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Le persone che si sono accaparrate i biglietti per le prime proiezioni di Dune 3 li stanno rivendendo su eBay a migliaia di dollari Su eBay si trovano biglietti per gli spettacoli in IMAX venduti al 1500 per cento del prezzo originale.
Il libro fotografico con le ragazze che imbracciano armi che compare in The Drama esiste davvero (più o meno) Si intitola Chicks with Guns, lo ha fatto la fotografa Lindsay McCrum ed è uscito nel 2011. Ed è molto, molto simile a quello che si vede nel film.
La prima canzone dei Massive Attack dopo quasi dieci anni è un pezzo contro la guerra fatto assieme a Tom Waits Si chiama Boots on the ground e parla di disordini che stanno avvenendo negli Usa, mescolando liriche belliche a immagini grottesche.
In Germania hanno lanciato un motore di ricerca che serve a scoprire se i propri parenti erano dei nazisti Lo ha realizzato il Die Zeit in collaborazione con l'Archivio federale nazionale: contiene 10,2 di tessere di iscritti al Partito nazionalsocialista.
Sembra che Zohran Mamdani e Rama Duwaji non parteciperanno al Met Gala di Anna Wintour pagato da Jeff Bezos Secondo le prime indiscrezioni, Mamdani e consorte avrebbero rifiutato l'invito all'evento perché finanziato dal miliardario.
Il governo di Pedro Sánchez rischia di cadere per colpa di Guernica di Picasso Tutto inizia con la richiesta del governo della comunità autonoma dei Paesi Baschi di portare l'opera a Bilbao. Richiesta negata dall'esecutivo Sánchez.
Cosa sappiamo del nuovo film di Sean Baker, a parte che si intitolerà Ti amo! e che sarà molto, molto italiano Il titolo scelto dal regista è di Anora per il nuovo film è Ti amo!, con il punto esclamativo. Secondo le indiscrezioni, potrebbe venire a girarlo in Italia.
Cosa ci fanno Brian Eno, FKA Twigs, Jim Jarmusch, Patti Smith, Blood Orange (e molti altri) alla Biennale di Venezia? Espongono le loro opere nel padiglione del Vaticano Per l'esposizione "The Ear Is the Eye of the Soul" la Santa Sede ha messo assieme una lineup degna dei migliori festival musicali.

Populismo e tecnocrazia contro la politica

Tecnici e nuovi portavoce del popolo hanno un nemico comune: la politica. E non è superandola col mito della società civile che li si sconfigge.

01 Giugno 2018

La tecnocrazia, il governo dei tecnici, e il populismo, il governo del popolo, hanno un nemico comune: la politica. Per i primi, è una costruzione barocca che impedisce di fare le cose che andrebbero fatte; per i secondi, è un coacervo di corruzione e potere che impedisce che sia fatta la volontà popolare. E così, finisce che gli uni e gli altri assumano un linguaggio simile, fatto di contratti laddove la politica prevede compromessi fra visioni diverse, fatto di portavoce e di professori invece che di parlamentari e di dirigenti, che per carità i partiti, che iattura.

Capita così che la retorica delle “cose da fare” che sono più importanti dei nomi, del “finalmente si parla di contenuti e non di partiti”, trovi un partner inaspettato in chi aspira a ridurre la cosa pubblica a una lista di regole cui attenersi per raggiungere gli obiettivi prefissati. Capita, in questa strana alleanza, che uno individui nell’altro il totem contro cui urlare (“Bruxelles! I mercati! Il debito è mio e me lo gestisco io!”, “i populisti! I No euro! Giù le mani dal patto di stabilità!”) e poi si ritrovi a braccetto nello stesso governo, accomunato dalla voglia di applicare, alla lettera, un contratto. Carta canta, altro che destra e sinistra, società aperta e società chiusa. Un governo notarile, fatto di documenti da passare e vidimare (e che vuoi che sia se quel documento è un foglio di via, il fattore umano è un intralcio quando c’è di mezzo il contratto), non a caso guidato da un avvocato. Un governo che di politico ha il sostegno in Parlamento, e questo ovviamente basta per farlo partire, ma non diciamolo troppo forte, che la politica oggi proprio non tira.

Del resto, il contratto, con gli italiani in quel caso, lo aveva già proposto Silvio Berlusconi, uno che si presentò come il nuovo contro i partiti, uno che, non dimentichiamocelo, voleva Tonino Di Pietro nel suo governo del cambiamento, prima che diventasse la sua nemesi e quindi il miglior amico dei suoi nemici (tutto si tiene). Quale fu la reazione a quel trionfo populista rivenduto come rivoluzione liberale? Ancora una volta, si decise che la politica non era la risposta, che gli italiani non ne volevano sapere, neanche quelli “per bene”. E quindi, via con la società civile, i girotondi, i Palasharp, gli appelli, i post-it: a populismo, populismo e mezzo. Oggi, l’errore che si rischia di commettere sul fronte che avversa politicamente il governo che nasce oggi, è proprio questo: tornare ai girotondi e all’allarme democratico, ripartire dalla superiorità antropologica (“i congiuntivi!”) e dal “superamento del Pd” (o dalla sua derenzizzazione, vasto programma) per un nuovo contenitore “largo”, che vada da … a … (ognuno metta i nomi che creda, a seconda dei gusti). Ah, l’Ulivo, che stagione. Ah, l’Unione.

C’è poi un altro aspetto che va a braccetto con quanto detto fin qui. L’ironia vuole infatti che chi oggi si è già ricollocato in prima fila per la sfilata del fronte popolare capace finalmente di superare i partiti, etc. per fare muro contro i nuovi barbari, sia proprio chi, col nuovo nemico populista, voleva farci un governo. Quindici giorni fa, non due anni. Forte, fra l’altro, di aver appoggiato già con forza il governo Monti, per dire la coerenza. Il suggerimento a chi si è prodigato per un nuovo centrosinistra che superasse il Pd e che si ritrovasse attorno al Movimento Cinque Stelle, che il nuovo bipolarismo ormai era quello fra loro e la Lega, è di prendersi una lunga vacanza. Che qui, fra senso di responsabilità e conseguenti governi tecnici, slanci giovanili e conseguenti agognate alleanze coi nuovi portavoce dei cittadini, qualcuno si è dimenticato di fare un po’ di manutenzione all’unico strumento che, storicamente, ha provato con fatica a tenere insieme ideali alti, pulsioni un po’ meno alte, aspirazioni, elemento umano, senso della realtà: la politica.

Tocca a chi ci crede ancora renderla una cosa funzionante e minimamente attraente, compito molto complicato in tempi di disintermediazione, democrazia diretta, talk show urlati, e giornali tendenza “dagli alla Casta”. Ma non ci sono altre soluzioni, ora che la strana alleanza fra populismo e tecnocrazia è venuta allo scoperto.

Foto Getty
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