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Il MIT di Boston sta pagando un professore per NON tenere un corso sulla storia, l’oppressione e la liberazione della Palestina Michel DeGraff da tre anni viene pagato per non fare il suo lavoro. Da quando ha proposto un corso che raccontava (anche) la storia palestinese.
Il Nepal c’è stata un’altra inondazione, forse causata da un altro crollo di un altro ghiacciaio Domenica 11 ottobre è esondato il fiume Budhi Gandaki, nel distretto di Gorkha, a due mesi dalle alluvioni che ad agosto avevano devastato la regione al confine con il Tibet.
Viviamo nella linea temporale in cui Carlo Calenda consiglia di ascoltare Blonde di Frank Ocean per la Giornata mondiale della salute mentale E in cui questo video diventa virale e viene trasformato in un meme dai profili social di Azione, partito di cui Calenda è leader.
Bad Bunny, Burna Boy, Robyn, Alex Consani, Lana Del Rey, il marito di Lana Del Rey e tutte le moltissime celebrity che interpreteranno i dj delle stazioni radiofoniche di GTA VI Sei di queste stazioni radiofoniche si possono già ascoltare sul sito del videogioco, in attesa del giorno dell'uscita, il 19 novembre.
Il governo israeliano ha preso piuttosto male il Premio Nobel per la Pace a Navanethem Pillay, cioè la presidente della Commissione Onu che per prima ha accusato Israele di aver commesso un genocidio a Gaza Il Ministero degli Esteri israeliano lo ha addirittura definito «la grottesca strumentalizzazione di un premio per legittimare l'odio e il pregiudizio».
Il Pentagono trasmetterà in diretta streaming la fucilazione del terrorista responsabile della strage di Fort Hood L'ultima esecuzione militare negli Stati Uniti risale al 1961. Il Segretario della Guerra Pete Hegseth ha deciso che "l'evento" va diffuso in ogni modo possibile e immaginabile.
La cosa migliore vista su internet questa settimana sono senza dubbio le reaction dei vincitori e delle vincitrici del Nobel alla notizia che avevano vinto il Nobel Pubblicate dagli stessi account social del Premio Nobel. Su tutte, spicca la foto di una esterrefatta Anne Carson.
Questo influencer non esiste ma ha comunque un sacco di follower, guadagna un sacco di soldi e vuole venderti un sacco di criptovalute Si chiama Jean Philanthrope, è comparso dal nulla a metà settembre, tira di boxe contro l'aria vestito sempre elegante e in tre giorni ha fatto milioni di visualizzazioni.

San Siro vs Barcellona

Due opere d'arte a confronto, una tattica e l'altra architettonica. Racconto di una notte non solo calcistica

30 Marzo 2012

La corazzata Potemkin è una cagata pazzesca.

Sono venuto a Milano su invito di Tim Small per vedere in tribuna l’andata dei quarti di finale di Champions League Milan – Barcellona. Non ero mai stato a San Siro; sono romano, sono condannato a vedere le partite all’Olimpico, lontanissimo dal campo non solo per via della pista d’atletica obbligatoria quando il tuo stadio vuole avere un nome così inappuntabile ma anche perché le tribune, costruite su un livello solo, sono ripide come un cd appoggiato su una penna e quindi più sali sugli spalti più si allontana il tuo sogno di vedere una partita dal vero. Venivo quindi a sperimentare la gioia di vedere una partita da vicino nel mio paese, dopo aver conosciuto, in un noioso pareggio West Ham – Middlesbrough di vari anni fa, l’emozione di poter capire, come a teatro, che Mendieta, ex fenomeno del Valencia e centrocampista degli ospiti, quel giorno era depresso. Volevo tornare a provare l’emozione di sentire l’umore dei calciatori senza protezione, senza la patina di normalità che la distanza dona a ogni errore e a ogni gran gesto.

L’altra opera d’arte che ero venuto a Milano apposta per vedere dal vivo non era Marina Abramovic ma La Squadra Più Forte di Tutti i Tempi, il Barcellona di Guardiola e dei suoi pacioccosi goons – Messi, Iniesta, Xavi, Piqué, Dani Alves, Puyol eccetera: piccoli tirapiedi di una mente ossessiva che stanno al loro allenatore – lo dico dopo aver visto la partita, prima non avrei osato pensarlo – come i piccoli tirapiedi gialli di Despicable Me stanno al loro capo malvagio.

Voglio confrontare le due opere d’arte accantonando il Milan, che ho già avuto occasione di vedere dal vivo all’Olimpico e del cui fascino, accresciuto dal fatto che ieri (mercoledì) ha giocato con l’epica maglia bianca (con cui ha vinto diverse finali di coppa) per risparmiarci la visione dell’orrenda seconda maglia verde-villaggio-vacanze del Barcellona, presentatosi per l’occasione nel più significativo classico azulgrana. Del Milan dico solo una cosa: visto da così vicino, Seedorf è Achab, un giocatore con la missione e l’ossessione della vittoria anche in una partita che pare quasi impossibile vincere; un leader disposto a giocare praticamente da difensore con il numero 10, praticamente a marcare il numero 10 avversario, Messi; circondato peraltro dai suoi Starbuck, Flask e Stubb: Nesta, Ibra e Ambrosini, tre figure diversissime tutte vissute e sbattute ma disposte ad ascoltare in mezzo al frastuono dello stadio gli ordini di Achab allenatore in campo.

San Siro:

Il miracolo di San Siro è sembrare enorme e minuscolo allo stesso tempo. Avvicinandomi allo stadio ho tremato nell’avvistare in lontananza l’astronave di cemento: i bagliori e i cori ambient che provenivano dall’interno accendevano appena una spaventosa struttura che minaccia lo sguardo con delle sovrumane sbarre rosse che, esaurita la funzione di reggere il terzo anello, si estendono in eccesso e terminano nel vuoto dell’aria. Alzo lo sguardo per provare a capacitarmi della presenza, nel vuoto, di una massa così enorme sopra la mia testa, e sento disarticolarsi la mia percezione della realtà. Un oggetto costruito per ospitare confortevolmente, al coperto, molte persone, si presenta all’esterno come uno spauracchio da cartone animato giapponese. Se si fosse sgranchito e trasformato in un robot il mio stupore complessivo non avrebbe cambiato natura ma solo intensità.

All’interno si sta stretti. La curva è molto vicina, l’altra curva pure, la tribuna di fronte pure. Essendo pieno, rimango stupito dalla promiscuità della situazione, da quelle settanta-ottantamila persone e più, e finché Tim non me lo fa notare, ignoro i giocatori che si riscaldano in campo. Dopo, scatto una foto a Ibra che si riscalda demolendo una traversa con un tiro. È molto alto.

[Brevi note di colore. Il nostro settore è pieno di “fighe mediaset”, camicie celesti, tacchi fuori norma, degli strani tipi agitati al confine fra hipster e tronisti con porkpie hat e giubbotti. Si avvistano mielose pettinature da Jane Fonda, sia bionde che rosse, su coprispalle in pelliccia. Gli scalini, che a Roma rimangono sempre occupati da chi non è soddisfatto del proprio posto, vengono qui sgomberati di continuo da una stewardess sulla quarantina che se potesse percorrerebbe la tribuna con le pattine per tenerla più pulita. Giovani bennati seduti sugli scalini la ignorano a lungo, la prendono in giro, e alla fine, misteriosamente, scompaiono dalle vie d’uscita (con mio enorme piacere, visto che soffro di attacchi di panico e ansia e per me vie d’uscita significa in realtà vie di fuga). Dietro Tim, un idiota critica con fortissimo accento milanese ogni azione del Milan. Ecco alcuni appunti: “Che scarpe di merda c’hai?” “Allarga!” “Torna, cazzo!” “Ma no!” “Ma stai su Messi!” Non sta zitto un attimo. A un certo punto urla un consiglio, il giocatore per caso fa esattamente quel che gli dice di fare, allora gli urla il consiglio contrario. Ecco come: “Sali! Sali! Ah no, che cazzo sali! Stai giù!” Tim mi chiede se è il caso di fargli una parte, gli accordo il permesso, e al settantatreesimo si gira e lo azzittisce dicendogli che è tutta la partita che urla. Dopo alcune strampalate proteste (“Potevi guardartela a casa!”) si azzittisce quasi del tutto, cioè diventa un tifoso normale e sostiene la squadra. Altro personaggio notevole intravisto: Berlusconi vestito di scuro che esce dal passaggio in cima alla tribuna a fine partita. Dietro di lui, sulle scale, quindici metri di stuolo umano, diamantato di fighe.]

Barcellona:

Da romanista, dopo aver visto dal vivo il Barcellona, che sarebbe a medio o lungo termine il modello da imitare per la squadra a cui tengo, la AS Roma catalano-americana di Luis Enrique, sono costretto ad affermare che il tiki taka è una cagata pazzesca.

Ho sul telefono un filmino lungo 49 secondi in cui riprendo la parte finale di una estenuante azione d’attacco del Barcellona. Nei 49 secondi ho contato 13 passaggi, quasi tutti in orizzontale. Io e Tim eravamo seduti proprio là davanti, sulla trequarti d’attacco degli ospiti, ho potuto così farmi l’idea più realistica possibile di cosa sta portando in giro per il mondo il club che sta radendo al suolo il calcio europeo e internazionale vincendo tutto. Le azioni del Barça sono noiose. Le occasionali accelerazioni verticali di Messi, le efficaci aperture laterali di Xavi e Iniesta per la salita a destra di Dani Alves, mi hanno affascinato per qualche anno finché una sera di due mesi fa non ho visto in tv la partita di andata degli ottavi in casa del Bayer Leverkusen e non ho cominciato a sospettare che mi stavo stufando di quel ritmo soporifero e di quel controllo corpuscolare del gioco di cui parla Sandro Modeo ne Il Barça. Ieri, a San Siro, ho avuto la prova definitiva, quella emotiva, affettiva, che il Barcellona non mi interessa. Seduto fra milanisti, ero mimeticamente sensibile alla loro paura, e la decina circa di palle gol degli avversari giustificavano l’orrore dei tifosi e la tensione costante. Ma non tifando, nel profondo, visceralmente, per nessuna delle due squadre, trovavo molto più perspicuo e attinente all’esperienza partita di calcio un tentato stop di Telespalla Ibra con i suoi piedi lunghi da pagliaccio, in equilibrio impossibile fra Piqué e Busquets, nel deserto della metà campo avversaria, disperato e volenteroso, pionieristico, speranzoso di veder salire il resto della squadra al primo segno di avvenuto controllo della palla. E invece il gioco del Barcellona di Guardiola, che fin dalla prima finale di Champions vinta tre anni fa è stato tutelato dall’Uefa ed esibito come segno di salute del calcio europeo, ammorba il campo con un controllo anale, autistico, che visto finalmente alla giusta distanza mi ha dato l’idea di trasformare il campo di calcio in qualcosa che non dovrebbe essere. Il Barcellona gioca a calcetto. Gioca praticamente da fermo.

Chi si è formato con Holly e Benji sa per certo che il calcio ha due facce: una è quella in cui il campo è un rullo verde che scorre sotto i piedi dei giocatori lanciati in contropiede; l’altra è quella in cui tutto è fermo, il tempo e lo spazio, in un Mexican standoff che può durare anche una puntata intera, e che è bello per noi spettatori soltanto nella misura in cui abbiamo accesso ai pensieri di Holly sul suo allenatore brasiliano o sulla cardiopatia di Julian Ross.

Ibra era la prima faccia di Holly e Benji: il campo sotto i suoi piedi è un dragone srotolato e pazzo su cui un uomo enorme dai piedi enormi e dal volto eternamente concentrato cerca di mantenere un equilibrio commovente che produce in me sentimenti romantici e riflessioni sulla morte. Appena gli riesce un assist di esterno per lanciare El Shaarawy sulla fascia, assist eseguito nello stesso istante in cui si produce lo stop su un punto qualunque dell’enorme scarpino mentre con le spalle e i gomiti tiene lontani due difensori senza mai perdere la sua aria perennemente concentrata, il cuore mi balza in petto e capisco perché il calcio ha deciso di darci come scenario questo assurdo campo lungo cento metri: il campo è il mare aperto, e anche se la cosa presenta problemi logistici (specialmente per chi lo deve percorrere), questo mare aperto, e il destino degli sfortunati che devono attraversarne, su zattere con tacchetti, l’instabile superficie, è tutta la sostanza emotiva dei novanta minuti della partita.

Il Barça che ho visto è una compagnia di persone incapaci di stare sole, che si tengono strette ogni momento, accompagnandosi per il campo anzi accampandosi di continuo nelle zone che contano. Il Barça si accampa sulla trequarti e comincia a nasconderti la palla. Ti tiene lì con un ostinato preliminare dell’atto sessuale di tirare in porta. Ti bacia, ti stuzzica, ti tocca, ti accarezza, e a un certo punto ti stufa.

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