Attualità | Coronavirus

Come sarà tornare al lavoro?

Tra chi ha soltanto voglia di ripartire e chi invece ha capito che il suo modo di lavorare potrebbe cambiare completamente.

di Clara Mazzoleni

Tra le varie ragioni che mi rendevano una ragazzina anomala c’era il mio smisurato amore per la scuola. Ad agosto, dopo qualche giorno al mare, iniziavo a fantasticare con ardore il mese di settembre, quando tutto ricomincia. Settembre è il vero gennaio: niente conti alla rovescia o fuochi d’artificio, ma una cesura netta tra il tempo del relax e quello del lavoro, il momento della fuga e quello del ritorno. Durante le vacanze di agosto mi piaceva crogiolarmi all’idea della rigida routine che mi aspettava. L’atmosfera languida della vacanza era pienamente godibile, per me, soltanto se ben limitata nel tempo, e contrapposta all’immagine di un futuro molto vicino pieno di costrizioni, orari, regole e doveri, non per forza da rispettare: l’importante era che questi confini esistessero, che il tempo potesse smettere, a un certo punto, di essere e molliccio ed espanso, ma tornasse ad assumere una forma definita.

Quest’anno settembre sarà diverso per tutti. Il nostro modo di pensare al lavoro è cambiato. Chi lo dava per scontato non può più farlo, chi era abituato a un ruolo tutto sommato prevedibile si trova davanti all’eventualità di ritrovarsi ad assumere funzioni eroiche e rischiose (il personale degli ospedali e delle scuole, ad esempio), chi già era precario si ritrova fragilissimo. Esiste anche chi esasperato dai ritmi fangosi dello smartworking fuori città – le interferenze, il collega che smette di visualizzare e torna dopo due ore, l’hotspot che non si collega, il caricatore del Mac che non funziona più e non c’è l’ombra di un negozio dove comprarne uno d’emergenza ovviamente falso – si ritrova a desiderare ardentemente, magari per la prima volta, la metropoli rapida ed efficiente che era abituato a disprezzare perdendosi in fantasie esotiche.

Lo smartworker esaurito prova quasi un piacere fisico a immaginare una connessione veloce e senza intoppi, e sogna serate in cui si parli solo di lavoro e “progetti” spudoratamente, senza vergognarsi, guardandosi dritti negli occhi. Nei mesi scorsi, così strani e scivolosi, ha covato un’energia che adesso chiede di esplodere in un profluvio di attività concrete. Ma quest’anno, bearsi dell’illusione di avere davanti un autunno/inverno professionalmente esuberante è praticamente impossibile. Come porsi degli obiettivi lavorativi, economici, artistici ambiziosi quando tutto potrebbe pietrificarsi da un momento all’altro? Come riuscire a trovare il modo di affrontare questo periodo senza essere troppo ottimisti o troppo pessimisti?

L’ideale sarebbe provare a mescolare due inclinazioni opposte. Se lo smartworker esaurito non vede l’ora di tornare in città e pronunciare davanti alla faccia di qualcuno “scusa scappo, sono oberato” – e rischierà quindi di ritrovarsi deluso e frustrato da un ritmo per forza di cose meno rapido e fluido, e situazioni meno generose – lo smartworker illuminato si muove nella direzione opposta: dopo i mesi trascorsi a casa, in campagna, al sud (si sta parlando di South Working) o in qualsiasi altro luogo che non sia il suo normale posto di lavoro, lo smartworker illuminato ha compreso che la vita che dava per scontata è in realtà qualcosa da cui è possibile sottrarsi. Dopo il lockdown ha visto la verità, e ora sa che non condividere ogni giornata con i colleghi nello stesso spazio è cosa possibile, e sarebbe entusiasta di rivoluzionare il suo modo di lavorare, magari decidendo di restare in smartworking per sempre, evitando di tornare in città se non per sporadiche riunioni, plasmando nuove abitudini. Per la prima volta, abbiamo capito che le cose potrebbero essere diverse da come sono sempre state, e questo è il momento in cui potremmo provare a cambiarle. Comunque andrà, avremo tanto lavoro da fare.

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