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14:55 martedì 6 ottobre 2026
A vent’anni dall’uscita ci sarà una nuova edizione di King Kong Theory, il manifesto del femminismo brutto, sporco e cattivo di Virginie Despentes Lo riporta in Italia Fandango, esattamente venti anni dopo la scandalosissima uscita in Francia.
Persino i petrolieri ammettono apertamente che con le scorte di petrolio siamo messi malissimo Lo ha detto Amin Nasser, Ceo di Aramco. Che ha definito le attuali scorte «spaventosamente scarse».
Una ricerca ha dimostrato che più alberi vengono abbattuti e meno colorate diventano le ali delle farfalle Lo studio ha analizzato un pezzo della foresta Amazzonica, provando che quando gli alberi vengono tagliati spariscono per prime le farfalle più colorate e restano quelle marroni.
A Utrecht stanno costruendo un nuovo quartiere in cui non ci sarà spazio per le macchine ma solo per persone, alberi e bici Si chiama Merwede, sarà uno dei più grandi quartieri senza macchine d'Europa e la promessa è quella di offrire case a prezzi accessibili per tutti.
In una maniera molto da Zerocalcare, Zerocalcare ha più o meno annunciato che il suo prossimo libro sta per uscire e parlerà di cultura punk Potrebbe chiamarsi Se ne valeva la pena e potrebbe uscire nei primi mesi del 2027 ma solo «se io sto chiuso a casa come sto a fa' adesso».
Un festival del ginseng in Corea del Sud ha fatto uno spot strepitoso riprendendo il video di Storm di Gener8ion e Yung Lean Al posto della sigaretta fumata da Yung Lean, il vicesindaco di Yeongju tiene in bocca un pezzo di radice di ginseng.
In appena tre giorni Naza ha incassato quanto Avengers: Endgame, Resident Evil e Brad Pitt Più di tre milioni di euro in un fine settimana, la stessa cifra che gli altri film hanno incassato in una o due settimane di programmazione.
Bernie Sanders che “apre” il concerto degli Strokes a New York è certamente uno dei crossover più strani e divertenti di sempre È successo venerdì 2 ottobre, a Flushing Meadows. Sanders si era pure proposto per cantare un paio di canzoni, ma poi ci ha ripensato.

Scappa!

Fuggire dalla polizia: la sociologa Alice Goffman ha passato sei anni sulle strade di Philadelphia a osservare persone che correvano.

02 Giugno 2015

La mattina presto del 12 aprile scorso Freddie Gray, un ragazzo di venticinque anni con piccoli precedenti penali, stava camminando in una via di Gilmor Holmes, il quartiere di Baltimora dove viveva, uno dei più violenti e dediti allo spaccio della città. Si è imbattuto in alcuni agenti di polizia che pattugliavano la zona in bicicletta, ha dato loro una rapida occhiata, si è messo a correre. È stato raggiunto e immobilizzato dopo poco, e nel giro di minuti gli sono state poste catene alle gambe ed è stato caricato su un furgone. Nel trasporto verso la stazione di polizia ha subito una lesione alla spina dorsale che gli è costata la vita dopo una settimana di coma, il prologo di una delle serie di proteste e disordini più intense degli ultimi anni negli Stati Uniti.

Tra i tanti delicati temi legati alla morte di Gray – la sicurezza nei quartieri più poveri, la violenza della polizia e il rapporto tra minoranze e potere – ce n’è uno che ha a che fare con la prima scena della sua tragica vicenda: la fuga. Scappare alla vista della polizia, tecnicamente, non è reato in America: ognuno è libero di correre via alla vista di un agente delle forze dell’ordine. Di fatto, però, la Corte Suprema ha stabilito un discrimine importante: il “diritto alla fuga” esiste in condizioni normali, mentre invece nel caso di una pattuglia in azione in un quartiere ad alto tasso di criminalità – quale quello di Gray – i poliziotti possono fare appello al “legittimo sospetto” di un’attività criminale in atto o in potenza.

Intervistato da Associated Press, Ezekiel Edwards, direttore del Criminal Law Reform Project del prestigioso American Civil Liberties Union, sostiene che«le persone più intimidite o spaventate dagli agenti sono quelle che abitano in posti in cui la Corte Suprema ha detto ‘se scappi dalla polizia è legittimo sospetto’». E il cortocircuito sociale si chiude con l’inevitabile effetto sulle comunità, prevalentemente afroamericane, che vivono nei quartieri più disagiati: sono loro a temere maggiormente l’incontro con le forze dell’ordine; sono loro a tentare di rifuggirlo; sono loro, come nel caso di Gray o quello, altrettanto recente di Michael Brown a Ferguson, Missouri, a cui capita più spesso di rimetterci la pelle.

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«Scappare non era sempre la cosa più intelligente da fare quando arrivavano i poliziotti, ma l’urgenza di mettersi a correre era così radicata che a volte era difficile star fermi». La sociologa Alice Goffman, che si è costruita un nome nel suo campo per i suoi metodi di ricerca, ha passato sei anni fianco a fianco con la comunità nera della Sesta Strada di Philadelphia, in uno dei quartieri più poveri e conseguentemente piagati da crimine e spaccio della metropoli della Pennsylvania. Il risultato, pubblicato un anno fa dalla University of Chicago Press, è On The Run, un ambizioso resoconto della sua esperienza e un interessante spaccato sociologico urbano. Il virgolettato citato pocanzi dice molto del saggio di Goffman, diventata amica, confidente e talvolta complice (almeno stando a quanto sostiene un pezzo di accusa uscito su New Republic in queste ore) di alcuni giovani ragazzi afroamericani del quartiere: scappare per loro è spesso l’unica via d’uscita per evitare di finire in carcere. Senza contare che spesso, banalmente, la fuga paga:  su 41 casi osservati direttamente dall’autrice, 24 volte il protagonista della vicenda è riuscito a sfuggire alla cattura mettendosi a correre.

«Dovendo stare lontani dalle forze dell’ordine e dalle corti federali, i giovani non ricorrono alla legge per proteggersi»

Nei quartieri come quello dove ha risieduto la Goffman la fuga è spesso «una conquista collettiva», si legge, nella misura in cui «un giovane si affida ad amici, parenti e vicini perché lo informino se vedono la polizia in avvicinamento». I nodi irrisolti del rapporto tra comunità più povere e polizia passano anche attraverso il paradosso vissuto dalle prime del non poter denunciare crimini subìti per timore di venire booked, schedati e arrestati. «Dovendo stare lontani dalle forze dell’ordine e dalle corti federali, i giovani tendono a non ricorrere alle risorse ordinarie fornite dalla legge per proteggersi», scrive Goffman. Il risultato è una spirale di violenza e vendette private che acutizza i problemi sociali di zone già colpite da ogni genere di criminalità.

La routine giornaliera dei giovani ragazzi neri della periferia di Philadelphia, riporta la sociologa, consiste nel non avere documenti identificativi con sé per timore di venire intercettati dai poliziotti, spesso persino del non conoscere il vero nome dei propri amici, abituati a fornire dati identificativi falsi per non peggiorare la propria situazione. Si tratta, poi, di evitare di seguire itinerari prevedibili, di non poter frequentare luoghi come gli ospedali dopo gli incidenti e le chiese durante i funerali dei propri conoscenti, di costruire una rete di relazioni su cui contare ciecamente per non venire scoperti. L’arte del fuggire richiede non soltanto l’ovvia prontezza ma anche molto studio: delle auto usate dai poliziotti in borghese, dei volti, dei movimenti, degli itinerari e delle scorciatoie. Influenza la quotidianità in modi e maniere inaspettate, che l’opera di Goffman racconta da una prospettiva interna.

Quello della fuga è un genere che ha trovato un’ampia rappresentazione anche nella cultura popolare: film come I guerrieri della notte o L’odio, per citare due esempi cinematografici famosi realizzati in tempi diversi, mettono in scena il complicato e claustrofobico mondo delle rincorse notturne nei vicoli dei quartieri disagiati. C’è anche chi dall’antica dinamica di guardie e ladri ha tirato fuori un gioco. Urban Manhunt è un’iniziativa nata in dieci città del Regno Unito che presenta regole molto semplici: un gruppo di persone, i cacciatori, deve braccarne un altro, le prede, attraverso le vie di Sheffield o Birmingham. Ma un bel gioco, recita l’adagio, dura poco. E nei quartieri dei project americani, al di là dell’oceano, nessuno ha molta voglia di giocare.

Nell’immagine in evidenza: un ragazzino gioca a basket nel quartiere Sandtown di Baltimora. 30 aprile 2015 (Andrew Burton/Getty Images)
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