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05:16 sabato 12 settembre 2026
Da gennaio la Svezia dà un “sussidio di rimpatrio” alle persone immigrate per andarsene via dal Paese, ma finora non lo ha richiesto praticamente nessuno Il programma è partito a inizio 2026. Finora ci hanno aderito soltanto 171 persone in tutta la Svezia. I cittadini stranieri sono più di due milioni, un quinto della popolazione totale.
C’è un videogioco in cui vivi le poche gioie e i tanti dolori di un dipendente di una piccola casa editrice indipendente Si chiama Small Press Tycoon, tutte le cose che si dicono e si vedono nel gioco fanno molto ridere perché, chi lavora nell'editoria indipendente può confermare, sono molto vere.
Secondo uno dei capi della sicurezza di Anthropic, «c’è il 10 per centro di probabilità che l’AI ci uccida tutti entro questo decennio» L'ennesimo dirigente di un'azienda AI che dice che le aziende AI stanno per far succedere qualcosa di grave. Senza che nessuno intervenga per fermarle.
Da oggi è disponibile in streaming La Superviviente, un incredibile documentario sulla donna che si inventò di essere una sopravvissuta all’11 settembre Diretto da Kike Maíllo, racconta la storia Alicia Esteve, che per sei anni finse di essere la sopravvissuta Tania Head. Finse tanto bene da diventare la presidente dell'Associazione dei sopravvissuti del World Trade Center.
Queste parole pronunciate nel 1979 da Emma Bonino sull’ipocrisia degli antiabortisti non sono mai state così attuali e così vere «Sono contro l'aborto, dicono. Però contro l'aborto clandestino nessuno faceva assolutamente niente», disse, in una storica puntata di Acquario di Maurizio Costanzo, andata in onda nel 1979 e disponibile su RaiPlay.
Che siano un record o meno poco importa, i 25 minuti di applausi per NAZA sono il momento più importante di questa Mostra del Cinema È l'unico documentario in concorso, il titolo è un acronimo militare israeliano che indica i civili che si prevede moriranno in un attacco e lo hanno realizzato due dei registi di No Other Land.
I Muse hanno dovuto cambiare nome utente su Instagram perché Muse ora è il nome del nuovo assistente AI di Meta La band è stata costretta ad abbandonare @Muse e accontentarsi di @Musetheband, perché l'AI, evidentemente, conta più della band.
Un’inchiesta di Haaretz sul 7 ottobre 2023 è valsa al giornale una querela di Benjamin Netanyahu in persona Il giornale sostiene che Netanyahu non prese alcuna iniziativa nonostante fosse stato avvertito di un imminente attentato di Hamas pochi giorni prima del 7 ottobre.

Una madre su 5 si pente del nome dato a suo figlio

01 Settembre 2016

Sul suo sito, il Guardian ha riportato una ricerca le cui conclusioni sono che una madre su 5 “soffre” di un peculiare «rimpianto nominativo» e dichiara che, se potesse, cambierebbe il nome che ha dato a suo figlio. I nomi, inglesi, che più frequentemente generano ripensamenti sono risultati: Charlotte, Amelia, Anne, Daniel, Jacob, James e Thomas.

Nomi a parte, la ricerca, nonostante si riferisca a un altro Paese, può essere interessante anche per noi. Le motivazioni che vengono addotte per questo rimpianto sono varie: la più frequente (e comprensibile) è la scoperta di aver scelto un nome troppo usato (25% delle risposte); il 10% sostiene, invece, che non è adatto alla personalità del bambino; l’11% dice che non si distingue abbastanza; un altro 11% riporta che il bambino non riesce a pronunciarlo bene; un 6% non ne apprezza il diminutivo; il 3% lega il rimpianto al cambiamento subito dal nome nella percezione pubblica; l’uno si dichiara scontenta per il fatto che una celebrità ha usato la stesso nome per suo figlio.

Le idee sul nome cambiano di solito nelle prime sei settimane dalla nascita, un po’ meno spesso quando il bambino inizia a frequentare il nido o la scuola dell’infanzia, molto più raro che ce ne si accorga nel giro di un paio di giorni dopo il parto. Molto interessanti anche le testimonianze di madri che rimpiangono la scelta, riportate sul Guardian: «È stato scelto da un gruppo terroristico dopo la sua nascita», dice una. «Dopo la sua nascita, Elsa è diventato abusato per colpa di Frozen e mia figlia lo odia». «Dopo il parto ho sofferto di una tremenda depressione, le ho dato un nome molto alla moda, che si sente ovunque in giro».

Justine Roberts, fondatrice di Mumsnet, l’associazione che ha condotto la ricerca, ha commentato: «Scegliere un nome è una delle prime cose che si fa da genitori e, in qualche modo, realizzare di aver sbagliato è un grande esercizio pratico di genitorialità: fai un sacco di ricerca e di lavoro su qualcosa, cerchi di accontentare molte persone alla volta e alla fine succede che sbagli».

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