Non è un paesello per vecchi
Mentre le città diventano la fotocopia l’una dell’altra, su internet cresce un movimento estetico che celebra le stranezze e le unicità del “paesello”, mescolando meme, shitposting, nostalgia, sarcasmo, Gianni Celati e Luigi Ghirri.
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Fino a qualche settimana fa l’unica cosa che avrei potuto dire di Nuchis (nel nord-est della Sardegna), Lusigliè (fuori Torino) e Spilimbergo (in Friuli-Venezia Giulia) è che hanno tutti e tre dei nomi oggettivamente bellissimi. Grazie a quel magico dono che è il web, invece, oggi posso dirvi questo: il baretto principale di Lusigliè si chiama La censa ed è gestito da Margherita, che ci tiene a sottolineare di essere «contenta della vita» e, per il resto, parla piemontese stretto. Nuchis non ha un sushi, ma neanche un cinema né un supermercato: Roberta, che ci vive, dice che «non c’è praticamente niente», se non le pecore e i cavalli nei campi circostanti. All’entrata di Spilimbergo c’è una gigantesca scritta cubitale che annuncia il nome della cittadina: è coperta di piccole tessere, perché una delle scuole di mosaico migliori al mondo si trova qui.
Ad accomunarli è il fatto che siano tutti e tre, indubbiamente, dei paeselli: a deciderlo è stato Bry, un content creator veneto che negli ultimi mesi ha raggiunto oltre 100 mila follower su Instagram con un format intitolato «Quanto paesella il tuo paesello?». Nei suoi video Bry visita comuni minuscoli accompagnato da ragazzi del posto, e assegna a ogni paesello un punteggio in base a una serie di criteri: il numero di abitanti, la qualità del baretto del paese, la collaboratività dei nonni, il grado di gentrificazione.
Bry è cresciuto in un paesello vicino a Treviso, e oggi è uno dei volti più riconoscibili di una nuova ondata di memer e creator italiani che hanno fatto della provincia la propria fonte d’ispirazione principale. I loro contenuti sono lontani dalla nostalgia patinata e un po’ finta degli articoli che romanticizzano la “vita lenta”, ma anche dal disprezzo di chi non vede l’ora di andarsene: è piuttosto un affetto lucido, ironico ma non pungente, profondamente consapevole delle qualità e dei limiti di questi luoghi.
A questa stessa famiglia appartiene Monica Magnani, che su Instagram è conosciuta come @vaberagaa e produce da anni meme diaristici spesso ispirati alla campagna lombarda in cui è cresciuta. Nei suoi meme, amatissimi, compaiono spesso riferimenti a fossi, nutrie, nebbia e ai “treni scoreggioni” che ti portano verso la città e che rischiano di fermarsi da un momento all’altro e non ripartire mai più. «Questo posto mi ha cresciuto», dice Magnani. «Non parlo delle persone – parlo proprio dell’ambiente. Mi ha plasmato come persona quella vista, quell’uscire e essere tra i campi, sentire quell’odore della terra, che è molto meglio di un calendario: ti segna meglio il tempo, ti racconta in maniera più puntuale quando una stagione sta cambiando.» Monica non romanticizza la provincia nel senso tradizionale del termine – non la trasforma in scenografia, non la svuota dei suoi elementi scomodi – ma la usa come lingua madre visiva, il codice attraverso cui tutto il resto diventa dicibile.
Nella sua esperienza, sono meme che risuonano anche negli utenti che vengono dall’altra parte d’Italia. «Ci sono due livelli», dice. «C’è un immaginario condiviso da tutti gli italiani –la scritta tabacchi, i treni in ritardo, le goleador – e poi c’è uno strato più profondo che appartiene solo a chi viene da una zona precisa. Magari è un meme che fa ridere sia una persona di Roma che una della Lombardia, ma chi viene dalla mia stessa zona lo capisce in maniera diversa. C’è uno strato in più», spiega. È la stessa cosa che succede con il dialetto, dice: puoi capirlo, ma sentirlo è un’altra cosa.
Quello che Monica, Bry e una costellazione di pagine e account simili stanno facendo non è comunque un fenomeno completamente nuovo. A ricordarlo è Marzio Persiani, che gestisce da anni Relatable Roma Memes, una delle pagine italiane di meme hyperlocal più longeve e apprezzate. Persiani è una specie di memoria storica di questa scena, che conta decine e decine di pagine di meme grandi e piccole sparse per tutto il paese: ricorda una prima ondata di “shitposting di provincia” su Facebook, tra il 2016 e il 2019. In quel periodo, dice, pubblicare meme di questo tipo permetteva alle comunità di giovani rimasti in provincia «di riflettere su sé stesse in maniera laterale, ironica; non politica o identitaria nel senso classico, ma attraverso costumi, luoghi comuni, piccoli rituali condivisi».
Nascono in quegli anni pagine che esaltano la potenza di Roma come se l’impero fosse ancora in piedi – come la stessa Relatable Roma Memes di Marzio – e pagine esoteriche su frazioni minuscole, piene di riferimenti iperspecifici incomprensibili a un utente qualsiasi, come Living in Lecco Ironically o Pioltello Shitposting. La giornalista Viola Valery, analizzando il fenomeno qualche anno dopo, avrebbe parlato di «una strana riproduzione di un’Italia pre-unitaria, divisa da dialetti, competizioni, usanze e mitologie», che rifletteva un bisogno di riaffermare l’identità locale e la ricerca di radici nel mondo globalizzato, portato avanti soprattutto dai giovanissimi.
Secondo Persiani, però, parlare di meme folkloristici è riduttivo. «Se penso al folklore penso a qualcosa che cambia completamente da campanile a campanile», dice. «Qui invece i contenuti erano locali ma il linguaggio era condiviso. Cambiava la lore del posto, ma la grammatica memetica era la stessa.» In altre parole: erano persone che venivano da luoghi geograficamente diversi ma che condividevano un linguaggio comune, mutuato dalle stesse community online e dalle cornici memetiche del momento. Poteva cambiare il patrono del paese o il tipo di inside joke sugli abitanti di una certa zona, ma dentro avresti comunque trovato le stesse strutture visive che rimbalzavano da 4chan a Reddit a Facebook, in tutto il mondo.
Il fenomeno, del resto, non era solo italiano: in Francia, nello stesso periodo, il gruppo di meme parigini Memes intra-muros pour jeunes Franciliens si scontrava apertamente con il gruppo della provincia Memes décentralisés pour provinciaux et francophones oubliés, dando forma online a una competizione centro vs periferia che esiste da secoli.
Poi i più giovani si sono spostati su Instagram, e lo shitposting di provincia insieme a loro, con conseguenze che Marzio descrive come un parziale azzoppamento. «Facebook favoriva molto il testo, l’approfondimento, l’interazione nei commenti», spiega. «Spesso queste pagine avevano un gruppo associato dove avveniva il vero motore comico collettivo: discussioni lunghe, contributi di decine di persone, una dimensione corale che rifletteva la comunità di cui si parlava». Instagram, invece, premia molto i singoli creator e rende molto più difficile la pratica collettiva di creazione dei meme.
Quel che è rimasto, evidentemente, è una forte fascinazione per la provincia. Secondo Persiani non è un caso: «L’attenzione generale del pubblico è tornata un po’ a allontanarsi dalle città che stanno diventando sempre la stessa grande città occidentale, indistinguibile dalle altre», dice. «Mentre chi viene dalla provincia, a questo punto, tant’è più è una provincia remota, piccola e apparentemente sfigata, può portare qualcosa di nuovo, di meno visto». Una parte del successo di @vaberagaa, spiega, viene da qui: «Porta questa dimensione quasi magica della campagna cremonese che diventa quasi la terra di mezzo, un bosco delle fate».
Nella stessa categoria include invece il memer @piastrellesexy, che lavora sull’immaginario complementare di una provincia spoglia, industriale, fatta di sterminati parcheggi dei supermercati, sedie di plastica, bagni anni Settanta, un’estetica del nulla periurbano che non cerca redenzione. «Sembrano un po’ figli di Luigi Ghirri e Gianni Celati», dice Persiani.
Il riferimento è rispettivamente al fotografo emiliano e allo scrittore lombardo che a partire dagli anni Sessanta raccontarono la pianura padana attraverso un immaginario straniante e quasi metafisico. Entrambi sono rimasti a lungo ai margini del canone culturale italiano, considerati troppo minori o troppo periferici. «Non a caso», osserva Persiani, «sono autori che con questa glamourizzazione della provincia sono tornati molto di moda tra Millennial e Gen Z. Portano questa provincia spoglia, industriale, fatta solo di sigarette fumate nel parcheggio – tutta roba che in città non hai».
In questo contesto, aggiunge, «la provincia può diventare un costume. Un’estetica che si indossa e si toglie». È la stessa differenza che passa tra i borghi sui magazine di lifestyle e i video di Bry sui paeselli. Lui, trasferitosi in città per studiare e poi lavorare, sa bene che «se fossi rimasto lì non avrei avuto le opportunità che ho adesso». «Uscire dal paesello mi ha fatto riscoprire il paesello», aggiunge. «Quando vivi lì certe cose le prendi come quotidianità. Poi vai via e pensi: perché nessuno ne parla?».
Nella sua esperienza, “Quanto paesella il tuo paesello?” funziona benissimo proprio perché porta uno sguardo interessato e non giudicante verso spazi che tantissimi riconoscono come se fossero le loro tasche, pur non essendoci mai stati. «Il paesello ha sempre gli stessi elementi», dice Bry. «Il baretto, la piazza, i nonni, la chiesa. Anche se un paesello del nord è diverso da uno del sud, ci sono cose che li rendono uguali». Non serve sapere dove sia Lusigliè o riconoscere una strada di Nuchis. Basta avere avuto, da qualche parte, il proprio paesello.