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19:58 sabato 30 maggio 2026
Netanyahu ha detto apertamente di aver ordinato all’IDF di occupare almeno il 70 per cento della Striscia di Gaza Questo nonostante sia formalmente in vigore un cessate il fuoco che già garantiva a Israele il controllo sul 53 per cento della Striscia.
In Toy Story 5 c’è anche Bad Bunny e si è scoperto che interpreta il personaggio Fetta di pizza con occhiali Personaggio al momento molto misterioso, di cui sappiamo solo che è una fetta di pizza, che indossa occhiali da sole e che è «estremamente cool».
C’è un tracker di voli aerei che segue solo i voli sui quali c’è qualcosa che non sta andando per il verso giusto Variazioni di altitudine, turbolenze, manovre inaspettate, rotte sbagliate: tutto quello che non vorremmo succedesse mai in volto, a portata di clic.
Il Tribeca è il primo grande festival al mondo a inserire in concorso un film fatto interamente con l’AI Dreams of Violets racconta le proteste in Iran del gennaio 2026, è costato 2 mila dollari ed è stato realizzato in tre mesi usando solo AI.
La nuova campagna di Jacquemus è un documentario su una giornata in compagnia di Pamela Anderson e dei suoi due figli Si intitola A Day With Pamela and Her Sons e ci sono i figli di Pamela Anderson che la prendono molto in giro.
C’è una proposta di legge di iniziativa popolare per tassare i grandi patrimoni anche in Italia Si tratta di un'imposta progressiva sui patrimoni superiori a 2 milioni di euro, che interesserebbe solo l'1 per cento della popolazione.
Firenze ha aumentato moltissimo le zone della città in cui è vietato aprire nuovi B&B e fare affitti brevi Nelle zone ora incluse nel blocco ci sono 67 mila abitazioni che ora non potranno essere destinate né all'uno né all'altro scopo.
Uno studio ha dimostrato che in un film è più probabile venga scelto come protagonista un uomo che si chiama Chris o un animale parlante piuttosto che una donna over 60 «Le donne sono metà della popolazione. E invecchiamo. Allora dove sono le storie su di noi?», ha commentato l'attrice Emma Thompson.

Il piano B come genere giornalistico

Mollare una carriera di successo per girare il mondo è una cosa che nella vita vera non succede quasi mai, ma sui giornali, invece, se ne legge in continuazione.

23 Ottobre 2024

Paolo: «Ho lasciato il lavoro e il mio ottimo stipendio a Milano, ho ricominciato vicino al mare e ho trovato la felicità». Enrico: «Prima lavoravo 12 ore, oggi solo mezza giornata: ho il tempo di stare con i miei figli e passo i pomeriggi a surfare sull’oceano». Qualcuno avrà riconosciuto dal climax vertiginoso dei titoli – una svolta decisa e subito dalla miseria alla gloria – due storie di quella sezione di Repubblica a cui è stato dato il titolo di “Piano B” e che raccoglie storie di persone che hanno cambiato vita, perché – detto con parole loro: «Cambiare vita è possibile. Alcuni, tra coloro che scelgono il Piano B, decidono di lasciare l’Italia. Altri di formarsi all’estero e poi tornare». Sono tutte storie di successi formidabili e di vite strappate all’infelicità che devono riscuotere un buon successo tra i lettori, tanto che anche il Corriere della Sera ha appena pubblicato un’intervista che avrei giurato fosse la nuova puntata di Piano B e il cui titolo, infatti, recitava: «Dall’Islanda alla Patagonia, vi spiego come girare il mondo con appena 15 euro al giorno (e con 17 chili di cibo italiano). La salernitana Annacaterina Scarpetta e la sua nuova vita: «Ero una account manager, auto aziendale e benefit. Mi sono licenziata per recuperare il tempo».

Mi piacerebbe, tuttavia, leggere qualche volta anche storie come: (gioco un po’ con le virgolette per segnalare originali e conclusioni mie) “Piano B, la storia di Massimiliano: «Ho mollato tutto per seguire la passione della mia vita. A 50 anni mi sono rimesso in gioco» e adesso sono inseguito dai creditori”. Mi piacerebbe, insomma, che ogni tanto l’incanto venisse spezzato e che la realtà facesse capolino. Con questo non intendo, ovviamente, dire che certe storie siano inventate, ma mi pare innanzitutto una questione statistica: non tutti i piani B andranno bene. A volte servirà il piano C, quello D, l’E o l’F, e la maggior parte delle volte non basteranno neanche tutte le lettere dell’alfabeto per ottenere il “lavoro che mi piace” o “surfare tutti i pomeriggi sull’oceano” o “lavoro solo un’ora al giorno” o, addirittura, “trovare la felicità” e perfino “vivere in un paradiso”. (Fosse anche solo perché se tutti vivessero in un paradiso quel posto diventerebbe l’inferno).

Immagino che il successo della rubrica sia dovuto, innanzitutto, al fatto che anche i più insospettabili vagheggino un Piano B. Tuttavia la cosa che trattiene chi ha già un Piano B dal compiere il passo – immagino – siano proprio i tanti Piano B falliti. E perciò mi pare che sarebbe un buon servizio raccontare chi ha fatto il passo più lungo della gamba. Per esempio qualcosa come: “Piano B, la storia di Daniele: «Ogni giorno iniziava così: Oddio anche oggi devo andare in ufficio. Poi ho provato la sensazione di fare un lavoro che mi piace». Ma dopo un anno mi sono accorto che pensavo di nuovo oddio devo andare in ufficio”.

In maniera simile lasciano perplessi anche tutti i ripetutissimi “ho trovato la felicità”. Innanzitutto perché molte di queste persone hanno creduto a lungo che la cosa più vicina alla felicità fosse “l’auto aziendale” e, dunque, mi domando: perché adesso dovrebbero essere capaci di spiegare cos’è la felicità? Ma soprattutto perché raccontare la propria felicità è già di per sé un’espressione di enorme infelicità. Come in quella barzelletta dell’uomo rimasto sull’isola deserta – una caratteristica delle storie di “Piano B” è trovare la felicità in luoghi remoti o quanto più isolati, dunque l’isola deserta capita a pennello – che va a letto con la donna più bella del mondo (una volta si diceva con Claudia Schiffer, ma va bene immaginarla come Can Yaman o Margot Robbie) e che, però, per essere veramente felice ha bisogno di chiederle un piacere: se ha voglia di fare finta di essere, almeno per un attimo, un amico e non Claudia Schiffer, giusto per poter dire a qualcuno: “sai con chi vado a letto?”. Ecco, forse dire di essere felici ha un po’ questa ironia. Se non vedi l’ora di raccontarlo non lo sei.

Poi, lo so, le mie obiezioni (come quelle dei detrattori che contribuiscono al successo del format) si prestano all’accusa di essere fatte per invidia e perché chi vive nel pantano ha bisogno di dire che quel pantano non lo si può lasciare e, anzi, fa di tutto perché neanche gli altri lo lascino, ma in realtà, innanzitutto non credo che tutti invidino l’idea di surfare ogni pomeriggio nell’oceano un po’ per il surf e un po’ perché mi pare che, al contrario, molti condividano l’idea antica che trasformare in routine un piacere faccia scemare immediatamente il piacere. (Personalmente non credo neppure all’idea che si debba “fare un lavoro che mi piace”, anzi penso che si debba fare – tutti e al meglio – un lavoro che non ci piace. E che solo un lavoro che non ci piace possa davvero “nobilitare l’uomo”. Mentre se accadesse il contrario svanirebbe la civiltà umana in poche settimane).

Ma, oltretutto, raccontarsi come “storia di successo personale” e, addirittura, di essersi meritato quel successo personale, come si legge facilmente tra le righe di ogni storia, fa pensare a una scala di valori non tanto dissimile da quella che si finge di rifiutare con la scelta del Piano B. E forse questa è più di ogni altra ragione, la motivazione del successo della rubrica e cioè il fatto che molte storie raccontano comunque successi imprenditoriali o di chi “ha saputo rischiare” o “scommettere su di sé”, per accingere a due espressioni chiave di quel mondo motivazionale. Quindi non raccontano il rifiuto a un modello, ma un semplice scarto: l’intuizione giusta per saper sfruttare ancora meglio quel modello.

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