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Pur di costringerle a usare la sua app di messaggistica, il governo russo ha improvvisamente impedito l’accesso a Whatsapp a 100 milioni di persone Tutto pur di costringere i russi a iscriversi a Max, una app molto simile a Whatsapp ma controllata dal governo stesso, ovviamente.
Google ha emesso un’obbligazione che gli investitori potranno incassare tra 100 anni, se saranno ancora vivi A quanto pare, era l'unica maniera di trovare tutti i soldi che l'azienda vuole investire nello sviluppo dell'intelligenza artificiale.
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Trump ha fatto rimuovere la bandiera Lgbtq+ dal monumento di Stonewall, il luogo in cui è nato il movimento Lgtbtq+ Il governo ha poi spiegato che le uniche bandiere consentite nei pubblici monumenti sono quelle che «esprimono la posizione ufficiale» del governo.

Fare un film muto nel 2015

Perché va visto The Tribe, film sull'adolescenza segreta e selvaggia di un gruppo di teenager sordomuti, tra prostituzione e risse.

06 Maggio 2015

Fare un film muto nel 2015. Detto così, almeno sulla carta, sembra essere una scelta strana, controcorrente. Ma se ci fermiamo a pensare alla produzione cinematografica degli ultimi anni, si riesce a mettere in prospettiva le cose. Ve ne abbiamo parlato proprio qui nel lontano 2013: esiste una vera e propria corrente di “new silent cinema”. C’è stato ovviamente The Artist, un film che per un breve periodo sembrava dovesse cambiare le sorti del mondo (e che invece poi è finito in fretta e furia nel dimenticatoio), ma è stata solo la punta di un iceberg, di un movimento – seppur piccolo – che ha una sua storia. I titoli interessanti non mancano: il bellissimo Blancanieves, l’assurdo Dr Plonk, gran parte del cinema di Guy Maddin e di Aki Kaurismaki, una bellissima puntata di Buffy: The Vampire Slayer diretta dal suo creatore Joss Whedon. Questi sono solo alcuni degli esempi di una corrente che sembra interessare tutto il cinema, sia quello più commerciale sia quello più – diciamo così – “indipendente”. Solitamente, dietro alla scelta di fare un film muto, c’è la volontà di omaggiare un modo di fare cinema che oggi sembra impensabile: non solo una distanza tecnica e cronologica incolmabile, ma anche una forma a cui oggi come spettatori non siamo più abituati. I film muti erano in bianco e nero, avevano le didascalie al posto di alcuni dialoghi, una messa in scena opposta a quella mediamente ipercinetica del cinema odierno e attori che demandavano tutto alla mimica e alla recitazione.

Il trailer di The Tribe

C’è modo e modo di rendere omaggio al cinema muto. Ci si può accontentare di citare, dare una lucidata a quella superficie che si vuole ricordare. Oppure si può fare un piccolo passo avanti e immaginare un nuovo tipo di cinema che non abbia bisogno di parole. O che addirittura sia impossibilitato a pronunciarle, quelle parole. L’esordio del regista e sceneggiatore ucraino Myroslav Slaboshpytskiy si intitola The Tribe, ha vinto il Milano Film Festival, è stato presentato a Cannes durante la Settimana della Critica e, se non fosse stato per una storia ancora tutta da chiarire, sarebbe finito tra i candidati per il Miglior Film Straniero agli ultimi Oscar. Il film, in uscita anche da noi in Italia il 28 di maggio, racconta una storia che abbiamo già visto tante volte sul grande schermo. Sergey è un ragazzo adolescente che si è appena trasferito in un nuovo collegio. Qui dovrà scontrarsi con i ragazzi alpha della scuola, quelli a capo della gang che comanda a scuola, si innamorerà di una ragazza costretta a fare la prostituta e dovrà fare i conti con una serie di gangster. Un romanzo di formazione stradaiolo con una grossa componente crime: furti, omicidi, vessazioni, risse, stupri, prostituzione e molto altro. Ok, tutto già visto o, per lo meno, niente di così inedito. Eppure il film di Slaboshpytskiy è veramente unico.

Nel 2010 il regista, già con l’idea di realizzare il suo personale omaggio al cinema muto, gira un cortometraggio dal titolo Deafness. Durante la lavorazione del corto, entra in contatto con la comunità di ragazzi sordomuti ucraini: le scuole, i professori, i ragazzi, le loro abitudini. Da qui – e dai ricordi del regista degli anni della sua formazione – nasce l’idea di The Tribe, il primo film interamente realizzato con il linguaggio dei segni e proiettato senza sottotitoli o didascalie. Tutto è demandato alle capacità mimiche degli attori e soprattutto alla nostra voglia di comprendere quello che vediamo succedere sullo schermo. The Tribe è il biglietto d’ingresso per un mondo nuovo, mai visto e mai sentito al cinema. Ci sono i rumori d’ambiente e quelli di fondo, si sentono le voci strozzate dei ragazzi quando sbraitano tra di loro, i rumori dei passi sulla neve: noi spettatori sentiamo tutto, ma sappiamo che non è così per i ragazzi protagonisti del film. Per loro il mondo è una stanza insonorizzata, una condizione che la maggior parte di noi – il Silenzio Assoluto – non ha mai provato.

The Tribe è uno dei film più tosti degli ultimi anni: non c’è un briciolo di speranza, di possibile redenzione o salvezza

Quante volte avete sentito la frase: “Se un albero cade in una foresta senza nessuno attorno, fa rumore?”. Durante la proiezione di The Tribe ho invece pensato più volte: “Se sparo a un uomo in un mondo senza rumori, lo uccido veramente?”. La cosa sconvolgente di questo film è che gran parte delle azioni che vengono compiute dai ragazzi in scena non vengono prese in considerazione proprio perché non possono essere avvertite da nessuno. Appena i cancelli del collegio si chiudono per la notte, i ragazzi escono indisturbati per strada utilizzando un’uscita secondaria. 351585Lo fanno aprendo una pesante porta di metallo fermata da un grande chiavistello. Lo fanno di nascosto dai loro professori o tutori, che ovviamente non sentono nulla. Se durante la lezione li interrompono facendo gli stupidi, vengono messi in punizione o mandati dal preside. Ma se poi portano le uniche due ragazze della scuola a prostituirsi in un parcheggio per camionisti, se picchiano un passante per rubargli la spesa e andare poi a ubriacarsi in un vecchio luna park abbandonato, nessuno può far loro niente. Questo perché loro per il mondo non esistono, perché nessuno si accorge del rumore che fanno. Il regista imposta il suo film su questo assunto e lo utilizza per raccontare la rise and fall di un ragazzo in un ambiente violento, spietato, mortifero come quello della microcriminalità ucraina. The Tribe è uno dei film più tosti mi sia capitato di vedere negli ultimi anni: non c’è un briciolo di speranza, di possibile redenzione o salvezza. A partire dagli ambienti, dagli impossibili rapporti tra i personaggi, dalle loro interazioni, tutto può portare solo ed unicamente in una direzione.

Gli infiniti e bellissimi piani sequenza costruiti da Slaboshpytskiy hanno poi una duplice funzione: da una parte servono ad amplificare questa sensazione di disperazione che permea tutto il film. Dall’altra, paradossalmente, riescono a dare la fittizia impressione che il film sia girato in modo semplice. Questa sensazione lo avvicina idealmente a quel cinema muto che il regista voleva omaggiare. Il tutto inoltre è creato senza nessuna concessione alla poeticizzazione del dolore o del disagio. Un film sconvolgente, da vedere assolutamente. Anche se non vi uscirà dalla testa facilmente.

Immagine: una scena di The Tribe (2014), in uscita in Italia il 28 maggio
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