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23:06 domenica 1 marzo 2026
Oltre al nuovo disco i Gorillaz hanno fatto uscire un film d’animazione che si può vedere gratis su YouTube Il film si intitola The Mountain, The Moon Cave and The Sad God ed esce nello stesso giorno del loro nuovo disco, The Mountain.
Ai Cèsar, il più importante premio cinematografico francese, il pubblico ha subissato di fischi il video tributo a Brigitte Bardot Pochi applausi, moltissimi fischi e anche un grido, che si è sentito distintamente durante la diretta: «Razzista!».
Una racconto distopico in cui l’AI distrugge l’economia mondiale pubblicato su un blog ha causato una perdita di 200 miliardi sul mercato azionario Secondo alcuni si è trattato di una coincidenza. Secondo altri, il racconto ha mandato nel panico gli investitori e stravolto i mercati per un giorno intero.
Mastro Lindo è andato in pensione dopo 68 anni di onorata carriera nell’industria delle pulizie La multinazionale P&G ha deciso di ritirare il logo e ha dato l'annuncio con una conferenza stampa tenuta dallo stesso Mastro Lindo su Instagram.
Paramount è riuscita a prendersi Warner, ma adesso dovrà pagare quasi tre miliardi di penale a Netflix Che si vanno ad aggiungere ai 77 che spenderà per completare l'acquisizione. Che comunque potrebbe non completarsi, se l'Antitrust non darà il via libera. E in questo caso, Paramount dovrà pagare altri 7 miliardi di multa.
Il ministro della Difesa pakistano ha dichiarato guerra all’Afghanistan con un post su X Per il diritto internazionale, ovviamente, non si può dichiarare guerra a un Paese via social, ma a Khawaja Mohammad Asif sembra non importare.
Non si è capito se è stato Morgan a non voler duettare con Chiello o Chiello a non voler duettare con Morgan nella serata delle cover di Sanremo Morgan ha detto che è stato lui a decidere di non esibirsi con Chiello, Chiello ha detto che la scelta di fare da solo è tutta sua.
I prezzi dei club di Berlino sono aumentati così tanto che è stato necessario inventarsi il termine technoinflazione Tutto è partito dal Berghain, ovviamente, che negli ultimi tre anni ha aumentato il costo del biglietto del 20 per cento. E tutti gli altri hanno seguito.

Cosa non funziona nel referendum sulle trivelle

La portata, i controsensi, le mistificazioni. La campagna mediatica anti-trivellazioni non tiene conto di un dato: le trivelle da fermare, di fatto, non esistono.

12 Aprile 2016

Il 17 aprile, com’è ormai noto, chi vorrà andrà alle urne per un referendum promosso – per la prima volta nella storia repubblicana – da dieci Consigli regionali su iniziativa di alcune organizzazioni ambientaliste, un coordinamento nazionale “No Triv” e l’associazione A Sud. Il singolo quesito su cui votare riguarda l’abrogazione di una comma di una legge del 2006 che permette ai giacimenti di idrocarburi siti entro 12 miglia nautiche dalla costa italiana (il limite delle acque territoriali) di essere sfruttati fino al loro esaurimento. Ciò che è stato ribattezzato “referendum sulle trivelle” è rapidamente diventato terreno di scontro politico e oggetto di inviti all’azione variamente urgenti. La realtà è che si tratta di un quesito marginale, che non incide significativamente sulla decantata “difesa del nostro mare” e che in diversi casi è stato sapientemente cavalcato per scopi tutt’altro che ambientalisti. Cosa non funziona nel “referendum sulle trivelle” del 17 aprile?

Il nome. Non si vota sulle “trivelle”, anche se in molti sembrano convinti del contrario. Le piattaforme interessate dal referendum sono già operanti da anni nelle acque territoriali, cioè entro le 12 miglia marine. Le trivelle, i nuovi scavi, sono già proibiti per legge e non entrano nella materia referendaria. Il richiamo alle trivellazioni e i flash mob a tema inquinamento petrolifero promossi, tra gli altri, da Greenpeace sono mere esche per il Sì.

La portata. Delle 66 concessioni estrattive marine in essere oggi in Italia, due terzi riguardano piattaforme che si trovano oltre il limite delle acque territoriali: la maggior parte delle estrazioni non verrà quindi toccata dal referendum in ogni caso. Le 21 interessate dall’esito elettorale sono all’80% votate all’estrazione di gas metano, fonte di energia pulita (che col petrolio, in termini di impatto ambientale, ha poco da spartire). Queste ultime, peraltro, anche in caso di vittoria del Sì nella maggior parte dei casi continuerebbero a estrarre per altri quindici anni, fino alla scadenza dei rinnovi permessi dall’attuale normativa.

I controsensi. Dai promotori di un referendum che si prefigge la missione di «unire le forze nazionali e locali di resistenza contro progetti di ricerca, estrazione, stoccaggio, trasporto e raffinazione di idrocarburi liquidi e gassosi», ci si aspetterebbe perlomeno una ferma adesione a questi proclami. Il presidente della regione Puglia Michele Emiliano, invece, tra i più fermi difensori del quesito, ha risposto ai timori di ricadute occupazionali sul settore sostenendo che in caso di vittoria del Sì «rientrerà in vigore la legge del ‘91 che prevedeva la proroga della concessione dei pozzi di cinque anni in cinque anni nella fase finale». Allo stato attuale, le concessioni degli impianti vengono rinnovate una prima volta dopo trent’anni, una seconda dopo altri dieci, e per sole altre due volte a intervalli di cinque anni. Il passaggio del Sì renderebbe impossibile rinnovi ulteriori per sfruttare i giacimenti, almeno in teoria. In sostanza però, prendendo per buone le esternazioni di Emiliano, anche se l’abrogazione da lui stesso sostenuta venisse sancita si potrebbe tranquillamente far finta di nulla.

SPAIN-OIL-ENVIRONMENT

Le mistificazioni. Non bastassero le trivelle che non lo erano e il nero petrolio che invece si scoprì essere soprattutto metano, il fronte del Sì durante la campagna elettorale si è distinto per una serie di approssimazioni, esagerazioni e menzogne dure e pure. Uno spot di Greenpeace che ha coinvolto 12 personaggi famosi (tra gli altri Valeria Golino, Claudio Santamaria, Noemi e Nino Frassica) propone di andare a votare per difendere «il nostro mare» che «non è un giacimento né un parcheggio», nonostante non ci sia alcun intervento di modifica ambientale in ballo. Inoltre i comitati No Triv hanno postulato una connessione tra presenza di piattaforme e cali del turismo; ma, come nota il Post, l’Emilia Romagna, la regione con più strutture di estrazione, non ha risentito di particolari contraccolpi in questo senso. In tanti, e tra gli altri Maurizio Landini, parlano della necessità di «una riconversione ecologica del sistema economico», dando per impossibile la convivenza tra estrazione di idrocarburi e sviluppo delle fonti rinnovabili. Eppure la Norvegia, tra i principali produttori di energia green a livello mondiale, è anche tra i principali Paesi estrattori di petrolio. Per finire, è forse sufficiente citare certe immagini virali di disastri ecologici, evocative molto più che informative (per sopperire alla quota del fabbisogno oggi garantito dalle piattaforme, anzi, bisognerebbe accettare il transito di nuove petroliere nel Mediterraneo, aumentando il rischio di scenari più simili a quelli delle immagini strappa-indignazione).

La strumentalizzazione. Gli stessi promotori del Sì sostengono che si tratti di «un voto immediatamente politico»: prima delle remore ambientali, lo scopo primario della consultazione è «dire la propria sulla Strategia Energetica nazionale che da Monti a Renzi resta l’emblema dell’offesa ai territori». I nove Consigli regionali che hanno aderito alla carovana referendaria secondo alcune analisi avrebbero agito in primis per dare un segnale a un governo che con il cosiddetto decreto “Sblocca Italia” e la riforma costituzionale li sta depotenziando (è anche la visione dei promotori del No, a onor del vero).

Pur sperando nella buona fede di chi aderisce all’una o all’altra causa, molti accostamenti tra i recenti scandali legati al governo Renzi e la materia referendaria appaiono pretestuosi: la cosiddetta “Trivellopoli” propagandata dal Movimento 5 stelle dopo le recenti dimissioni del ministro Guidi ha ben poco a che fare col quesito sulle “trivelle”. E se anche Renzi avesse «le mani sporche di petrolio» di cui parlano i grillini, non sarebbe il passaggio del referendum a lavargliele. Antonio Padellaro ha scritto sul Fatto quotidiano di essere passato dall’astensione all’intenzione di votare Sì per dire «no al familismo amorale dei padri banchieri (Boschi), dei figli da sistemare (Lupi), e ora anche dei fidanzati imprenditori», nonché addirittura «alle leggi scritte sotto dettatura di banche, banchieri e petrolieri, della Confindustria, Fiat e Mediaset, della Lega Coop e Compagnia delle Opere». Tra tutti i promotori del sì – uno spettro politico che va da CasaPound alla Lega Nord, e da Fratelli d’Italia al Movimento 5 stelle, passando per Sinistra ecologia libertà – Beppe Grillo ha tenuto fede al claim del suo partito, sostenendo con un’onestà encomiabile: «Bisogna andare a votare Sì, senza capire. Bisogna dire sì e basta».

Immagini: in testata alcuni ragazzini fanno il bagno nel mar Caspio a Baku nel 2015. (Afp Photo/ Tofik Babayev/Getty Images); nel testo piattaforme ormeggiate nel porto di Santa Cruz de Tenerife nel giugno 2014 (Afp Photo/Desiree Martin).
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