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04:54 martedì 18 agosto 2026
Il più grande baobab del Madagascar sta morendo e la causa della sua morte (ovviamente) è la crisi climatica Ha vissuto per più di mille anni. Poi sono arrivate le piogge eccessive e le infezioni fungine. E adesso non c'è più niente da fare.
Il nuovo film di Jonathan Glazer è un documentario girato con una videocamera dai bambini di Gaza, dell’Ucraina, del Sudan e dello Yemen , questo il titolo scelto da Glazer per il film, verrà presentato al prossimo New York Film Festival.
La foto più bella e difficile dell’eclissi solare l’ha fatta uno skater Lui si chiama Danny Leon e molto probabilmente la sua foto vi è apparsa nel feed. Scattarla è stata una vera e propria impresa.
David Byrne ha fatto una playlist da ascoltare solo e soltanto quando si va in bici Una selezione di 40 canzoni, scelte con un criterio estremamente byrdiano.
Anche l’Accademia svedese ha fatto la sua lista di libri per l’estate, composta tutta da Premi Nobel per la letteratura, ovviamente Cinque libri, cinque autori e autrici, con una brevissima recensione a spiegare perché vale la pena portarseli in vacanza.
In Spagna c’è un hotel in mezzo al nulla, senza Wi-Fi né tv, che si può prenotare solo spedendo una lettera scritta a mano E aspettando una lettera di conferma altrettanto manoscritta. È l'hotel El Elevador a El Hierro, la più piccola e meno visitata delle Canarie.
Un gruppo di scienziati ha creato una nuova AI appositamente per trovare tutte le opere d’arte trafugate dai nazisti ancora disperse L'AI si chiama Provenance Assistant e a lei è andato l'ardua compito di ritrovare 100 mila opere rafugate di cui si sono perse le tracce.
Iberia, la compagnia aerea di bandiera della Spagna, ha organizzato un volo speciale per “inseguire” e trasmettere in streaming l’eclissi solare del 12 agosto Si tratta della prima eclissi solare totale visibile dalla Spagna continentale dal 1905. Come si può capire, c'è una certa attesa attorno all'evento.

L’epica della natura di Peter Sutherland

L'ultima serie del fotografo, protagonista di una mostra allo spazio Maiocchi e di un libro, è dedicata al Colorado e ai suoi paesaggi.

11 Giugno 2021

«La natura selvaggia contiene risposte a domande che l’uomo non ha ancora imparato a porre», diceva la scrittrice americana Nancy Newhall. Un adagio ineccepibile, che però contiene alcune rare eccezioni. Una di queste è rappresentata dal fotografo Peter Sutherland che, immerso fra le foreste fittissime del Colorado, qualche domanda in più se l’è fatta. Il risultato di queste riflessioni è rimasto esposto fino all’11 giugno allo Spazio Maiocchi di Milano, che proprio per l’occasione ha riaperto i battenti. Più che una mostra di immagini, quello di Sutherland, è un diario intimo, fatto di orizzonti senza fine, working class heroes che ostentano tute da lavoro come trofei, scorci di strade innevate e cave che spolpano la roccia fino alle sue viscere. La serie si intitola semplicemente Colorado, perché è qui che il fotografo non ancora quarantacinquenne ha scelto di stabilirsi durante il lockdown. Abituato a vivere da oltre vent’anni a New York, circondato da avenues affollate e grattacieli capaci di coprire la luce del sole, il fotografo ha deciso di vivere qui, dove è cresciuto, i momenti più bui della pandemia. Tornare alle origini per trovare conforto dall’incertezza causata dal virus. All’inizio il Colorado doveva essere solo una tappa intermedia (la famiglia si sarebbe dovuta trasferire in California), ma è diventata la meta finale. Oggi Peter vive in un piccolo centro di settemila anime perso fra le Montagne rocciose.

Un territorio epico. «Noi siam del Colorado», scriveva Walt Whitman nell’Ottocento. «Dai picchi immani, dalle grandi sierre, dai superbi altipiani. Da miniere e burroni, dal sentiero di caccia noi giungiamo…». Da queste parti hanno girato film come Butch Cassidy, Thelma & Louise, The Hateful Eight e perfino Cliffhanger. Qui sono nati lo scrittore John Fante e il regista David Fincher. «Sono cresciuta a Snowmass, in Colorado, e ho vissuto sempre all’aria aperta», ha spiegato una volta Kate Hudson a un giornalista, «mi considero una ragazza della natura. Il mio è quasi uno stato d’animo. Me lo porto dietro anche se ormai sto da tempo in una metropoli».

Il Colorado narrato da Sutherland è esattamente questo. Un luogo tanto monumentale quanto introverso. Fragoroso nelle sue dimensioni eppure laconico nelle sue reazioni. «Molto del mio lavoro», ha detto il fotografo, «è autobiografico: ho usato le immagini per documentare le mie esperienze. Venendo proprio da qui, so bene quanto la natura possa condizione l’esistenza di un uomo. Ti ritrovi all’improvviso nel nulla, in mezzo a boschi fittissimi e lontano da tutto. Riesci a scoprire finalmente cosa sono i cambi di stagione. Vedi la luce che muta lenta, con il passare delle stagioni. Ti disconnetti dal mondo, ma ti riconnetti con te stesso. Qui tutto diventa più reale e accessibile».

Peter Sutherland, “Colorado” series, 2020–21

Appassionato di calcio, innamorato dell’opera dell’artista Richard Prince, Sutherland ha esposto in ogni angolo del mondo: dalla V1 Gallery di Copenhagen alla Someday di Melbourne, dall’ATM Gallery, nel cuore del Lower East Side, di New York fino alla Target di Tokyo. Nei locali di Porta Venezia ora presenta collages, foto di medio e grande formato e alcuni progetti pubblicitari. L’esibizione, accompagnata da un libro ideato dallo studio svizzero di direzione artistica Kasper-Florio e curata da Kaleidoscope, è in perfetto stile Sutherland. L’artista infatti, ci narra tutta la grazia nascosta dietro l’apparente banalità del quotidiano. Rispettando i dettami del suo maestro, William Eggleston, che da quasi mezzo secolo teorizza l’idea della fotografia democratica («Tutto merita di essere ritratto»), Peter usa uno stile tipicamente yankee, asciutto e senza fronzoli. Mostra paesaggi silenziosi e deserti, ritrae ambienti incontaminati e nel frattempo non risparmia la sua critica al consumismo. Sia in positivo: «Ecco come potremmo essere e invece non siamo». Che in negativo: «Ecco cosa succede se il capitalismo estremo si insinua fra fiumi e alberi». L’ammonimento c’è ma non si vede. Presente in ogni scatto, quasi fosse un totem. «Molti newyorkesi», dice il fotografo, «vedono il Colorado come una meta di vacanza, eppure, nonostante abbia vissuto metà della mia vita da loro ho sempre saputo che è la città il mio luogo di vacanza, mentre la natura è la mia casa».

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