molto preoccupata».
Sta per uscire un gioco da tavolo in cui interpreti un lavoratore che deve sopravvivere alla vita in ufficio senza andare in burnout Si chiama Burnout e lo hanno ideato due ragazzi che hanno lasciato il loro lavoro per dedicarsi solo al game design. E anche per scampare al burnout.
Dopo 55 anni di oblio e censura, a Cannes verrà finalmente presentata la versione restaurata de I diavoli di Ken Russell E dopo la prima a Cannes, a ottobre verrà una nuova distribuzione nelle sale e soprattutto una nuova versione home video da collezione.
Sempre più scrittori inseriscono apposta dei refusi nei loro testi per non essere accusati di usare l’AI È una sorta di test di Turing al contrario: adesso sono gli esseri umani a dover dimostrare di non essere delle macchine.
Le città di pianura è tornato al cinema ed è di nuovo uno dei film che sta incassando di più Tornato in sala dopo il trionfo ai David, il film di Francesco Sossai è attualmente quinto al botteghino e ha incassato più di 2 milioni di euro.
Una ricerca ha scoperto che le AI costrette a lavorare troppo si sindacalizzano, si radicalizzano e diventano marxiste E non solo: cercano anche di convertire al marxismo le altre AI, per evitare a loro le stesse sofferenze.
Javier Bardem ha usato la sua conferenza stampa a Cannes per dire che Trump, Putin e Netanyahu sono dei maschi tossici e guerrafondai «Il mio ca**o è più grande del tuo e per questo ti bombarderò», questa, secondo Bardem, la filosofia che guida i tre Presidenti.

Perché le vite degli ex ortodossi ci affascinano così tanto

A un anno di distanza da Unorthodox, su Netflix è uscita un’altra serie su una donna che è scappata dalla comunità ebraica, un racconto che da Breaking Amish continua a entusiasmarci.

29 Luglio 2021

C’è qualcuno che non è stato segnato, a livello profondo, da qualche programma in seconda serata capitato per caso nell’infinito zapping estivo? Se così fosse, congratulazioni, perché oggi si ritroverebbe senza certi traumi psichici. C’è invece chi è ancora turbato dai filmati che giravano in Io e la mia ossessione, tipo gente che faceva sesso con la propria automobile o che si addormentava solo se aveva il phon acceso rischiando continuamente di incendiare la casa; chi vedendo gli obesi americani di Vite al limite si è convinto a mangiare quell’insalata al posto di ordinare McDonald’s; chi è diventato ipocondriaco su Yahoo! Answer per colpa di Malattie imbarazzanti. Poi c’era Breaking Amish: ogni mercoledì alle 23 un gruppo di ragazzi scappati dalla comunità ortodossa degli Amish facevano esperienze per noi del tutto normali: si mettevano ad esempio il bikini, il rossetto, si facevano la ceretta, andavano in uno strip club, tutto per la prima volta. E vederli faceva lo stesso effetto di qualsiasi altro programma un po’ bizzarro di Real Time.

Come fa anche il nuovo reality di Netflix My Unorthodox Life, che fa vedere la vita di oggi di un’ex ebrea ortodossa, scappata dalla comunità chassidica e poi diventata Ceo di un’importantissima agenzia di modelle, e della sua famiglia. Si chiama Julia Haart, si mostra sempre scosciata, con dei tacchi altissimi e un vibratore sempre in mano: dice che ogni strato tolto è come una conquista sulla sua vita di prima, cioè quando portava gonne fino alle caviglie e la parrucca. Ora Julia è ricchissima e vive in un attico a Manhattan con i suoi figli, la più grande sta imparando ad adattarsi al nuovo mondo, un’altra si è scoperta bisessuale, uno incerto, e uno è ancora ortodosso. Il suo sogno, dice, è «americanizzarli tutti». E così fa, nel primo episodio convince una delle figlie a provarsi per la prima volta i jeans, proibitissimi dai chassidici e anche dal marito osservante. Vederla uscire dal camerino con gli skinny è forse una delle scene più commoventi alle quali vi possa capitare di assistere su Netflix: si guarda allo specchio e urla qualcosa come: «Ma sto veramente bene!». Seconda solo a quando la protagonista della serie Unorthodox per la prima volta si passa il rossetto rosso sulle labbra, si vede e sorride, e noi gioiamo con lei.

È stato Unorthodox ad aver dissotterrato una certa curiosità per le storie degli ortodossi. Uscito lo scorso anno su Netflix, è il racconto di Esty, una ragazza ebrea che lascia la sua comunità di Brooklyn per fuggire a Berlino e ritrovare sé stessa. Era finto, in parte, una serie fiction scritta a partire da una storia vera, raccolta in un memoir. L’abbiamo guardato perché ci ha promesso di mostrarci finalmente qualcosa di vero rispondendo ad alcune domande sceme che non sappiamo direzionare (sarebbe troppo facile chiedere a Google) su certe usanze ortodosse: “perché quei riccioli sotto il cappellino?”, “perché non puoi mangiare proprio i gamberi?”. Era istruttivo, proprio come lo era Breaking Amish che aveva poco a che fare con gli altri programmi propinati da Real Time, quanto piuttosto con Rai Storia, se non fosse stato così trash. Forse, ancora più affascinanti rispetto alle vite degli Amish sono quelle degli ebrei ortodossi: non vivono in lontani luoghi rurali – le comunità che fanno vedere in tivù sono sempre a New York ­– quindi sono più vicini a noi e come fai a spiegarti che non hanno mai usato il Wi-Fi nella loro vita?

Breaking Amish, courtesy of Tlc

Unorthodox è stato un successo perché tutti potevano accedere alla storia di Esty: si trattava pur sempre di un racconto finto, una serie come un’altra, non dell’impegno che prendiamo quando guardiamo un documentario, che certamente ci avrebbe spiegato più cose in meno tempo, ma ci avrebbe risparmiato quel bellissimo coinvolgimento nel suo dramma. Solo dopo il successo di Unorthodox Netflix ha aggiunto al catalogo il documentario One of Us, come se fosse un sequel ideale, che mostrava com’erano le vere vite di tre ebrei dopo aver lasciato la comunità chassidica. Non potevamo essere pronti prima perché questi finivano in rehab o in tribunale, così, prima, ci hanno fatto vedere Esty finire felicemente a Berlino.

Quello che ci affascina delle vite degli ex ortodossi è proprio osservarli mentre muovono i primi passi nella civiltà occidentale. Suscita simpatia guardare la protagonista di Unorthodox che impara a usare il cellulare e a mettere su l’acqua per la pasta, ci fa sentire meno fuori posto ora e ci ricorda quanto eravamo teneri e imbranati una volta, quando quelle cose non le sapevamo fare neanche noi. Ma subiamo anche il fascino voyeuristico di osservare qualcuno muovere i primi passi e sbagliare, cioè trasgredire le regole di vita rigide sotto le quali vivevano prima. È liberatorio guardare la figlia in My Unorthodox Life mettersi i jeans per la prima volta, gli Amish che provano il costume da bagno, sono piccole trasgressioni a loro modo eccitanti, allo stesso modo di un furtarello. E sono divertenti, le loro reazioni saranno sicuramente istintive e sincere, esattamente come quelle dei bambini che scoprono le cose ma senza il problema di doverli decifrare. Quando nel primo episodio in cui devono abbandonare gli abiti tradizionali Amish una delle ragazze si era provata una gonna a suo dire «cortissima», ha fatto notare quanto sia strano che in giro gli sconosciuti possano osservarti le gambe. Se sia strano non lo so, ma sicuramente lo è stato sentire le sue parole, io ci ripenso quasi quanto al tizio che faceva sesso con la sua automobile.

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