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L’importanza degli ombrelli nella letteratura

Le giornate piovose sono tornate, e con loro l’ombrello. Ingombrante e umidiccio, dimenticabile ovunque, sgargiante o serioso, lussuoso o fragilissimo, ereditato dal bisnonno o comprato in metro a 5 euro: l’ombrello è uno degli oggetti che accompagna i nostri autunni e inverni. È sempre uguale, non si evolve. Sarà stata anche questa sua fedeltà a se stesso a permettergli di diventare un simbolo così ricorrente nella nostra cultura? Se nella realtà ha un’unica, invariabile, funzione, nei libri e nei film diventa flessibile e si presta a qualsiasi utilizzo: simbolo sessuale per Freud, oggetto scelto dai surrealisti per la frase-manifesto della loro poetica («bello come l’incontro casuale di una macchina da cucire e di un ombrello su un tavolo operatorio», disse il Comte de Lautréamont), ma anche protagonista di una delle prime hit di Rihanna.

Su Literary Hub, Marion Rankine, che ha dedicato all’argomento un intero libro (Brolliology, a history of umbrella in life and literature, appena pubblicato da Melville House) ne ha brevemente ripercorso la storia. Il potere dell’ombrello, secondo l’autrice, risiede nella sua “sgraziata eleganza”: è un oggetto che può rivelarsi indispensabile come del tutto inutile, che si rompe piuttosto facilmente e spesso ci fa sembrare patetici, la cui morte è spesso tragica e triste, quando viene impietosamente abbandonato per strada. Da Singing in The RainHarry Potter, da Dickens a Mary Poppins, seguire il percorso dell’ombrello nella storia della cultura è un’occasione per riscoprire opere letterarie, filosofiche, artistiche e cinematografiche, da un nuovo, inedito, punto di vista.

 

 

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