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C’è un sito che digitalizza vecchie musicassette trovate per caso in tutto il mondo Si chiama Intertapes e ggni musicassetta viene catalogata non solo per la musica o le registrazioni che contiene ma anche per la grafica e i colori.
La bandiera di One Piece è arrivata anche a Sanremo grazie a Tommaso Paradiso Il cantante è un fan sfegatato del manga di Eiichiro Oda e ha deciso di portarsi questa sua passione anche sul green carpet dell'Ariston.
Il Vaticano ha annunciato che le messe nella basilica di San Pietro avranno una traduzione simultanea in 60 lingue fatta dall’AI L'AI in questione si chiama Lara e verrà presentata in occasione dei festeggiamenti per i 400 anni della Basilica.
Durante i festeggiamenti per il 30esimo anniversario della serie è stato annunciato un nuovo anime di Evangelion Nuova serie di cui non si sa assolutamente niente, ma questo non ha impedito alla macchina dell'hype di entrare in funzione.
Alla cerimonia di chiusura dei Giochi Olimpici di Milano Cortina, Ilia Malinin si è esibito indossando dei jeans Balmain da 1100 dollari Il pezzo era abbinato a una felpa del rapper NF: nel suo insieme, il look sembrava suggerire una riflessione sulla salute mentale nello sport.
Giorgia Meloni ha dovuto pubblicare un comunicato stampa ufficiale per smentire le voci di una sua partecipazione a Sanremo È stata costretta a farlo perché da giorni questa voce circolava insistentemente, tanto che i giornalisti hanno anche chiesto a Carlo Conti se fosse vera.
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Anche Nicolas Winding Refn vuole fare i supereroi

Intervista al regista danese, che ci racconta la sua nuova serie tv, Copenhagen Cowboy, le sue passioni per pittura e videogiochi e ci spiega perché oggi Shakespeare scriverebbe di criminalità.

27 Dicembre 2022

Nicolas Winding Refn fa tutto con calma. Sta seduto mollemente, con le gambe accavallate e le dita delle mani intrecciate sulla pancia. Sembra un gatto. Ogni tanto, aggrottando leggermente la fronte, inclina la testa di lato, sulla spalla destra, e apre un po’ di più gli occhi. A volte annuisce, seguendo il filo del discorso; altre volte, resta immobile. Quando parla, non solo sceglie le parole con cura, ma si spinge oltre: se serve, si fa delle domande; e se il suo interlocutore non interviene, cerca altri spiragli logici in cui infilarsi. Definirlo regista non basta; è più un artista che nel linguaggio del cinema ha trovato la sua finestra sul mondo.

Copenhagen Cowboy, la sua nuova serie tv disponibile su Netflix dal 5 gennaio, risponde a una necessità precisa: dare forma alla sua idea di supereroe. È un insieme di colori e frame, e una via di mezzo tra quello che ha già fatto in passato e la strada che sta percorrendo in questi anni. Quando racconta la sua genesi, sorride: ed è un sorriso enigmatico, invitante, che vuol dire tutto e vuol dire niente. «Durante la pandemia, siamo rimasti bloccati in Danimarca», dice. «E in quel periodo confesso di essermi sentito piuttosto ansioso, e ho cominciato con insistenza a farmi una domanda».

Quale?
«Che cosa dobbiamo fare ora?»

Ed è stato in quel momento che ha pensato per la prima volta a Copenhagen Cowboy?
Non c’è stato un momento specifico in cui ci ho pensato, dico la verità. È venuto così, quasi naturalmente.

Ha lavorato sia con Prime Video, per Too old to die young, sia con Netflix. Qual è la differenza più grande tra queste due piattaforme streaming?
È difficile da dire. Sono state due esperienze diverse, non posso paragonarle. Quello che posso dire, però, è che lavorare con Netflix è stato molto proficuo. Ero preoccupato la prima volta che sono entrato in contatto con loro? Certo, di solito collaboro con un altro tipo di realtà. Ma questo mi è sembrato il progetto perfetto per provarci.

In che senso?
Netflix non ha solo creato questo mercato, e non è stata solo la prima a impegnarsi attivamente con lo streaming. Ancora oggi conserva un’anima ribelle, rock and roll. Per questo motivo, siamo subito riusciti a trovare un terreno comune.

Qual è la cosa più importante, per lei? Le immagini o la scrittura?
Le idee. Parto sempre da lì. Mi piace avvicinarmi ai progetti da un punto di vista puramente concettuale, e capire solo in un secondo momento quello di cui ho bisogno per andare avanti. A volte si tratta di un’immagine; altre, invece, della sceneggiatura. Dipende.

In questo caso, con Copenhagen Cowboy, qual è stata l’idea?
Volevo creare il mio supereroe.

Da cosa ha cominciato?
Ogni supereroe ha bisogno delle sue origini, e quindi sono partito da lì. Dal principio di tutto. Quando ho iniziato a girare, però, ho capito che un supereroe solo non mi bastava; così, ne ho creati due: Miu [interpretata da Angela Bundalovic, ndr] e Rakel [interpretata da Lola Corfixen, ndr].

Come mai ha fatto questa scelta?
Non è mai una questione di perché; è una cosa che tendo a non chiedermi mai, se devo essere sincero. Provo ad affrontare il tema da un’altra prospettiva, e cioè: se non faccio così, che cosa posso fare? È decisamente più eccitante. È l’approccio più vicino possibile, per me, alla pittura. E parlo di pittura perché onestamente non so fare altro: non so suonare uno strumento e sono dislessico. Abbraccio completamente l’idea di fare qualcosa di nuovo.

Per un creativo, dove c’è più libertà oggi? In televisione o al cinema?
Secondo me, tutti e due questi linguaggi continuano ad avere gli stessi problemi e a dover affrontare gli stessi ostacoli. Spesso dipende dalle persone con cui lavori. Io sono sempre stato libero, e lo so: non succede a tutti. Ma io non conosco altro modo per fare il mio mestiere: devo essere libero. In generale l’industria è ancora piuttosto rigida nel suo controllo. Ed è giusto, in un certo senso: questo è un mercato, vengono spesi soldi e risorse; le persone vogliono essere sicure dei loro investimenti.

Delle decisioni che vengono prese, invece, che cosa pensa?
A volte non le condivido. Basta guardare quello che fanno i più giovani: preferiscono essere collegati a Internet, stare sui social. Perché è lì che si sentono a loro agio. Noi lavoriamo con un linguaggio che possiamo tranquillamente considerare vecchio. Il nostro compito è riuscire a trovare un ponte con questo pubblico di ragazzi.

Foto di Christian Geisnæs (Netflix)

Altrove, nell’industria videoludica per esempio, c’è un altro tipo di spinta creativa.
Sono molto affascinato dai videogiochi. Inconsciamente baso molte delle mie storie sulla struttura a livelli. Certo, mi fermo alla superficie, non vado mai a fondo; quello che mi interessa è il singolo momento.

La sua passione per le storie come nasce?
Quando ero bambino non ero un cinefilo. Amo e ho sempre amato il cinema, intendiamoci. Ma il mio primo contatto con questo tipo di racconti è stato attraverso la televisione. Avevo a mia disposizione tantissimi canali, e ogni canale corrispondeva a un click; e dopo ogni click, arrivavano una serie di combinazioni e colori.

Sta lavorando a qualcosa di nuovo con Hideo Kojima?
Considero Hideo uno dei miei più cari amici. Spesso collaboriamo; altrettanto spesso ci muoviamo da soli. Sotto diversi aspetti siamo piuttosto simili e confrontarmi con lui mi piace veramente tanto.

Dopo Too old to die young, avrà un cameo anche in questa serie?
Sì.

Copenhagen Cowboy, come ha già detto, è una storia di supereroi. Ma qual è, alla fine, il tema principale del racconto?
Francamente non passo il mio tempo così, sedendomi e riflettendo sui temi delle mie opere. Mi piace quando le cose trovano da sole, quasi naturalmente, un loro equilibrio. E non importa il genere. All’improvviso un film può diventare un horror oppure un racconto di fantascienza. In questo caso, abbiamo una storia che parla di donne e che ha al proprio centro le donne: rapporti, ambizioni, desideri. Che posso dire? Io adoro le donne.

Che tipo di relazione tende a instaurare con i suoi attori?
È una cosa che deve chiedere a loro. Per me, sono una parte fondamentale di quello che faccio. Passo molto tempo scegliendo gli interpreti giusti, e passo molto tempo sul set. Mi capita di cercare me stesso in loro.

Come ha trovato il cast per questa serie?
In generale, ho provato a coinvolgere attori non professionisti. Volevo circondarmi di persone vere, genuine e spontanee. Non ho mai cercato di trascinarle nel mio mondo; sono andato nel loro, e ho provato a costruire il racconto così.

«Se oggi Shakespeare fosse ancora vivo e dovesse scrivere», ha detto, «scriverebbe di criminalità». Perché?
Il ruolo della famiglia, oramai, è cambiato. La criminalità ha qualcosa di interessante, qualcosa di contorto e profondamente umano – e sbagliato. La criminalità è uno specchio della nostra società; e in quanto società ne siamo ossessionati. È una cosa che tutti, prima o poi, si chiedono: “Come sarebbe la mia vita se non la vivessi come la vivo adesso, rispettando le regole?”.

Sta ancora lavorando al reboot di Maniac Cop?
Sì, assolutamente.

Perché proprio questa storia?
Perché le buone idee non invecchiano mai.

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