Attualità

Cos’è il Napoli Sound?

Il disco appena uscito dei Nu Guinea è solo l'esempio più recente di un nuovo suono napoletano, che reinterpreta gli anni '70 e li rende contemporanei.

di Francesco Abazia

Per comprendere l’origine di quello che oggi viene definito “Napoli Sound” – quel gruppo di musicisti, producer, dj, collezionisti, etichette e serate che, seppur non suonando esattamente la stessa musica, fanno parte di un insieme allargato – vale forse la pena partire da una frase. Un piccolo “segreto di Pulcinella”, per restare in tema, che Cristiano Cesarano e Dario Di Pace, fondatori di Futuribile Record – negozio di vinili in pieno centro storico a Napoli –  ripetono spesso: «Alcuni vecchi dischi di musica napoletana esistono solo nelle borse dei dischi di chi li sta suonando in quel momento». È una frase che deve essere presa alla lettera, e che aiuta a ricostruire il contesto di quelle che nelle descrizioni su Youtube e dei cataloghi Discogs vengono definite “obscurities and rarities”, cose perdute che hanno avuto una grossa influenza nel delineare i contorni di un genere, che un genere unico non è, che eredita la sua etichetta da un altro Napoli Sound, quello originale del “Neapolitan Power” di James Senese, Tony Esposito, Pino Daniele e gli altri.

Gli anni a cavallo tra la fine dei ’70 e ’80 non solo segnano per sempre la musica napoletana, ma contribuiscono in maniera determinante all’arrivo in Italia di un approccio alla musica più marcatamente nera, americana così come africana. L’origine è certamente la guerra, le residenze dei soldati nordamericani che, essendo Napoli terra di porto, affollano la città. Sono due “figli della guerra”, come Mario Musella (di papà pellerossa) e James Senese (di papà afroamericano) che formano verso la fine degli anni ’60 gli Showmen, gruppo pioniere dell’R&B italiano che partecipa addirittura a Sanremo e incide, nel 1968, il successo “Mi sei entrata nel cuore”. Da una costola di quel gruppo nascono gli Showmen 2 – formazione che eredita Senese e Franco Del Prete, batterista – che si lanciano in maniera più evidente verso la sperimentazione musicale, fondendo elementi ritmici jazz-rock ai testi che vengono dalla tradizione melodica napoletana. Nascono così pezzi come “Abbasso lo Zio Tom” – con un testo visionario se pensiamo che si parla di più di 40 anni fa – ma soprattutto nascono le basi per la formazione dei Napoli Centrale, il più influente ed importante gruppo jazz-rock e prog-rock italiano nelle cui fila comincia a farsi le ossa anche un giovane Pino Daniele, ingaggiato al basso per le registrazioni di Qualcosa ca nu ‘mmore, album estremamente sperimentale, con un massiccio uso del napoletano che esce nel 1975.

Sono  anni in cui la città vive non solo un periodo di grande fermento musicale (sempre del 1975 è Rosso Napoletano, esordio del batterista Tony Esposito, a cui partecipa anche un guru della musica mondiale, quel Paul Buckmaster che ha arrangiato i capolavori di Elton John e David Bowie) ma anche culturale, cinematografico e teatrale, con un giovane Troisi che forma La Smorfia, con Enzo Decaro e Lello Arena, con Mario Martone che mette in piedi il gruppo teatrale Falso Movimento. Le diverse discipline si parlano molto, come dimostra pure l’album del 1978 di Tullio De Piscopo, Concerto Per un Film: L’Arma, realizzato appunto per il film L’Arma di Pasquale Squitieri e che si trova anche catalogato sotto l’etichetta di musica elettronica. Qualche anno più tardi arriverà anche Pino D’Angiò con il suo falsetto, in “Quale Idea” o “Okay Okay” – recentemente utilizzata pure nella colonna sonora di Master of None 2 – a rendere il suono più glamour e commercializzabile.

Si annidano tante situazioni parallele. Dario Di Pace, co-owner di Futuribile e delle label Periodica, tra i fondatori di Early Sounds, nonché musicista sotto il nome di Mystic Jungle sintetizza così: «Possiamo riconoscere forse tre filoni: c’era quello dei big, dei Senese e Co. che aveva accesso a grandi studi, aveva una formazione jazz e ha sperimentato e fatto la storia, c’erano poi musicisti che si appoggiavano a quel mondo e riuscivano quindi ad aver accesso anche a una serie di strumentazioni importanti, ma che non raggiungevano comunque quei livelli commerciali, e poi c’era una terza categoria, che comprendeva gente che in un mare di musica neomelodica o da cerimonia, riusciva a inserire qualche pezzo prodotto da artisti visionari per l’epoca». Sono questi i dischi che «esistono solo nella borsa dei dischi di chi li suona», e che stanno venendo sempre più riscoperti da un movimento che sta diventando importante e, soprattutto, riconosciuto. Da questo movimento – che vede coinvolti progetti come Napoli Segreta, DNapoli o Famiglia Discoscristiana di Lorenzo Sannino – si sta sviluppando una forte realtà discografica di cui fa parte Mystic Jungle, così come tutti i membri della Periodica Records e di Early Sounds o che fanno riferimento al party Soul Express: Rico Milord e Whoodamanny, Pellegrino, Bop, Modula, tutti produttori che partendo da quell’immaginario a cavallo tra ’70 e ’80 stanno reinterpretando la disco e il funk partenopei attraverso le nuove strumentazioni e le influenze che nel frattempo hanno contaminato la città, prime tra tutte la techno e l’elettronica, che nei primi anni 2000 ha dominato la scena. Album come Periplo, Qvisisiana, Exotica Movements, Night of the Cheetah o il sette pollici uscito recentemente per il Record Store Day, Incontro al Club Ventuno, stanno contribuendo all’associazione di un suono con l’immagine della città. È il nuovo Napoli Sound.

Un ulteriore tassello nella definizione l’ha posto un album appena uscito, che promette di essere molto importante per il futuro del filone e di definire, per certi versi, un canone. È il disco dei Nu Guinea, il duo formato da Massimo Di Lena e Lucio Aquilina, emblematicamente titolato Nuova Napoli. L’album è costruito attorno a un concept che, nel caso di Nuova Napoli, riporta  a No grazie, il caffè mi rende nervoso, il film di Lodovico Gasparini con Lello Arena e Massimo Troisi, la cui soundtrack fu interamente composta da James Senese (che compare nel film). Nel film, un misterioso personaggio, chiamato Funiculì Funiculà, cerca di sabotare il  festival “Nuova Napoli” sotto lo slogan “Napoli nun’ adda cagna”. I Nu Guinea hanno reinterpretato i suoni degli anni ‘70/’80 (e quindi il soul, il funk e alcune influenze afro) dal loro studio di Berlino, mescolandoli a cantati in dialetto e costruzioni di ambientazioni e scene marcatamente napoletane, utilizzando una band completa per la registrazione e pure i testi di una poesia di Eduardo (“Je Vulesse”) cantata nell’omonima traccia.

La raffinatezza del disco gli permette di passare indenne l’accusa di operazione nostalgia, consentendogli allo stesso tempo di raccogliere l’entusiasmo di una fascia di pubblico molto più ampia e internazionale. Il terreno su cui i Nu Guinea hanno costruito Nuova Napoli è difatti molto fertile ed estremamente propenso ad accogliere qualcosa che viene da Napoli. Non è un mistero infatti che quello attuale sia una specie di “nuovo momento d’oro” della cultura napoletana – si pensi al progetto LIBERATO, per restare al solo ambito musicale.

I Nu Guinea vengono dalla pubblicazione di Tony Allen Experiment, un album di rielaborazioni di tracce del Maestro dell’afro-beat Tony Allen, ma nel passato ci sono anni come baby-prodigi della minimal e della techno napoletana. Nel tempo gli ascolti dei due cominciano a cambiare e a orientarsi verso la disco, il jazz e il funk. A quel punto è necessaria una epifania, arrivata grazie a Theo Parrish (uno dei più importanti Dj al mondo): «Abbiamo capito che potevamo suonare quei dischi in un club e che la gente avrebbe apprezzato. Ora ogni volta che suoniamo ci facciamo nuovi amici, e siamo in un ambiente dove sentiamo di appartenere», hanno detto una volta a Mixmag. Non è un caso che lo stesso tipo di percorso  sia stato intrapreso anche da altri musicisti che oggi vengono ricondotti al cappello Napoli Sound – una descrizione utilizzata anche dal festival Ortigia Sound System, dove quest’estate si esibiranno Mystic Jungle Tribe, Nu Guinea e Filippo Zenna.

Insieme a progetti che fanno del ripescaggio il loro cardine, come DNapoli, Famiglia Discocristiana, i Nu Guinea stanno lavorando ad una compilation di rarità e perle del passato. Sul loro canale Youtube si può già trovare qualcosa: dischi come Sasà degli Oro, o I’ve Got The Music of Your Love di Mario D’Episcopo, ci restituiscono perfettamente l’ambientazione musicale di quegli anni, in cui veniva prodotta tantissima musica di qualità che non finiva però nel circuito principale. Accanto a questi, altri gruppi come L’Antico Castagno, in pezzi come “Jammo a Discoteca Cotton” o “Napoli Reggae”, o Tonica & Dominante in “Gennarino Sioux”. In alcuni casi si tratta di veri e propri unicum nella carriera di questi artisti, in altri di rarità ritrovate in mezzo a mucchi di musica sconosciuta (una perla da riascoltare è “Napule Canta e More” di Donatella Viggiano). Definire i contorni di questa storia serve anche a ricordare alcune etichette che nel tempo sono scomparse, come la Banky Records o la Boom Record, così come ad accorgersi di come il mercato discografico sia cambiato e si sia per certi versi uniformato: allora, ad esempio, poteva capitare che la Zeus Record – la label cioè che ha rilasciato tutti i 45 giri di Mario Merola e che da qualche anno si dedica quasi esclusivamente ai neomelodici – avesse nel suo repertorio bombe funky o tracce di derivazione afro o world.

 

I Nu Guinea saranno ospiti della serata organizzata da Radio Raheem in Triennale a Milano, sabato 5 maggio.
Immagini: Rosso Napoletano di Toni Esposito, Qvisisana di The Mystic Jungle Tribe, Nuova Napoli di Nu Guinea

 

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