Un anno di scuola a Umm Al Khair, nella Palestina occupata

Assediati dalla colonia illegale di Karmel, gli abitanti di questo villaggio stanno facendo di tutto per riuscire in un'impresa apparentemente impossibile: riaprire la scuola e permettere a bambini e bambine di tornare a vivere, almeno un po'.

11 Maggio 2026

Umm Al Khair è un piccolo villaggio palestinese nella regione di Masafer Yatta. Si trova tra le colline a sud della città di Al Khalil, più nota con il suo nome ebraico, Hebron. Nato dopo la Nakba del 1948, dagli anni ‘80 Umm Al Khair si trova schiacciato dalla colonia di Karmel, costruita proprio a ridosso delle ultime case palestinesi. Nel tempo il villaggio è stato anche diviso a metà da una strada ad uso esclusivo dei coloni, che termina oggi in un grande cancello di ferro che divide l’insediamento israeliano (illegale secondo il diritto internazionale) dalle terre di proprietà palestinese. Alcuni grossi cavi della corrente passano sospesi sopra le teste dei palestinesi, che però restano spesso senza elettricità: i cavi servono solo per fornire energia alla colonia, mentre il villaggio non è allacciato alla rete elettrica, né a quella idrica. Oggi arrivando a Umm Al Khair la prima cosa che si vede è un’auto palestinese distrutta. Una bandiera israeliana sventola conficcata al suo fianco.

È in questo contesto che la notte tra domenica 12 e lunedì 13 aprile i coloni, ripresi dalle telecamere di sicurezza palestinesi (uno dei pochi mezzi di resistenza efficaci rimasti alla comunità), hanno installato una recinzione di filo spinato lunga decine di metri. L’obiettivo della recezione è semplice e crudele: rendere inaccessibile l’unico percorso sicuro rimasto che collega il villaggio alla scuola. Un’altra strada c’era, ma è diventata troppo pericolosa quando i coloni hanno iniziato ad attaccare sistematicamente i bambini mentre camminavano per andare o tornare da scuola.

Il 13 aprile doveva essere un giorno felice: la data designata per la riapertura delle scuole, che erano rimaste chiuse dall’inizio della guerra di Israele e Stati Uniti con l’Iran. Per i bambini di Umm Al Khair, circa una cinquantina, non è stato così. Quando si sono avviati a scuola per il solito percorso hanno trovato la strada sbarrata, coloni ed esercito ad attenderli. Quando si sono avvicinati troppo alla recinzione, l’esercito ha reagito sparando lacrimogeni e bombe sonore. I genitori raccontano che molti dei bambini dopo lunedì non sono più riusciti a dormire, che non vogliono più uscire per la paura.

Come spesso accade da queste parti però – è in questa regione che è nato e si è organizzato il movimento di resistenza nonviolenta palestinese – la comunità ha reagito, unita, paziente, orgogliosa. Si è attivata immediatamente la campagna “Umm Al Khair Freedom School”, la scuola di libertà di Umm Al Khair. La prima iniziativa, un gesto semplice e spontaneo, si è svolta giovedì. A raccontare com’è andata è Pablo (nome di fantasia, ndr), attivista di Mediterranea Saving Humans, presente in Masafer Yatta con il progetto di interposizione nonviolenta e monitoraggio delle violazioni dei diritti umani Mediterranea With Palestine. «Giovedì mattina io ed altre attiviste ci siamo recati a Umm Al Khair in risposta ad una richiesta da parte della comunità palestinese che ha deciso di protestare contro l’accaduto. Alle sette e mezza ci siamo riuniti all’inizio del percorso, abbiamo trovato decine di bimbi e bimbe con gli zainetti e dei cartelli di protesta in arabo e in inglese. Ci siamo poi avviati fino a raggiungere il filo spinato».

Una volta arrivati alla recinzione, sul lato inaccessibile del filo spinato, tra il villaggio e la scuola, bambini, attivisti palestinesi e internazionali hanno trovato un’altra novità: «Una stella di Davide gigantesca, disegnata per terra con le pietre, completava il paesaggio insieme a due bandiere israeliane». Accanto alla stella, ancora militari e coloni, tutti armati di fucili d’assalto. Dal lato palestinese della barricata invece la protesta è fatta di semplici fogli di carta. Hajaar Hathleen avrà cinque o sei anni, sorride in una fotografia mentre indossa una lunga e ordinata camicia a righe sottili, i grandi occhi nocciola che guardano dritto in camera. Sul foglio che stringe tra le mani c’è scritto «no closure, open up». Sul cartello di Malak Hathaleen, un poco più grande, c’è scritto «closing road is assassination of children’s dreams before they even begin». L’hashtag è sempre #opentheroad.

Naturalmente, l’occupazione resta inflessibile. Non si passa: non oggi e non domani. Per il filo spinato non viene data nessuna spiegazione, nemmeno il più piccolo pretesto: quando il rapporto di forze è così sbilanciato, non c’è più bisogno di dare spiegazioni. Nemmeno quando si violano apertamente il diritto all’istruzione e all’infanzia, sanciti dall’articolo 26 della Dichiarazione dei Diritti Umani e dalla convenzione ONU sui diritti dell’infanzia (articoli 28 e 29). Come a Umm Al Khair, il diritto all’infanzia, oltre che a Gaza, è sistematicamente negato in tutta la Cisgiordania. Andare a scuola arriva ad essere un rischio per la propria vita come nel caso del 14enne Aws Hamdi al-Na’san, ucciso da un colono che gli ha sparato proprio mentre stava andando a scuola, il 21 aprile 2026, nel villaggio di al-Mughayyir, a est di Ramallah.

La distanza tra articoli e convenzioni e la realtà di questa terra è spesso semplicemente incalcolabile, mentre a chi avrebbe il dovere di colmarla sembra mancare l’interesse a farlo. Così, racconta Pablo, «agli scolari non resta che sedersi lì e, aperti i libri, improvvisare una lezione seduti sul prato». Quello che resta del diritto internazionale, nonché di un comune senso di umana decenza, continua a sbiadire davanti alla forza bruta dell’oppressore.

«Ogni volta che arrivo a Umm Al-Kheir mi si stringe il cuore,» commenta Pablo, «è forse l’esempio più chiaro della strategia d’occupazione in quella zona, questo purtroppo è solo uno dei tanti abusi quotidiani che i coloni impongono alla comunità palestinese». In effetti Umm Al Khair si trova in una posizione particolarmente critica: oltre alla colonia che lascia appena lo spazio per respirare, il villaggio (come l’intera regione) si trova in Area C secondo gli accordi di Oslo. Il che significa che sua popolazione è sotto controllo sia civile che militare israeliano. I villaggi in Area C sono anche i più colpiti dagli attacchi dei coloni. È sempre a Umm al Khair, durante uno di questi attacchi, che il 28 luglio scorso il colono israeliano Yinon Levi ha sparato ad Awdah Hathaleen, attivista e insegnante di inglese di 28 anni, uccidendolo. La tensione nel villaggio era già palpabile, dopo un anno segnato da decine di demolizioni e continui attacchi da parte dei coloni, ma da quel momento la situazione si è fatta invivibile. A pochi giorni dalla morte di Awdah, i coloni, tra cui Levi, sono tornati a costruire un nuovo avamposto (illegale anche secondo il diritto israeliano) ad appena qualche metro dal centro per l’infanzia del villaggio. Da quel momento, ogni venerdì sera, i coloni di Karmel si recano a pregare appena oltre la recinzione del centro, bambini in braccio e M16 al collo. Anche in questo caso, l’impunità è totale, mentre la popolazione vive nel terrore costante.

Le demolizioni, frequentissime sono un altro dei modi con cui l’occupazione cerca di cancellare il villaggio. Tecnicamente, gli ordini di demolizione vengono destinati a edifici che non hanno ricevuto un permesso di costruzione, ma nella pratica, in Area C, meno del 2 per cento delle richieste per questo genere di permessi vengono accettate.

A Umm Al Khair, come nel resto della regione, è in atto una guerra di conquista che si gioca centimetro su centimetro, permesso negato su permesso negato, abbattendo casa per casa, sottraendo uno per uno tutti i diritti fondamentali della popolazione palestinese, con l’obiettivo di spingerla ad abbandonare la propria terra. Da un lato bastoni, gas lacrimogeni sparati contro i bambini, M16 e bulldozer, e dall’altro fogli di carta con scritte a pennarello, con cui bambini reclamano il proprio inalienabile diritto all’infanzia, alla semplice possibilità di coltivare aspettative e sogni.

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