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Pur di non danneggiare un antico castello da ristrutturare, in Giappone lo hanno fatto spostare a mano da 1800 volontari Il mastio del castello di Hirosaki pesa 360 tonnellate. Questo non ha affatto scoraggiato i volontari.
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Uniqlo ha lanciato la sua prima collezione di hijab Il lancio è avvenuto il 17 agosto in Malesia, Indonesia, Singapore e Filippine. È la prima collezione di hijab tutta realizzata dal brand, al di fuori di capsule collection e partnership speciali.
La tv di Stato iraniana ha messo una taglia di 10 milioni di dollari sulla testa di Barron Trump Dando anche dei consigli pratici e logistici su come uccidere il più piccolo dei figli del Presidente degli Stati Uniti.
Un tizio ha creato una mappa di tutti i musei più strani e di nicchia del mondo Volete sapere dov'è che si trova il museo delle pompe di benzina, quello delle archeoplastiche o degli spazzacamini? Questo è lo strumento che fa per voi. E sì, questi musei esistono tutti e si trovano tutti in Italia.
Tra i film in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia si è aggiunto all’ultimo NAZA, il nuovo documentario dei registi di No Other Land Yuval Abraham e Rachel Szor Prodotto (tra gli altri) dal Guardian e da Jonathan Glazer, e il titolo è l'acronimo con cui l'intelligence israeliana conta i civili palestinesi che muoiono nei raid.

Sicuri che il problema sia il numero chiuso?

Polemiche sui test d'ammissione. Ma, dati alla mano, la parte difficile in Italia è laurearsi, non iscriversi all'università. Piccola inchiesta su un sistema "democratico" solo in apparenza.

11 Aprile 2014

«Vedo che è il primo esame universitario per Lei. Che studi ha fatto?». «Ragioneria, professore». «Ma come?, e vuole laurearsi in Filosofia? allora le farò una domandina facile facile». Segue domanda tutt’altro che facile facile, cui segue risposta corretta, cui segue bocciatura.

Questo siparietto, evidentemente surreale, è tratto da Tutti Giù Per Terra, film del 1997 con Valerio Mastrandrea che ha avuto il pregio di raccontare un limbo universitario tutto italiano – eterni fuori corso, gente che comincia l’università ma poi abbandona gli studi, eccetera, a me piace chiamarli i “non laureati” – prima che questo limbo cominciasse a essere visto come un problema. Va presa, ovviamente, per quel che è, per una rappresentazione iperbolica e deformata di una realtà che, pure, avrebbe già del grottesco di per sé. Per farla breve: un sistema universitario dove è relativamente facile entrare, ma dove è un tantino meno facile uscire (beh, uscire con una laurea); e dove, forse, la falla non sta soltanto nella, vera o presunta, “pigrizia” degli studenti slacker-bamboccioni, ma anche soprattutto in un classismo strisciante che cozza parecchio con una certa retorica diffusa dell’“università per tutti.”

E adesso parliamo un po’ di numero chiuso e delle polemiche che ci sono state in questi giorni.

Questa settimana si sono svolti, tra polemiche varie, i test d’ingresso per alcune facoltà (Medicina, Odontoiatria, Veterinaria, Architettura). Hanno protestato alcuni studenti, sostenuti da una parte dei sindacati e persino da qualche politico. Tra le ragioni di malcontento: denunce di presunte irregolarità; la decisione di anticipare le date dei test, comunicata con poco preavviso; e la percezione che i numeri chiusi fossero, beh, un po’ troppo chiusi: 89 mila aspiranti studenti per 19mila posti.

Più in generale, però, è stata un’occasione per rispolverare l’antico dibattito sull’utilità e la giustificazione morale del numero chiuso. Al netto delle questioni specifiche su date, irregolarità e numeri, insomma, la domanda è: che senso ha sbarrare l’ingresso all’università in un paese dove i laureati sono già pochi? Dati alla mano, infatti, da noi ci sono molti meno giovani laureati che nel resto d’Europa: soltanto il 22 per cento degli italiani tra i 24 e i 35 anni ha un diploma universitario, contro una media UE che supera il 35 per cento.

Poi, c’è la questione di principio. La giustificazione morale, si diceva. Le università pubbliche, insomma, hanno diritto a rifiutare iscrizioni, a scremare la popolazione studentesca in entrata, in un paese dove la Costituzione sancisce il diritto allo studio? In base a questo ragionamento, otto cittadini italiani, respinti ai test per Medicina e Odontoiatria, avevano provato a fare ricorso contro lo Stato italiano presso la Corte Europea – che si è espressa lo scorso anno, sostenendo che, no, il numero chiuso non vìola il diritto allo studio.

A questo si aggiunge la percezione che, oltre a essere “incostituzionale”, il numero chiuso aggraverebbe ulteriormente quella mancanza di mobilità sociale che affligge l’Italia. Questo il ragionamento: per superare i test d’ingresso servono corsi preparatori, dunque gli studenti più ricchi sono avvantaggiati; inoltre il test d’ingresso può essere aggirato andato a studiare all’estero, cosa che, per ovvie ragioni, possono fare solo i benestanti.

Ora, nessuno nega che in questi ragionamenti una parte di verità ci sia. È vero, in Italia i laureati sono pochi. Così come è vero che in Italia c’è un problema non solo di immobilità economica, ma anche una relativa immobilità educativa: stando a dati recenti di confindustria il 64 per cento dei laureati sono figli di laureati. La domanda però è: siamo sicuri che questo dipenda dal numero chiuso?

Siamo sicuri, insomma, che se in Italia a laurearsi sono in pochi, e prevalentemente figli di laureati, è perché è difficile entrare nelle università? Basta un dato, per capire che le cose non stanno proprio così: nel nostro paese, la distanza tra l’iscriversi all’università e laurearsi è abissale. Degli italiani che si iscrivono a un ateneo, infatti, appena poco più della metà (il 55 per cento) ne esce con un diploma universitario. È un record, negativo, s’intente, se si pensa che la media dei paesi sviluppati e delle nazioni europee è intorno al 70 per cento, con punte che sfiorano l’80 in Spagna e Regno Unito.

Messa giù brutalmente: la parte difficile, in Italia, non è entrare nelle università, è uscirne – o, meglio, uscirne con una laurea, visto che l’abbandono degli studi invece va alla grande.

Il sospetto, inoltre, è che sia in questo punto che sono penalizzati maggiormente gli studenti provenienti da contesti meno privilegiati. L’impressione, insomma, è che se a laurearsi sono soprattutto i figli dei laureati, non è perché i testi d’ingresso sono ostici, o se non altro non solo per questo, ma soprattutto perché quando le disponibilità economiche sono limitate, è più alto il rischio di trovarsi costretti ad abbandonare il percorso universitario a metà.

A questo, probabilmente, va anche aggiunta una forma mentis del sistema educativo italiano, un certo snobismo culturale secondo cui si dà per scontato che, una volta arrivati all’università, gli studenti debbano per forza avere una preparazione solida. L’università, secondo questa concezione, non deve dare le basi, è per chi le basi già ce le ha. Pare naturale che questa mentalità, parodiata nelle battute del film citato all’inizio, tende a privilegiare chi viene dai licei, rispetto agli istituti tecnici, i figli dei laureati, rispetto ai figli dei non-laureati.

Il panorama che esce dai numeri, e non solo, è quello di un sistema universitario molto “democratico” in entrata, ma molto meno “democratico” in uscita. Forse dovremmo lavorare su questo.

(Tabelle tratte da: Rapporto sullo stato del sistema universitario Anvur, consultabile qui)

Nell’immagine: la biblioteca della Freie Universitaet di Berlino (Sean Gallup/Getty Images)

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