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07:23 lunedì 3 agosto 2026
L’unica pasticceria al mondo che ha il permesso dello Studio Ghibli per fare dolcetti di Totoro è quella della cognata di Hayao Miyazaki Si chiama Shiro-Hige’s Cream Puff Factory e ne produce pochissimi alla volta: accaparrarseli è difficile quasi come riuscire a visitare il Ghibli Park.
Uno dei motivi della crisi di Ceuta sarebbe una sentenza della Corte Suprema spagnola che stabilisce che i migranti che arrivano in Spagna a nuoto non possono essere respinti Migliaia di persone sono entrate in una settimana aggirando a nuoto un frangiflutti. Non possono essere respinte perché non hanno aggirato nessuna barriera fisica.
Per festeggiare il 25esimo anniversario di Drukqs, Aphex Twin ha fatto una ristampa del disco in vinile, cd e pure musicassetta Con questa ristampa Aphex Twin raggiunge anche un traguardo personale: ora tutti i suoi album sono disponibili in vinile.
Da un grande problema con gli incendi boschivi derivano grandi problemi con le assicurazioni e i risarcimenti Il 75 per cento dei danni da catastrofe naturale in Europa non è coperto da nessuna polizza assicurativa, e la quota cresce ogni estate. In più, i danni causati dagli incendi non sono comunque coperti da queste polizze.
A Firenze aprirà il primo centro italiano specializzato in prevenzione e cura della dipendenza da social Aprirà subito dopo l'estate e si chiama Discover - Fuori dal guscio, accoglierà ragazzi e ragazze dai 10 ai 25 anni di età.
Finché potremo vedere e rivedere all’infinito quella scena di Drive, di Kavinsky non ci dimenticheremo mai È morto a 50 anni uno dei grandi protagonisti della scena elettronica. Di lui resta tanto ma soprattutto una canzone, Nightcall, pezzo fondamentale di un film indimenticabile.
C’è un motore di ricerca che vuole rendere accessibili liberamente e gratuitamente tutte le opere d’arte conservate in tutti i musei del mondo Su The Last Museum si trovano già 5,8 milioni di opere e l'archivio continua a crescere giorno dopo giorno. L'obiettivo è raccogliere tutta l'arte di tutti i tempi.
Sta per uscire un libro che raccoglie centinaia di schizzi e bozzetti di Yohji Yamamoto ritrovati per caso in un magazzino di Tokyo Si intitola Yohji Yamamoto Drawings, la curatela è di Peter Saville e i disegni sono stati selezionati da Yamamoto in persona.

Quello che piace al popolo

Le reazioni all'evento musicale più rilevante della nazione hanno rimarcato una spaccatura che sembra ormai irreversibile.

11 Febbraio 2019

Quest’anno agli Oscar ci sarebbe dovuta essere la nuova categoria “Miglior film popolare”, poi bloccata (tra gli altri pure da Spielberg, non esattamente un regista di nicchia) per il solito motivo: come si fa a stabilire cosa è popolare e cosa no? E poi come facciamo: saranno le solite poche migliaia di giurati a decretare il best movie “del pubblico”? Non dovrebbe deciderlo il pubblico stesso? Insomma, un bordello. In estrema sintesi: in cambio della mancata statuetta pop, l’Academy ha assegnato centordici candidature (tra cui quella per il miglior film) a Black Panther, che un tempo agli Oscar non ci sarebbe arrivato mai. Ed è, per mille motivi, giustissimo che ci arrivi oggi, anche se la ragione principale è appunto un’altra: nel neopopulismo pure dei media, se non l’avessero nominato qualcuno avrebbe fatto saltare in aria il Dolby Theatre.

Tutto questo non c’entra ma c’entra con il Sanremo appena concluso, anzi c’entra moltissimo, considerato che “televoto vs élite” è la notizia del giorno (su Repubblica alle pagine 2 e 3, prima della recessione), e considerato che i vicepremier del governo Conte ne stanno facendo accesissima materia di dibattito politico (anche per distrarre dalla recessione). Altra sintesi estrema. Da un lato c’è il secondo classificato Ultimo, sostenuto dal governo in carica in quanto più televotato: con grande sprezzo della mitomania, s’è persino rifiutato di posare per la tradizionale copertina di Tv Sorrisi e Canzoni dedicata al podio del Festival. Dall’altro Mahmood, il preferito di noi fighetti lobbyghèi serenedandini, autore di un gran pezzo (Soldi) che però non conta come argomento di discussione. Anche chi lo endorsa ne fa materia ugualmente politica, in direzione contraria: il ragazzo italo-egiziano di Gratosoglio è il simbolo dell’Italia meticcia e anti-salviniana, l’icona inattesa della rinnovata speranza Dem, il testimone di un Paese che non abbiamo più vergogna di esportare. Ci andrà lui all’Eurovision, e tutti tiriamo un sospiro di sollievo anche estetico: potevano finirci le scarpe scamosciate grigie del Volo.

Poi c’è la terza via, la più scivolosa, la più pelosa. A sostenere il poco televotato Mahmood fate un favore a quegli altri, scrivono oggi alcuni, gli servite l’indignazione sul piatto. È un triplo salto mortale che porta, forse involontariamente, a un unico scenario possibile: noi della bolla che ascoltiamo la nostra buona musica con un calice di vino biodinamico in mano, e la maggioranza che continuerà a sentire le sue canzoni di merda mangiando pasta scotta. Tanto non cambia nulla in ogni caso. È la tentazione che prende molti, in questo preciso momento storico in Italia: ognuno per la propria strada, non potremo incontrarci mai.

La spaccatura è irreversibile, e non poteva che essere l’evento più rilevante della nazione a rimarcarla. Naturalmente via social: gli annunci di Stato ormai si fanno altrove? Salvini si schiera con Ultimo su Twitter, Di Maio lo raggiunge qualche ora dopo, e poi Elisa Isoardi in cerca di riposizionamento forse più sentimentale che intellettuale (Mahmood è «la dimostrazione che l’incontro di culture differenti genera bellezza», hashtag: #top #culture), e Laura Boldrini che condivide il tweet di Isoardi, e Ultimo medesimo che sbrocca nelle storie di Instagram gridando al popolo (a chi se no) ci prenderemo gli stadi, alla faccia dei poteri forti che ci hanno ostacolato. Altro che gilet gialli.

Nel mezzo ci finiscono parole a caso in cui tutti cascano, sovranisti ed élite, governativi e non: «va ascoltata la volontà popolare», «il vincitore è un ragazzo italiano al cento per cento», «il pubblico pagante è stato tradito», «ha trionfato la musica di oggi». Nessuno riporta un dato: alle spalle di questa vittoria c’è un regolamento (complicatissimo, ma tant’è) che hanno sottoscritto tutti i cantanti in gara, dal primo all’Ultimo (scusate). Regolamento in cui il televoto pesava per più del cinquanta per cento, ma chi se ne importa: sarà sempre più facile e utile urlare che deve essere il popolo a decidere. Tutto. Sempre. Il popolo che, in questo caso, ha addirittura speso i suoi soldi per veder poi trionfare il preferito di Beppe Sala: scandalo! (L’altro dettaglio di cui non si tiene conto è che, se ci fosse solo il televoto, si tornerebbe al vecchio problema: le case discografiche si potrebbero direttamente comprare la vittoria. Ma chiudo subito la parentesi, il discorso è troppo lungo.) È finito il Festival di Sanremo e ci siamo ritrovati nella vera trasmissione che è il Paese: un’infinita puntata delle Iene. Il cast è il solito: il popolo e la kasta, i tanti e i pochi, le masse e i radical chic (sic). Da questo storytelling, si dice così, probabilmente non usciremo mai. E non abbiamo neanche uno Spielberg qualsiasi a salvarci.

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