Hype ↓
15:23 domenica 8 novembre 2026
Gli Stati Uniti vogliono la Luna e anche tutto lo spazio che c’è tra la Terra e la Luna Il Pentagono definisce lo spazio tra la Terra e la Luna un «dominio di combattimento» e prepara fino a cinque satelliti per il 2029. A preoccupare Washington sono i piani lunari della Cina.
Il “concerto perduto” di David Bowie è stato ritrovato e diventerà uno spettacolo itinerante, un po’ film, un po’ tour, un po’ mostra immersiva Le riprese di due concerti all’Earls Court, ritrovate da Brett Morgen negli archivi del musicista, diventano uno spettacolo su schermi LED trasparenti. Debutto a Berlino durante la Berlinale, poi un tour nelle arene.
In un modo molto herzoghiano, Werner Herzog ha rivelato che il suo prossimo film è un documentario su Karl Bushby, l’uomo che ha impiegato 28 anni per fare il giro del mondo a piedi Il regista lo ha detto a Hull, nel giorno del ritorno a casa di Karl Bushby dopo 50mila chilometri a piedi: «Questa è la fine del mio nuovo film», ha detto, che si intitolerà Walk of Life.
Un romanzo di 700 pagine scritto nell’Ottocento sta facendo litigare furiosamente i polacchi progressisti coi polacchi tradizionalisti Una miniserie Netflix e un film campione d’incassi hanno riportato al centro del dibattito La bambola di Bolesław Prus, il classico che generazioni di polacchi hanno letto a scuola
Dopo le polemiche per aver scelto il tema più controverso di tutti (John Galliano), il Met Gala ha provato a rimediare scegliendo quello più noioso di tutti Il tema del prossimo Met Gala sarà “extraORDINARY: Fashion and the Poetics of the Everyday”, una mostra sugli abiti di tutti i giorni che prende il posto di quella su Galliano.
Le nuove assunte del Comune di Tokyo sono due capre a cui è stato affidato il campito di “curare” il prato attorno alla stazione Cioè, di brucare il prato attorno alla stazione di Yotsuya. Lavoro in cui Nagi e Pokke si sono fin qui dimostrate impeccabili.
Dopo che Trump l’ha definita «un cesso di Paese», la Norvegia ha risposto pubblicando una lista dei suoi bagni pubblici più belli L'Agenzia nazionale del Turismo norvegese ha pubblicato un articolo intitolato «Questi sono i cessi migliori del mondo?». E, in effetti, nel Paese ci sono davvero dei bellissimi bagni pubblici.
Rob Sand faceva il modello per Prada, ora è il primo democratico dopo vent’anni a diventare governatore dell’Iowa A lui, però, non piace che si parli del suo passato sulle passerelle di Milano e Parigi. Anche perché i suoi avversari lo hanno usato e lo usano contro di lui.

Peter Morgan: come si trasforma una monarchia in una serie tv

Chi è lo sceneggiatore di The Crown, da sempre interessato al ridicolo che si cela dietro al potere.

21 Novembre 2019

Nelle prime due stagioni di The Crown, la regina Elisabetta di Claire Foy è una donna neanche trentenne che, proprio come suo padre, si trova a ricoprire un ruolo per il quale non si sente preparata e che, in fondo, non desiderava per se stessa. Nella scena iniziale della terza stagione, disponibile su Netflix da domenica 17 novembre, la regina Elisabetta di Olivia Colman è una donna sulla soglia dei suoi quarant’anni che osserva, in una stanza piena di uomini al suo servizio, le gigantografie del suo volto che finiranno sulle banconote. È il momento di aggiornarle: non più il profilo della giovane regina all’alba della nuova epoca elisabettiana annunciata da Churchill nel 1953, ma quello di una donna matura che sembra già aver iniziato a eternarsi nella silhouette che i telespettatori conoscono, e cioè quella della Elisabetta di oggi. «Tutti alle Poste sono deliziati dal nuovo profilo, sua Maestà, che riflette con eleganza il passaggio da giovane donna a…», dice l’ossequioso segretario, «A vecchia strega», risponde lei.

È in momenti come questo che la scrittura di Peter Morgan, lo sceneggiatore della serie, brilla di più, quando con il tono piatto della più impassibile fra i membri della famiglia reale, riesce a farci immaginare cosa c’è dietro la corona, i palazzi, il protocollo e tutto il resto. Senza mai concedere troppo, perché in fondo la monarchia, nel 2019, è qualcosa di intellegibile e rappresentarla è un’operazione blasfema, per cui The Crown è intrisa di quell’intelligibilità e lascia che siano i riti, le routine, le occasionali licenze dalla storia ufficiale a raccontarci Elisabetta e quelli che la circondano. In un lungo profilo-intervista scritto da Giles Harvey sul New York Times, Morgan, figlio di un ebreo tedesco e di una cattolica polacca rifugiatisi a Londra dopo la guerra, parla proprio del rapporto che, da autore, ha instaurato con la storia e i personaggi che la popolano. Per spiegare il suo approccio ricorre a una serie di conferenze tenute nel 2017 da Hilary Mantel per la Bbc, dove la scrittrice e critica letteraria esplorava gli scopi, vincoli e le criticità che chi scrive romanzi storici deve affrontare. «La storia non è il passato, è il metodo che abbiamo sviluppato per organizzare la nostra ignoranza del passato», dice Mantel, «È la registrazione di ciò che è rimasto, non è più “passato” di quanto non lo sia un certificato di nascita rispetto alla nascita, una sceneggiatura rispetto a una performance, una mappa rispetto a un viaggio». E sono quegli spazi vuoti, scrive Harvey, che sia Mantel che Morgan riempiono con il loro lavoro di scrittura. Il che non significa “riscrivere” la storia, quanto invece «trovare un modo per riempire i buchi di cui è disseminata».

Olivia Colman in una scena della terza stagione di The Crown

Come la scena di fronte alle gigantografie delle banconote o come quella in cui Elisabetta e il primo ministro laburista Harold Wilson si confessano a vicenda le discrepanze tra il loro personaggio pubblico e la persona reale: lei che non riesce a emozionarsi e non sa fingere la compassione che il suo ruolo richiede, lui che in tv e nelle foto fuma la pipa invece del sigaro, che preferisce, per mantenere la sua immagine di socialista puro, di uomo del popolo.

La bravura di Peter Morgan, e il motivo per cui The Crown potrebbe essere uno di quegli esperimenti televisivi che dalla lunghezza trae maggiore beneficio, è quella di insinuarsi perciò in quei buchi di storia, e di riempirli con un racconto che non è mai né magnificente né denigratorio. Come ha fatto in The Deal, il film del 2003 diretto da Stephen Frears che racconta l’amicizia e la rivalità tra Tony Blair e Gordon Brown, di cui ha scritto la sceneggiatura. Come ha fatto in The Queen del 2006, il film con Helen Mirren che gli è valso l’investitura popolare di cantore della corte britannica, e come ha fatto nell’opera teatrale The Audience, del 2013, con cui ha immaginato le conversazioni tra la regina e i tanti Prime Minister che si sono succeduti nel suo lungo regno. Già in The Deal è evidente come a Morgan interessino i risvolti più banali, tra il ridicolo e l’insignificante, delle lotte di potere e più in generale dei grandi avvenimenti che hanno segnato il Regno Unito, di cui si è sempre sentito parte solo a metà, lui figlio di immigranti senza più una comunità, cresciuto nei sobborghi residenziali di Londra in una casa dove si parlava tedesco.

Mentre fuori da Netflix Kate Middleton, William, Harry e Meghan Markle sono impegnati anche loro in una perigliosa riscrittura di un’istituzione difficilissima da inquadrare nel contemporaneo – solo qualche tempo fa commentavamo lo sfogo di Meghan di fronte alle telecamere di ITV News – sui nostri schermi va in streaming la decostruzione di quel mito documentata da The Crown. Che così si assicura almeno altre tre stagioni, volendo fare un calcolo approssimativo (la quarta è già in lavorazione). E Peter Morgan, che non ama essere intervistato, diffida degli autori sempre in tv, è fidanzato con Gillian Anderson ma non è affatto mondano, è il maestro di cerimonie perfetto. Conosce bene tutte le storie, tutti gli aneddoti, tutte le cronache, tutti i rituali anche, ma non scivola mai, come fa il segretario di fronte alle banconote, nell’ossequio. Tutto il contrario. Peter Morgan è sempre, con molta eleganza, di una sfrontatezza brutale.

Articoli Suggeriti
Il “concerto perduto” di David Bowie è stato ritrovato e diventerà uno spettacolo itinerante, un po’ film, un po’ tour, un po’ mostra immersiva

Le riprese di due concerti all’Earls Court, ritrovate da Brett Morgen negli archivi del musicista, diventano uno spettacolo su schermi LED trasparenti. Debutto a Berlino durante la Berlinale, poi un tour nelle arene.

In un modo molto herzoghiano, Werner Herzog ha rivelato che il suo prossimo film è un documentario su Karl Bushby, l’uomo che ha impiegato 28 anni per fare il giro del mondo a piedi

Il regista lo ha detto a Hull, nel giorno del ritorno a casa di Karl Bushby dopo 50mila chilometri a piedi: «Questa è la fine del mio nuovo film», ha detto, che si intitolerà Walk of Life.