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I partiti palestinesi hanno ottenuto un successo senza precedenti alle elezioni in Israele e saranno determinanti per impedire a Netanyahu di tornare al potere
Circa 8 palestinesi israeliani su 10 hanno votato e i partiti arabi hanno ottenuto il record di seggi nella Knesset. Il loro contributo farà la differenza.
Martedì 27 ottobre in Israele circa otto cittadini palestinesi su dieci sono andati a votare, superando il record del 1999. Gli arabi israeliani sono circa il 21 per cento dei 10 milioni di abitanti del Paese, e di solito votano molto meno degli ebrei israeliani. Secondo gli exit poll citati da Al Jazeera, la Lista Comune e Ra’am, i due principali partiti arabi, avranno insieme 19 seggi su centoventi alla Knesset, il parlamento israeliano, il numero più alto di sempre (nella scorsa legislatura ne avevano dieci). Le televisioni israeliane danno stime un po’ più basse, 18 seggi Channel 12 e 17 Channel 13, ma sempre da record. Anche l’affluenza generale è storica: secondo la Commissione elettorale centrale ha votato il 77,7 per cento degli aventi diritto, la percentuale più alta dal 1999 e sette punti in più rispetto al 2022. Per Nour Odeh, giornalista di Al Jazeera, è stato «un momento esistenziale» per i palestinesi israeliani, che sono andati a votare anche quando di solito boicottano le elezioni, perché sanno che il loro voto non li aiuterà a cancellare la discriminazione che subiscono. La Knesset, ricorda Odeh, ha approvato più di 100 leggi che li discriminano, e anche nella distribuzione dei fondi pubblici i palestinesi sono penalizzati.
Proprio sull’affluenza degli arabi Benjamin Netanyahu e la sua coalizione di estrema destra hanno costruito gli ultimi appelli della campagna. Secondo alcuni testimoni, martedì a Gerusalemme giravano macchine con le bandiere del Likud, il partito di Netanyahu, che diffondevano a tutto volume il richiamo islamico alla preghiera e invitavano i sostenitori ad andare a votare perché «gli arabi stanno votando». Sui social Netanyahu ha mostrato le lunghe file ai seggi nelle comunità arabe e ha pubblicato la foto di quelli che secondo lui erano elettori arabi in coda, tra cui alcune donne con il niqab. «Se non ci svegliamo adesso, ci ritroveremo con un governo di Mansour Abbas e Ahmad Tibi», ha scritto, nominando due dei principali parlamentari palestinesi della Knesset. I politici arabi hanno definito questa strategia «razzista e provocatoria».
I risultati sono ancora parziali: la Commissione elettorale conta di finire lo spoglio entro venerdì, e i dati ufficiali arriveranno il 4 novembre. Con il 76 per cento delle schede scrutinate, il blocco di Netanyahu è a 54 seggi, sette in meno dei 61 necessari per governare, mentre quello di opposizione guidato da Yashar, il partito dell’ex capo di stato maggiore dell’esercito Gadi Eisenkot, è a 47. Senza i partiti arabi, insomma, non c’è maggioranza. Mansour Abbas, leader di Ra’am, che oggi ha cinque seggi e tra il 2021 e il 2022 aveva già fatto parte di una coalizione di governo, spera che il blocco anti Netanyahu arrivi a 61 proprio insieme al suo partito. «Con i numeri che abbiamo adesso, un governo non c’è», aveva detto a Channel 12 prima che arrivassero i primi dati, raccontando di essere stato cercato da tutti e due i blocchi, prima e dopo il voto. Ma secondo Alon Pinkas, ex ambasciatore israeliano, per partiti come quello di Eisenkot, che in campagna elettorale avevano promesso di non allearsi con i partiti arabi, formare un governo potrebbe essere difficile. Gli arabi «non possono essere tenuti fuori e presi in considerazione solo quando servono i loro voti», ha detto ad Al Jazeera. E le liste arabe, aggiunge, faranno richieste che una coalizione a guida ebraica potrebbe non accettare.