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In Corea del Sud sono sempre più diffusi i siti dopaminici, cioè siti in cui fingi di comprare cose solo per far provare al cervello il piacere dell’acquisto Siti in cui si ordina cibo da ristoranti inesistenti o vestiti da negozi inventati. Tutto per avere quella scarica dopaminica senza spendere soldi.
In Antartide non ha mai fatto tanto caldo come nell’ultimo mese e gli scienziati dicono che la situazione ormai è «assolutamente pazzesca» Ci sono due gradi in più del precedente massimo registrato. La neve che copre il terreno si scioglie. In cima ai ghiacciai piove invece di nevicare.
La FIFA vuole coprire tutti i loghi dei brand con cui non ha accordi commerciali negli stadi del Mondiale, ma di questi loghi ce ne sono troppi e non ci sta riuscendo E dove ci è riuscita ha ottenuto un discreto effetto comico, come nel caso del telo bianco messo a coprire il logo Levi's al Levi’s Stadium di Santa Clara.
Nel loro concerto a Bologna i Kneecap hanno fatto salire sul palco Jose Nivoi del Calp per parlare del blocco con cui i portuali vogliono fermare le armi dirette in Israele Il sindacalista e attivista del Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali ha anche annunciato un grande sciopero internazionale per ottobre, «a sostegno del popolo palestinese. A sostegno del popolo libanese. A sostegno di Cuba. Contro gli oppressori e contro gli imperialisti».
Le maglie da calcio più desiderate di questi Mondiali costano soltanto 50 dollari, raccontano New York e sono un’idea di Mamdani Sono state disegnate da un'artista di Brooklyn e realizzate da una piccola azienda famigliare di Bed Stuy. Una risposta al costosissimo merchandise ufficiale del Mondiale.
Un regista ha deciso di distribuire il suo primo film esclusivamente in videocassetta per protestare contro l’AI È la prima volta che succede in 22 anni. Il film si intitola This is How the World Ends e lo ha diretto Robert dos Santos.
In Cina hanno cancellato più di 12 mila corsi di laurea perché l’AI li ha resi obsoleti I tagli si sono concentrati soprattutto (come sempre in questi casi) nelle arti e nelle discipline umanistiche, ma ce ne sono stati parecchi anche nelle lingue straniere e nella gestione aziendale.
Una ricerca ha dimostrato che andare in bici fa così bene a corpo e mente che dovrebbe rientrare nelle politiche di salute pubblica La ricerca comprende 87 studi da 19 Paesi e conferma che la bici è uno dei più efficaci strumenti per migliorare la qualità della vita in città.

Perché le vite degli ex ortodossi ci affascinano così tanto

A un anno di distanza da Unorthodox, su Netflix è uscita un’altra serie su una donna che è scappata dalla comunità ebraica, un racconto che da Breaking Amish continua a entusiasmarci.

29 Luglio 2021

C’è qualcuno che non è stato segnato, a livello profondo, da qualche programma in seconda serata capitato per caso nell’infinito zapping estivo? Se così fosse, congratulazioni, perché oggi si ritroverebbe senza certi traumi psichici. C’è invece chi è ancora turbato dai filmati che giravano in Io e la mia ossessione, tipo gente che faceva sesso con la propria automobile o che si addormentava solo se aveva il phon acceso rischiando continuamente di incendiare la casa; chi vedendo gli obesi americani di Vite al limite si è convinto a mangiare quell’insalata al posto di ordinare McDonald’s; chi è diventato ipocondriaco su Yahoo! Answer per colpa di Malattie imbarazzanti. Poi c’era Breaking Amish: ogni mercoledì alle 23 un gruppo di ragazzi scappati dalla comunità ortodossa degli Amish facevano esperienze per noi del tutto normali: si mettevano ad esempio il bikini, il rossetto, si facevano la ceretta, andavano in uno strip club, tutto per la prima volta. E vederli faceva lo stesso effetto di qualsiasi altro programma un po’ bizzarro di Real Time.

Come fa anche il nuovo reality di Netflix My Unorthodox Life, che fa vedere la vita di oggi di un’ex ebrea ortodossa, scappata dalla comunità chassidica e poi diventata Ceo di un’importantissima agenzia di modelle, e della sua famiglia. Si chiama Julia Haart, si mostra sempre scosciata, con dei tacchi altissimi e un vibratore sempre in mano: dice che ogni strato tolto è come una conquista sulla sua vita di prima, cioè quando portava gonne fino alle caviglie e la parrucca. Ora Julia è ricchissima e vive in un attico a Manhattan con i suoi figli, la più grande sta imparando ad adattarsi al nuovo mondo, un’altra si è scoperta bisessuale, uno incerto, e uno è ancora ortodosso. Il suo sogno, dice, è «americanizzarli tutti». E così fa, nel primo episodio convince una delle figlie a provarsi per la prima volta i jeans, proibitissimi dai chassidici e anche dal marito osservante. Vederla uscire dal camerino con gli skinny è forse una delle scene più commoventi alle quali vi possa capitare di assistere su Netflix: si guarda allo specchio e urla qualcosa come: «Ma sto veramente bene!». Seconda solo a quando la protagonista della serie Unorthodox per la prima volta si passa il rossetto rosso sulle labbra, si vede e sorride, e noi gioiamo con lei.

È stato Unorthodox ad aver dissotterrato una certa curiosità per le storie degli ortodossi. Uscito lo scorso anno su Netflix, è il racconto di Esty, una ragazza ebrea che lascia la sua comunità di Brooklyn per fuggire a Berlino e ritrovare sé stessa. Era finto, in parte, una serie fiction scritta a partire da una storia vera, raccolta in un memoir. L’abbiamo guardato perché ci ha promesso di mostrarci finalmente qualcosa di vero rispondendo ad alcune domande sceme che non sappiamo direzionare (sarebbe troppo facile chiedere a Google) su certe usanze ortodosse: “perché quei riccioli sotto il cappellino?”, “perché non puoi mangiare proprio i gamberi?”. Era istruttivo, proprio come lo era Breaking Amish che aveva poco a che fare con gli altri programmi propinati da Real Time, quanto piuttosto con Rai Storia, se non fosse stato così trash. Forse, ancora più affascinanti rispetto alle vite degli Amish sono quelle degli ebrei ortodossi: non vivono in lontani luoghi rurali – le comunità che fanno vedere in tivù sono sempre a New York ­– quindi sono più vicini a noi e come fai a spiegarti che non hanno mai usato il Wi-Fi nella loro vita?

Breaking Amish, courtesy of Tlc

Unorthodox è stato un successo perché tutti potevano accedere alla storia di Esty: si trattava pur sempre di un racconto finto, una serie come un’altra, non dell’impegno che prendiamo quando guardiamo un documentario, che certamente ci avrebbe spiegato più cose in meno tempo, ma ci avrebbe risparmiato quel bellissimo coinvolgimento nel suo dramma. Solo dopo il successo di Unorthodox Netflix ha aggiunto al catalogo il documentario One of Us, come se fosse un sequel ideale, che mostrava com’erano le vere vite di tre ebrei dopo aver lasciato la comunità chassidica. Non potevamo essere pronti prima perché questi finivano in rehab o in tribunale, così, prima, ci hanno fatto vedere Esty finire felicemente a Berlino.

Quello che ci affascina delle vite degli ex ortodossi è proprio osservarli mentre muovono i primi passi nella civiltà occidentale. Suscita simpatia guardare la protagonista di Unorthodox che impara a usare il cellulare e a mettere su l’acqua per la pasta, ci fa sentire meno fuori posto ora e ci ricorda quanto eravamo teneri e imbranati una volta, quando quelle cose non le sapevamo fare neanche noi. Ma subiamo anche il fascino voyeuristico di osservare qualcuno muovere i primi passi e sbagliare, cioè trasgredire le regole di vita rigide sotto le quali vivevano prima. È liberatorio guardare la figlia in My Unorthodox Life mettersi i jeans per la prima volta, gli Amish che provano il costume da bagno, sono piccole trasgressioni a loro modo eccitanti, allo stesso modo di un furtarello. E sono divertenti, le loro reazioni saranno sicuramente istintive e sincere, esattamente come quelle dei bambini che scoprono le cose ma senza il problema di doverli decifrare. Quando nel primo episodio in cui devono abbandonare gli abiti tradizionali Amish una delle ragazze si era provata una gonna a suo dire «cortissima», ha fatto notare quanto sia strano che in giro gli sconosciuti possano osservarti le gambe. Se sia strano non lo so, ma sicuramente lo è stato sentire le sue parole, io ci ripenso quasi quanto al tizio che faceva sesso con la sua automobile.

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Giorni futuri, terza opera della scrittrice torinese, è una grande ma intima storia sul valore dell'amicizia e come mantenerla attraverso i decenni. Con un passo internazionale.