Il film di Francesco Sossai, presentato a Cannes e appena arrivato in sala, si muove lontanissimo dal tracciato del cinema italiano contemporaneo: di questo, di Veneto e di serate alcoliche abbiamo parlato con lui.
L’intervista che state per leggere è stata fatta il 6 maggio, di pomeriggio. Diverse ore prima della cerimonia dei David di Donatello. Alla fine, come sapete, Pierpaolo Capovilla non ha vinto il premio per il miglior attore protagonista: è andato a Sergio Romano, sempre per lo stesso film, Le città di pianura di Francesco Sossai. È stata una chiacchierata intensa, piena di spunti e di riflessioni. Poco prima di salutarci, Capovilla mi ha detto: «Ti abbraccio. Un abbraccio partigiano». E ancora prima, quando parlavamo di maestri, ha voluto precisare che: «Io sono sicuramente un cattivo maestro». Ha riso molto durante questa intervista, e si è raccontato senza filtri: è andato avanti e indietro, nel passato remoto e in quello più vicino. Ha parlato di musica e di cinema, dell’esperienza straordinaria de Le città di pianura e di che cosa significa per lui esibirsi dal vivo durante i concerti. Ha parlato di responsabilità e di arte, e poi del compito dell’intellettuale e della sua postura critica. È tornato alla sua infanzia, alla sua famiglia, all’educazione fortemente cattolica che ha ricevuto. E ha recitato una poesia di Vladimir Vladimirovič Majakovskij.
ⓢ Hai più aspettative o ansie per la cerimonia dei David di Donatello?
Non ho nessuna ansia da prestazione, credimi. Il successo del film, de Le città di pianura, è già abbastanza clamoroso, quindi sono contento così. Per il resto, provo a pensare ad altro.
ⓢ La clip in cui sbadigli durante il discorso del ministro Giuli al Quirinale è stata ripresa ovunque.
Sì, ho visto. Mi sono fatto delle grandi risate. (ride, ndr)
ⓢ È stato un incidente o è stata una cosa voluta?
Guarda, la camera era fissa su di me. L’ho fatto proprio apposta.
ⓢ Quindi volevi essere ripreso.
Speravo che venisse trasmesso, sì. E comunque era uno sbuffo, dai, niente di che. Ho trovato difficile da sopportare l’arte retorica del ministro.
ⓢ Perché?
Perché mi è sembrata insufficiente, inadeguata e anche un po’ doppiogiochista. Dopotutto, è di un ministro di questo governo che stiamo parlando. Viviamo in un Paese cachistocratico. Sai che cosa significa? Nell’antica Grecia era l’esatto opposto dell’aristocrazia. E se l’aristocrazia era il governo dei migliori, di quelli che tenevano alla patria e al futuro delle prossime generazioni, la cachistocrazia era il governo dei peggiori, di chi non aveva alcun interesse e stava lì soltanto per occupare un posto di potere.
ⓢ Ed è così anche per questo governo?
Non vedo nessun altro obiettivo e nessun’altra ambizione da parte di questo ceto politico. Non gliene frega assolutamente niente delle prossime generazioni e, se è per questo, neanche delle presenti.
ⓢ In quel bel pezzo che hai scritto per Rolling Stone Italia, in cui hai raccontato la tua esperienza ne Le città di pianura, quando hai descritto Francesco Sossai, il regista, hai detto che è «un’ottima forchetta e un ottimo bevitore». È difficile fidarsi di chi non beve o mangia bene?
(ride, ndr) Non me lo ricordo questo dettaglio, onestamente. Con Francesco ci siamo trovati subito. Apparteniamo alla stessa famiglia.
ⓢ E con Sergio Romano?
Abbiamo cominciato a prepararci un mese prima dell’inizio delle riprese. Abbiamo fatto degli incontri psico-dinamici. Non c’entrano niente Stanislavskij o il suo metodo. Dovevamo imparare a guardarci negli occhi e a riconoscere i nostri sentimenti senza dire niente. Ed è stata molto utile, questa cosa qui. Con Sergio siamo diventati molto amici, dei fratelli. E anche con Filippo Scotti.
ⓢ Lui è arrivato dopo.
Filippo è un ragazzo speciale, giovane, guardingo, intellettualmente puntuale. Per me è stata un’avventura fatta di coesione e di comunione di intenti e di zero – voglio sottolinearlo: zero – competizione.
ⓢ È una cosa che ti ha colpito?
Da marxista quale sono non posso non ricordare l’insegnamento di Marx. La prima cosa che fa il capitale è impedirti di cooperare, ti pone in competizione contro tutti. In questo modo, costi di meno. Senza poi pensare al tema della sussunzione. Il capitale ti dà il lavoro non per liberarti, ma per l’esatto opposto. Non sussume solo il lavoro, il capitale. Sussume tutto. Sussume le persone, i rapporti; sussume anche l’eros. Sembra quasi che non ci sia altra alternativa che la resa.
ⓢ Non capita anche nella musica di “cooperare senza invidia”?
Per quella che è stata la mia esperienza, no. Poi per carità: tutti mi hanno ripetuto che Le città di pianura è un’eccezione, che non è sempre così nel cinema. Ma io sono stato veramente bene! Io sono un neofita, un debuttante assoluto. Ho contribuito al film con modestia, volendo imparare un mestiere che non conoscevo. Nel jet set del rock, quello che conosco io, perché poi ce ne sono altri: c’è il pop, c’è il rap, c’è la trap, bla bla bla… (sbuffa, ndr) Nel jet set del rock, dicevo, io ho sempre percepito un processo di competizione evidente. Ed è un peccato. Un tempo, sentirsi parte di una scena era importante. Ricordo che una volta ho fatto una chiacchierata con Carlo Casale, il cantante dei Frigidaire Tango, un gruppo che negli anni Ottanta ebbe un certo successo, che faceva parte della new wave italiana…
ⓢ E che cosa ti ha detto?
Carlo mi ha detto che in quel periodo, in quello della new wave, volevano fare tutti qualcosa di diverso, perché si volevano distinguere. Allo stesso tempo, però, si sentivano parte di una realtà più grande, di un unico movimento. Erano coesi tra di loro. Divisi per obiettivi, sì, ma accomunati dalla stessa visione intellettuale e politica. La musica serve a questo, a cambiare la società, a renderla migliore di quello che è, a contribuire a un immaginario collettivo più… sì, più coeso. La musica la fai con il popolo e per il popolo. Non la fai per pavoneggiarti.
ⓢ Adesso, invece?
Adesso è il contrario. Me lo diceva anche Casale: tutti fanno la stessa cosa e tutti sono contro tutti. Ecco: sussunzione capitalistica della canzone popolare italiana.
ⓢ Mi pare che questo discorso si ricolleghi anche a quello che hai scritto l’altro giorno sul concertone del Primo Maggio: «Quanto è stupida la canzone popolare oggigiorno?»
Ma certo, certo che si ricollega. Sono stato molto provocatorio, lo so, ma io sono un attaccabrighe di natura. Mi piace. Dal punto di vista posturale-intellettuale, mi piace la mia vis polemica. La verità è che sono stanco.
ⓢ Di cosa?
Sono stanco di quanta cattiva musica si ascolti oggi nel nostro Paese. Ne ho abbastanza. E non sono l’unico. Se i sindacati confederali puntano tutto sui fuoriusciti da X-Factor e talent vari, perché così i ragazzi sono contenti, secondo me sbagliano percorso. Almeno il Primo Maggio bisognerebbe riconoscere la bellezza e la potenza narrativa di altri artisti che ci sono. Perché ci sono, altri artisti. Non è che non ci siano. Rappresentano un momento culturale alto, magari non di grande successo mediatico. E forse questa potrebbe essere la via più giusta.
ⓢ Per fare cosa?
Per farci anticorpi democratici. Viviamo in un momento storico in cui abbiamo contro di noi un abisso morale, e noi questo abisso morale lo dobbiamo combattere senza se e senza ma. Dobbiamo ritrovare tutte le nostre forze culturali e intellettuali per riuscire a fare qualcosa per il paese. Non possiamo esimerci. Adesso o mai più.
ⓢ Non sono in tanti a fare questi discorsi.
Purtroppo no. Però non è che questa idea non sia condivisa in senso assoluto. Chi la condivide viene immediatamente escluso dal mercato mainstream. Ipso facto. Che i discografici si facciano un bell’esame di coscienza.
ⓢ Per te che tipo di esperienza sono i concerti? Ho letto che spesso finisci per farti male.
Non è che mi faccio male, no. Può accadere. Ma solo perché mi “disavventuro”: non so mai come va. Il palcoscenico, per me, è un momento di vita vissuto. Il concerto è epifanico. Quando torni a casa, ti metti davanti alla tv, guardi Netflix o il cazzo che vuoi tu… o vai in fabbrica, ad avvitare bulloni, o in ufficio a fare di conto… è lì che piano piano muori e che le tue speranze crepano con te. Invece il palcoscenico è finalmente un momento di vita condivisa con il pubblico. Perché il concerto lo fa anche il pubblico, ed è per questo che io mi prendo certi rischi. Voglio che il pubblico sia partecipe dell’evento. Il concerto deve essere evenemenziale. Mai e poi mai un concerto può essere uguale all’altro. Deve essere qualcosa che accade in quel momento lì e basta: non può accadere di nuovo. O se accade di nuovo, accade in maniera diversa.
ⓢ Che cosa cerchi in queste tue disavventure?
L’autenticità dell’esistenza.
ⓢ Che cosa hanno in comune l’esperienza del palcoscenico e quella del set?
Molte cose, anche se sono due situazioni profondamente diverse. Io ti ripeto: sono un neofita del cinema; sul set de Le città di pianura ho cercato di imparare qualcosa dagli altri. E quindi ho avuto un rapporto e un approccio necessariamente modesti. Quando sono ai miei concerti, divento il protagonista di me stesso. E va bene così.
ⓢ In cosa sono simili la musica e il cinema?
Io dico questo: un bel film è come una bella canzone. E quand’è che una canzone è bella? Quando riesce a suonare le corde del cuore di chi la ascolta. È grazie a questo processo che si arriva alla compassione, cum patior.
ⓢ E a che cosa porta la compassione?
A guardare il mondo con un occhio critico ma non necessariamente severo.
ⓢ Ed è un discorso che vale anche per il cinema?
Proprio come una bella canzone riesce a suonare le corde di chi la ascolta, così un bel film riesce a suonare le corde di chi lo guarda. E sia un bel film che una bella canzone possono contribuire seriamente a una crescita morale del paese.
ⓢ La noia può essere un motore creativo?
La noia? Dio mi guardi dalla noia! Dovrebbero aggiungerla ai dieci comandamenti e renderla un peccato mortale.
ⓢ Che cosa ricordi della tua infanzia a Quinto di Treviso?
Perché questa domanda?
ⓢ Sono curioso di sapere che infanzia hai avuto.
Sono nato in una famiglia molto povera, sottoproletaria. Mia mamma fu novizia nell’ordine paolino per sei anni prima di concepire me e le mie due amate sorelle. Mio padre, invece, era un signore che aveva la vocazione e che voleva farsi sacerdote. Quindi io ho subito – perché ho subito alla fine – un’educazione cattolica veramente stringente. E io sono grato ai miei genitori per avermi obbligato a conoscere Gesù.
ⓢ Perché?
Perché adesso che mi avvicino ai 60 anni pietas, cum patior e fratellanza sono diventate le parole d’ordine della mia esistenza.
ⓢ Sei cristiano?
No, sono laico. Sono comunista.
ⓢ Se dovessi scegliere tra Majakovskij e Pasolini, chi sceglieresti?
Majakovskij.
ⓢ Perché?
Perché sì (ride, ndr). Credo che anche Pasolini avrebbe fatto la stessa scelta. Majakovskij non è stato solamente il grande cantore della rivoluzione. È stato il poeta di un’intera epoca umana. Non era il solo; con lui c’erano altri personaggi incredibili, come il mio poeta preferito, Sergej Esenin. Facevano parte di una generazione eccezionale. E ti dirò: riscoprendo Majakovskij in età adulta, perché l’avevo letto anche da ragazzo, ma senza capirci un’acca, sono rifiorite in me la passione politica e quella per il divino. Te lo posso citare? «Di noi, abitanti della Terra, ogni altro abitante della Terra è parente. Tutti, tra i macchinari, per gli uffici, nelle miniere sono fratelli. Noi tutti sulla terra siamo soldati di un unico esercito che crea la vita. Le traiettorie dei pianeti, la vita degli stati, sono sudditi delle nostre volontà. Nostra è la terra. L’aria è nostra. Nostre sono le miniere di diamanti delle stelle… Un unico sole non basta per tutti? O è troppo piccolo il cielo azzurro su di noi?» Ecco, se non c’è il divino in questo, dove?
ⓢ In Italia, secondo te, ci sono ancora intellettuali?
Certo, è inevitabile.
ⓢ Se dico che anche tu sei un intellettuale, che cosa mi rispondi?
Che io sono un membro del popolo. Niente di più e niente di meno.
ⓢ Qual è il compito di un intellettuale?
La sua capacità critica. E con capacità critica, ovviamente, non dobbiamo intendere questo è bello e questo è brutto, questo va bene e questo è sbagliato. La critica è la postura intellettuale che ci spinge a riconoscere i limiti entro i quali vengono costrette le nostre esistenze. Una volta individuati questi limiti, possiamo studiarli. E una volta studiati, possiamo sperare di cominciare a superarli.
ⓢ Secondo te chi è peggio: qualcuno che si autodefinisce “brava persona” o “grande artista”?
(ride, ndr) Questa è una domanda strana. Quando parlo di me stesso, non mi autodefinisco mai né brava persona né artista. Non sono una brava persona perché sono un attaccabrighe, lo sanno tutti. Ormai non posso farci più niente e quasi quasi, sai, me la godo questa situazione. E… sono un artista? Che cosa vuol dire “sono un artista”? Lo chiedo a te.
ⓢ L’artista, banalmente, è chi fa arte.
E che cos’è l’arte? Io scrivo canzoni: canzoni rock, canzoni popolari. Se la canzone popolare è arte, allora sono un artista anche io. Prima ancora che artista, però, sono un membro del popolo.
ⓢ Dove si nasconde il divino che citavi prima? Come si riconosce?
Si riconosce dalla fratellanza, amico mio.
ⓢ E la bellezza, invece?
Anche quella sta nella fratellanza. (ride, ndr)
ⓢ Hai rimpianti?
Chi non ha rimpianti? Tutti abbiamo rimpianti, soprattutto quando il camposanto comincia ad avvicinarsi. (ride, ndr) Quindi sì, certo che ho rimpianti. Però, come si dice, ciò che è stato è stato, chi ha avuto ha avuto e chi ha dato ha dato: indietro non si ritorna, questo è poco ma sicuro. Spero di aver seminato qualcosa di decente nella vita. Non tutto è stato effimero.
ⓢ I rimpianti servono?
I rimpianti sono fondamentali. Perché il rimpianto, in qualche modo, ci spinge a non arrenderci alle circostanze presenti.
ⓢ Nonostante tutto, resiste la speranza?
Certo, certo… Come diceva Pier Paolo Pasolini: non c’è mai disperazione senza almeno un po’ di speranza. Viviamo nella disperazione, ma lo facciamo in maniera speranzosa. Questo mondo lo vogliamo cambiare. Guarda i nostri ragazzi, con che inquietudine attraversano questo periodo storico. Un intero popolo viene ucciso da un altro popolo. C’è chi arriva a relativizzare il conflitto israelo-palestinese dicendo che ci sono altri settanta conflitti armati nel mondo e che ora, per moda, parliamo di questo. Ecco, è un modo di ragionare profondamente sbagliato. Questa è una guerra nostra, fatta dalle nostre multinazionali, da accordi politici, militari e anche culturali tra il nostro paese e Israele, e i nostri giovani vivono questa situazione con immenso sconforto. E come dar loro torto? I ragazzi pretendono il futuro, e hanno ragione. Devono farlo. Anche perché in questa pretesa di futuro si cela la lotta di classe, e la lotta di classe è il cuore della democrazia. Noi viviamo in una mistificazione totale della realtà, nella pacificazione assoluta della democrazia. Ma è nella lotta di classe che fioriscono nuovi diritti e nuovi doveri. Nella lotta di classe c’è il cambiamento, mentre la pacificazione sociale è un’altra cosa. E questo Pasolini lo sapeva molto bene. Quanto dobbiamo crescere ancora? Quanti telefoni dobbiamo comprare? Quante sigarette dobbiamo fumare? Quanto tempo dobbiamo spendere nella movida a berci sopra perché è questo quello che ci dice di fare questo mondo? L’unico diritto che abbiamo, ci viene costantemente ripetuto, è uno solo: consumare. A questo ci ha ridotto il sistema capitalistico. Ben venga allora la lotta di classe, perché nella lotta di classe risiede la gioia di vivere. E anche la speranza.
«È la storia di un uomo che ci ha messo 15 anni a fare un film e che finché non ci è riuscito non ha fatto nient'altro. Tutto raccontato con l'ironia di mio padre», ha detto Raffaella Leone, figlia di Sergio e produttrice del film.
