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Il 24 settembre esce Eternal, un cofanetto di 16 dischi che raccoglie un anno intero di bootleg dei Joy Division E oltre ai 16 dischi: artwork di Peter Saville, scatto di copertina di Wolfgang Tillmans, note di Simon Armitage, foto di Anton Corbijn e Kevin Cummins e una versione restaurata del documentario Joy Division – A Malcolm Whitehead Film.
Bon Iver ha composto un jingle pubblicitario per promuovere il polpettone del ristorante di una sua amica «Meatloaf dippers at Howard’s in Stillwater/Meatloaf dippers can be a whole meal or starter/Meatloaf dippers, oh so light and yummy/Go on and warm your tummy, with dippers».
C’è una scuola in Vermont che insegna ai figli dei ricchi a coltivare i campi, badare al bestiame e pulire casa. Per 40 mila dollari a semestre La Mountain School offre agli studenti del terzo anno la possibilità di passare un semestre a lavorare in fattoria. Un semestre piuttosto costoso, oltre che faticoso.
Una ricerca dice che gli investimenti in energie rinnovabili sono arrivati al punto di svolta positivo: producono effetti molto migliori del previsto a un costo molto inferiore delle aspettative Ma i problemi rimangono, perché ancora oggi per ogni euro investito per proteggere la natura se ne spendono 30 per distruggerla, si legge nella stessa ricerca.
Una raver ha lanciato una petizione per vietare i pantaloni di Hello Kitty ai rave «I rave non sono pigiama party. I pantaloni del pigiama servono per dormire», ha scritto Samantha Scott su Change.org, in una petizione che finora non ha riscosso grande successo.
L’UE vuole che il Canada diventi un “membro associato” dell’Unione, ma nemmeno l’Unione sa cosa vuol dire diventare un membro associato dell’UE Ursula von der Leyen ha avanzato la proposta, il Canada si è detto interessato, resta solo da capire che cosa comporti questa proposta.
La prima ricerca sul disastro in Nepal ha confermato quello che tutti sospettavano: la crisi climatica c’entra eccome in quello che è successo Lo ha realizzato la climatologa Friederike Otto dell'Imperial College di Londra: per lei, i nepalesi stanno pagando una crisi provocata dalle emissioni di combustibili fossili.
Una città in Belgio ha affidato la cura dei suoi prati a un gregge di pecore e le pecore sono state così brave a curare i prati che ora il Comune assumerà altre pecore per curare i prati Si chiamano Lactose, Rayban, Pils, Domino, Katimini, Maria, Juliette e Puyu. E il Comune di Ixelles non può più fare a meno di loro nella cura del verde pubblico.

Olivia Laing e lo stato dell’arte della nonfiction

Esce per Il Saggiatore Città sola, uno dei migliori esempi di letteratura contemporanea, un libro che parla di artisti, solitudine e New York.

10 Maggio 2018

Ecco un progetto perseguito con intelligenza e passione:  con un impulso temerario Il Saggiatore sta acquisendo negli ultimi tempi libri stranieri che presumibilmente non “funzioneranno” a livello commerciale, ma che rappresentano lo stato dell’arte di una direzione molto solida della narrativa contemporanea. La casa editrice milanese ha, infatti, a distanza di un anno l’uno dall’altro, pubblicato i due libri a mio giudizio più brillanti della cosiddetta nonfiction narrativa contemporanea, se non della scrittura letteraria tout court: Sabbie Bianche di Geoff Dyer, uno dei libri del 2017 di Studio, e ora (esce il 10 maggio), Città sola di Olivia Laing, libro osannatissimo l’anno passato in America e in Inghilterra. Se si considerano anche Gli argonauti di Maggie Nelson, che potrebbe rientrare lateralmente in questo discorso, e rispolverando un testo fondamentale e “a perdere” come London Orbital di Iain Sinclair, pubblicato nel 2008, per non parlare delle riedizioni di Joan Didion (quelle di Verso Betlemme e White Album),  Il Saggiatore si può considerare ormai marchio di riferimento in Italia per questo genere (se si può chiamare genere), insieme ad Adelphi (Carrère ovviamente, ma anche Lawrence Osborne e Andrew O’Hagan) ed Einaudi (tra le varie cose, il libro da citare per forza è Io e Mabel di Helen Macdonald).

I due testi hanno molto da spartire e non solo per la curiosa coincidenza che sono stati scritti da due inglesi negli Usa. Se Sabbie Bianche era una straniante ricognizione intorno al globo, una raccolta di reportage sull’inflazione turistica e sullo spaesamento trasformati ex post in libro unitario, il libro di Olivia Laing ha l’ambizione quasi accademica di essere un trattato sulla solitudine urbana, tutto però focalizzato su New York e su un certo tipo di New York, quella maledetta, decadente, sessuale, oscura in generale e, in particolare, quella che andava marcendo tra la fine dei ’70 e l’inizio degli ‘80. Ma a parte la caratteristica – quasi un’eterogenesi dei fini – di funzionare come formidabili termometri del tempo in cui stiamo vivendo, conta soprattutto il modo in cui sono scritti. Entrambi sono figli della matrice Sebald, uno scrittore considerato tra i massimi di fine Novecento, di cui però dobbiamo ancora probabilmente riconoscere l’enormità dell’influenza e il quasi magico potere di aver saputo precorrere i tempi – si è parlato più di Austerlitz che di Anelli di Saturno o Vertigini, ma si dovrebbe invertire l’ordine di importanza. Sono, questi, libri rapsodici e ipnotici che mischiano, seguendo una definizione che abbiamo più volte letto, storia personale con storia vera e propria, con anche storie di vite altrui. E ancora: compilazioni bibliografiche squarciate da ricordi; saggi critici illuminati da raggi di luce vera che entrano dalle tapparelle; biografie che si rovesciano silenziosamente in autobiografie.

In Città sola, Olivia Laing, che è una brava giornalista e critica (scrive soprattutto per il Guardian), parte dalla sua esperienza di donna sola e trapiantata in un luogo estraneo (New York appunto) per mettere in fila una personalissima sequenza di vite di artisti. Il grande Edward Hopper, innanzitutto, come emblema ante-litteram del voyeurismo urbano. L’icona Warhol, restituendole umanità. Il folle, psicotico e conturbante Henry Darger, pittore dall’infanzia tragica di bambine nude. E il rimbaudiano fotografo di strada David Wojnarowicz, che è il vero centro di tutto il libro. Il contrappunto sono, come si diceva, le annotazioni impressionistiche e sparse sulla vita dell’autrice nella metropoli, le sue passeggiate senza meta, le case in cui si sposta, i ricordi, la solitudine. L’ipnosi indotta dal susseguirsi delle pagine non permette, a differenza dei saggi in senso stretto, di separare gli argomenti uno dall’altro: è un movimento circolare in cui entrano in gioco l’infanzia, l’omosessualità, l’Aids, le trasformazioni urbane e quelle digitali e, ovviamente, l’arte e il bisogno espressivo come risposta a tutto questo.

Da scrittore in pausa, che talvolta concepisce idee per nuovi libri da scrivere, questi sono i testi che più mi mettono in difficoltà. Penso da qualche tempo che un giorno mi piacerebbe tornare a scrivere storie più o meno immaginate, meno personali, più di finzione, o che in generale sia venuto il tempo di tornare alle storie vecchio stile, ma ecco che di fronte a libri del genere, i romanzi nuovi, tranne rarissime eccezioni, ritornano ad apparirmi forzati, difficoltosi, appannati dall’esistenza di tutto il resto (internet, le serie tv e via discorrendo). Libri, come quello di Olivia Laing (o come Sabbie Bianche di Dyer) hanno il rarissimo pregio di impedirmi di distrarmi. Non corrono il rischio di essere sostituiti con altro. Sono fatti di pagine limpide che ti incantano. Forse perché nell’era della distrazione perenne hanno fatto della distrazione la loro poetica.

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