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Pietro Corraini e l’arte di fare libri

Abbiamo parlato di futuro con il figlio dei fondatori di una delle case editrici più originali d'Italia.

di Serena Scarpello

Pietro Corraini, illustrazione di Felix Petruška

Entrare nello studio di Pietro Corraini, 38 anni, figlio di Marzia e Maurizio, fondatori della casa editrice più originale d’Italia, è come entrare in un’opera d’arte di impossibile catalogazione. Questo perché Corraini nasce, qualche anno prima di Pietro, come galleria d’arte, diventa casa editrice, per poi iniziare a crescere e continuare quel processo di continua trasformazione che ne ha fatto oggi anche una libreria, un laboratorio, una rivista. Con una sola e unica regola: che non ci sono regole.

ⓢ Pietro, non possiamo che partire dalla situazione attuale. L’editoria è tra i settori più colpiti dal Coronavirus (librerie chiuse, fiere rimandate). Come stai vivendo questo particolare periodo?
È un periodo strano, stiamo lavorando tutti a ritmi rallentati e tutti da remoto, ci si rende conto che il lavoro non è solo quello di produrre libri, ma quello di produrre contenuti e tempo in qualche modo: il tempo che si impiega a fare o leggere un libro, a guardarlo, stamparlo, sfogliarlo e, spesso, scarabocchiarlo. In questi giorni moltissimi amici autori, artisti, illustratori e librai ci hanno mandato contributi, letture e suggerimenti da condividere online sulle nostre pagine social, penso sia un modo anche se disordinato e non pianificato di essere presenti, di dire ci siamo e siamo tutti sulla stessa barca, e che anche se chiusi in casa e lontani facciamo, ora sempre di più, parte di una comunità. Per il dopo stiamo pensando bene a come muoverci: il mondo sarà un mondo nuovo, le distanze geografiche saranno di nuovo enormi e contemporaneamente inesistenti come mai prima d’ora nella storia dell’uomo; mi immagino che il sistema di distribuzione, creazione, condivisione e collaborazione cambierà radicalmente: in questi giorni abbiamo tutti riscoperto la prossimità come valore, e non diamo più per scontato che sotto casa ci sia a disposizione ogni bene prodotto da essere umano. Sarà bello reinventarsi assieme a tutti gli amici vicini e lontani.

ⓢ Raccontami la storia di Corraini Edizioni.
I miei genitori aprirono una piccola galleria d’arte a Viadana, prima di decidere di spostarsi a Mantova per aprirne una più grande, Il Chiodo. Hanno lavorato con artisti importanti dell’epoca e hanno iniziato a mettere in mostra un certo tipo di oggetti spesso a cavallo tra design, arte e progettazione, senza mai avere dei confini precisi, cosa adesso molto più comune di allora. Pian piano hanno iniziato a fare una serie di cataloghi delle mostre che facevano che diventarono sempre più indipendenti. Volevano lavorare con gli artisti sull’oggetto catalogo quasi come fosse un oggetto a sé, un libro d’artista non in tiratura ma fatto in maniera industriale.

ⓢ Ed è quello che accadde con Bruno Munari.
Lui venne prima invitato a partecipare alle mostre della galleria d’arte e poi con mio padre progettò una prima collana editoriale: i Block Notes, piccoli libretti con un buco in copertina che serviva a fare entrare dentro le persone. È nato poi un rapporto di amicizia e stima reciproca, iniziarono a riprendere libri che non erano in produzione da molto tempo e poi la cosa si allargò fino ad arrivare ad oggi in cui la parte editoriale è diventata quella predominante.

ⓢ Quali sono stati i tuoi primi passi in questo mondo?
Io ho studiato design al Politecnico di Milano e mi sono sempre interessato al mondo della comunicazione, soprattutto al linguaggio visivo. Sai, se cresci in un mondo in cui non c’è una distinzione netta tra lavoro e vita privata è naturale che tu stesso ne faccia parte. All’asilo le insegnanti mi richiamavano perché facevo dei disegni strani, in realtà stavo solo ricopiando le cose che vedevo, come quella volta che illustrai una mostra di Piero Dorazio. Quel livello di astrazione e la capacità di lavorare con il libro e i contenuti stessi in una maniera diversa l’ho sempre avuta. Qui dove c’è la casa editrice c’è anche il mio studio grafico indipendente.

ⓢ E che tipo di contaminazione si crea?
C’è innanzitutto una commistione fisica. Ho sempre promosso l’idea di non mettere dei confini tra le cose, mi rendo conto che sarebbe molto più comodo averli però a livello creativo non credo funzioni. Il fatto stesso che la libreria sia al piano terra appartiene a questa idea di base. 121 (il nome nasce dal fatto che inizialmente doveva restare aperta centoventuno giorni, nda) è la prima delle nostre librerie, è nata dieci anni fa a Milano da un mio impulso. Certo non avevo un gran potere decisionale all’epoca ma ero già in azienda e la necessità di avere uno spazio era comune. Oggi le stiamo reinventano e stiamo cercando di capire come caratterizzarle come luoghi fisici.

ⓢ Quanto è sostenibile oggi far andare avanti tutto questo?
Il mondo dell’editoria, o meglio, quello della produzione e della distribuzione dei contenuti in generale, è in continua trasformazione in questo momento. C’è un player, Amazon, che ha stravolto più di tutti il mercato distruggendolo, nel senso che l’ha cambiato radicalmente. Io insegno all’Università di Bolzano e ho un corso al Naba, dove mi piace sperimentare nuove idee e avviare riflessioni. Quest’anno ho tenuto un corso dal titolo “After the end of the book” perché penso sia arrivato il momento di ripensarlo, il che non vuol dire augurarsi la morte del libro, ma nemmeno farsi trovare impreparati. Il lavoro che sto cercando di fare è iniziare a ragionare sull’idea che il libro è un supporto, un contenuto e un oggetto in sé ma che abbia bisogno di un contesto e di una narrazione.

ⓢ Lavorare intorno al libro. Come ci riesci?
Creando un ecosistema dove l’autore lavora per fare dei laboratori e lavora con le persone, la libreria diventa un luogo dove ha senso che tu vada perchè in un’altra libreria non sarebbe la stessa cosa. Abbiamo per esempio avviato dei progetti, “Ode ai librai”, nei quali gli autori dei libri diventano autori della libreria. E così per alcune settimane entrare nella libreria è diventato come entrare in un libro. Con Parasite 2.0, un collettivo di designer e architetti abbiamo svuotato la libreria, installato un deserto, e riallestito lo spazio solo con i titoli selezionati da loro, 60 titoli che andavano da Autoprogettazione di Enzo Mari a Manifesto di Una Bomber di Ted Kaczynski. Ogni libro che veniva comprato veniva marchiato con un ex libris proprio per dargli un’unicità.

 Come nasce la vostra rivista I sedicesimi?
Nasce dieci anni fa e la genesi è la stessa del concetto che sta alla base dei libri illeggibili di Munari. L’idea mi venne chiacchierando con il mio relatore di tesi: volevo fare una rivista di grafica in un momento in cui di riviste di grafica non ce ne erano tante in Italia, così mi sono chiesto: a me interessa leggere una rivista di grafica? No, a me piace vedere cosa fa una rivista di grafica. Il sedicesimo è infatti come se fosse una galleria d’arte, uno spazio composto da 16 pagine completamente libere in cui non c’è una griglia tipografica, non c’è niente. Alcuni si aprono in un modo, altri in un altro, diventano come degli spettacoli, dei teatri. Sono tutti molto diversi. Ad un certo punto ne ho fatto uno anche io sulle previsioni del tempo. Guarda, non c’è scritto niente, solo «Emergenza caldo» a un certo punto. Sono comunque tutti figli della stessa famiglia. Un grafico svizzero si è fatto mandare direttamente le lastre e ce le ha rimandate indietro incise con l’acido. E questo non si può fare se non direttamente in collaborazione con dei tipografi che si prendono a cuore quello che stiamo facendo. Da alcuni nascono dei veri e propri oggetti che poi per esempio finiscono al Mambo di Bologna, o dei giochi in scatola per bambini, a volte sono dei set di timbri, per la realizzazione dei quali ci capita spesso di coinvolgere dei fablab: la commistione tra competenze diverse è davvero fondamentale per me.

ⓢ Quali progetti avete per il 2020?
Un progetto sull’editoria iperlocale: sto cercando un sistema per lavorare a delle micro produzioni legate a situazioni super territoriali ma di alta qualità, coinvolgendo autori e illustratori di grande livello su tutto il territorio italiano. Per me il popolare può essere dignitoso, alto, bello e raffinato. Il mio obiettivo è diventare abbastanza capillare nel giro di due, tre anni.

ⓢ Come ti confronti con i tuoi genitori nel lavoro di tutti i giorni?
Litigando. Il confronto è quotidiano e frizzante, oserei dire. Abbiamo discussioni su tematiche di decisioni pragmatiche però condividiamo molto la visione di ciò che stiamo facendo: stiamo facendo dei libri, lo facciamo nel modo in cui crediamo, dando spazio agli autori.

ⓢ Tu hai tre figlie. Credi che un domani lavoreranno con te?
Qualche settimana fa è venuto un nostro amico a trovarci in libreria con il figlio di 3 anni che a un certo punto si è chiuso in bagno a chiave e non sapeva come uscire. Io sono entrato dalla finestra e abbiamo risolto tutto velocemente. Dopo però Matilde ha fatto un ottavino per raccontarlo. Tieni conto inoltre che mia moglie è una scrittrice, mia sorella Anna lavora nell’ambito della grafica e della comunicazione, insomma per le mie figlie è normale assorbire da questo contesto e non c’è differenza tra un libro, un videogioco, un film, un gioco sullo smartphone.

ⓢ E tu come ti aggiorni?
Con l’insegnamento all’università e il continuo confronto con gli studenti. L’anno scorso la Naba ha fatto un corso sugli assistenti locali ed è così ho imparato a programmare. Inoltre prepararsi a una lezione è un modo per autocostringersi a prendersi degli spazi per pensare, leggere, tenersi aggiornati. Poi mi piace stimolarli, gli dico di osare e loro lo fanno perché c’è un totale disinteresse nella cosa. Due anni fa abbiamo fatto una mostra con un giovane designer, Andrea De Chirico che mi disse una frase che secondo me riassume meglio questa generazione: «Ma noi lo sappiamo che ci sono i grandi maestri, però anche sticazzi». Questo li rende molto più liberi di sbagliare, dissacranti. Uno studente un giorno mi ha detto che i libri non gli piacciono, io gli ho risposto, ok allora esprimilo: ha aperto un account su Instagram @cattivi_libri in cui pubblica le recensioni negative sui testi più vari.

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