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08:21 sabato 3 ottobre 2026
Le case editrici e le tipografie ucraine sono diventate uno degli obiettivi più colpiti dall’esercito russo Una vera e propria strategia, ormai. Tanto che in questi attacchi è andato distrutto un terzo dei libri stampati in Ucraina nel corso dell'anno.
È uscito un videogioco in cui l’unica cosa da fare è andare a un rave illegale e ballare tutta la notte Si chiama Afters, è gratuito e lo ha realizzato un game designer a cui l'idea è venuta dopo una notte passata tutta a ballare a un rave illegale.
La cosa incredibile di questa crisi energetica è che tutti sapevano che prima o poi sarebbe arrivata, perché tutti sapevano che le scorte di petrolio prima o poi sarebbero finite Ed evidentemente nessuno è riuscito a fare nulla per evitare lo scenario peggiore. Che è quello che stiamo vivendo in questi giorni.
Tilda Swinton ha scritto un’autobiografia, ma siccome non voleva fare la solita autobiografia ha deciso di raccontare la sua vita attraverso gli oggetti che ama Si intitola Material Evidence, uscirà nel 2028 e al suo interno ci saranno: un abito da battesimo, una lettera, una gamba di legno, una felpa, una matassa di seta da ricamo, una fotografia, una vita intera.
Per lanciare il loro nuovo album i Fontaines D.C. hanno organizzato dei listening party nei negozi di dischi indipendenti di tutto il mondo e l’Italia è uno dei Paesi in cui ce ne saranno di più Saranno ben 22 e si terranno tutti l'8 ottobre, sparsi dalla Liguria alla Sicilia e molti in "provincia", dentro negozi che sono pezzi di storia delle città.
La storia del Bosco Ospizio di Reggio Emilia, abbattuto per far posto anche a un supermercato, è molto più complicata e preoccupante di come la si sta raccontando Perché oltre al supermercato verranno costruiti anche una Casa della Comunità, una biblioteca e un polo sociale. E piantati 1350 nuovi alberi.
Negli ultimi cinque anni la Svizzera ha perso un quinto dei suoi ghiacciai Solo nel 2026 è sparito il 5,5 per cento del ghiaccio delle Alpi Svizzere. Gli scienziati parlano apertamente di «un anno catastrofico».
Esiste una mappa che raccoglie tutte le donne, militanti, scrittrici e studiose, che hanno fatto la storia dell’anarchia Si chiama Mujeres Anarquistas e al momento include sette grandi italiane: Virgilia D'Andrea, Luce Fabbri, Giovanna Berneri, Maria Roda, Tina Tomasi Ventura, Anna Maria Mozzoni e Marie Louise Berneri.

Vita favolosa di Nancy Reagan

Morta ieri, a 94 anni, attrice, first lady, icona degli anni Ottanta, era una donna che non si fidava delle donne (con qualche ragione).

07 Marzo 2016

Ci sono cose che continuano a fare male a vent’anni di distanza. Per Nancy Reagan una delle esperienze più devastanti fu leggere, quasi per caso, a bordo di un volo di linea Sacramento-Chicago, un suo ritratto scritto Joan Didion. A quei tempi, era la primavera del ’68, Nancy era la first lady giovane e bella della California, dove il marito Ronald era stato eletto governatore un anno prima, mentre Didion era una columnist del Saturday Evening Post. Le due si erano conosciute qualche settimana prima, quando Reagan aveva accolto la giornalista nella sua residenza per un’intervista. Di quell’incontro Nancy aveva serbato un ricordo piacevole, «mi sembrava fossimo andate così d’accordo!», fino al momento di leggerne il risultato: non il resoconto della loro innocua conversazione, bensì il ritratto di una bambolina ipocrita, intitolato con studiata perfidia “Pretty Nancy.”

«Nancy Reagan ha un sorriso interessato, il sorriso di una brava moglie, di una brava madre e di una brava padrona di casa, il sorriso di chi ha per padre un neurochirurgo e per marito la definizione stessa di Bravo Ragazzo», scrisse Didion. Era tutto un po’ troppo perfetto a casa Reagan, sembrava «un set» dove sorridevano tutti, la segretaria, le guardie, il cuoco, i giardinieri, e nulla era fuori posto: shiny happy people, un’iconografia da America reaganiana ante-litteram che a Didion non piacque affatto, tanto che accusò la first lady di «recitare un sogno» da casalinga degli anni Quaranta.

US President and Republican presidential

Ventun anni più tardi, dopo due mandati come first lady della California e altri due come first lady nazionale, Nancy ricordò così, nella sua autobiografia, quell’episodio che tanto l’aveva ferita: «Il mio più grande errore fu sorridere. Se solo avessi ringhiato un po’, sarebbe andata meglio». Dopo l’incontro con Didion, Reagan si trasformò una donna che non si fidava delle donne – e con ottime ragioni, visto che gli attacchi più duri li ricevette quasi sempre da giornaliste inviperite: Sally Quinn del Washington Post, per esempio, o Julie Baumgold del New York Magazine. Nancy Reagan era il tipo di donna che diceva, senz’ombra di ironia: «La mia vita è cominciata quando ho sposato Ronnie».

Il titolo stesso della sua autobiografia, My Turn, era un sobrio riferimento a una vita fino ad allora orgogliosamente vissuta all’ombra del marito. Nancy Reagan era molto peggio di una moglie sottomessa (succube, che risulti, non lo è mai stata): era una moglie a-d-o-r-a-n-t-e, che non riusciva a guardare il marito con un’espressione che non fosse di genuina venerazione. Questo, ovviamente, non poteva che mandare in bestia le reporter e le scrittrici emancipate: «Ma non si stufa mai di ascoltare il marito che parla?», si domandava Sally Quinn. A molte sembrava, e non del tutto a torto, una donna d’altri tempi, completamente “out of touch” con i valori contemporanei, fossero anche quelli conservatori. Dal canto suo, Nancy era convinta che le sue detrattrici, Didion inclusa, avessero dei problemi non soltanto con lei, ma con l’idea stessa di femminilità: «Il mio più grande difetto, a quanto pare, era sorridere troppo. Ovvero l’essere una signora».

BIO-REAGAN-FIRST LADY NANCY-COMMUNISM-CENTRAL AMERICA

L’unico colpo basso ricevuto da un uomo arrivò da Donald T. Regan, il capo di gabinetto, nonché quasi-omonimo, del presidente Ronald Reagan durante i primi anni del suo secondo mandato, dal 1985 al 1987. Donald Regan, che era stato segretario del Tesoro durante il mandato precedente e considerato uno dei teorici della “Reaganomics”, l’approccio liberista all’economia improntato sul taglio alle tasse, non andò mai particolarmente d’accordo con la first lady. Pare fosse stata lei a farlo licenziare, e lui ricambiò pubblicando un memoir al vetriolo, in cui la descriveva come aggressiva, manipolatrice, e fin troppo interventista negli affari di Stato. Inoltre rivelò che si rivolgeva regolarmente a un’astrologa: quando c’erano decisioni importanti da prendere, Ronald chiedeva a Nancy, e Nancy telefonava a un’indovina di San Francisco, tale Joan Quigley.

Come i fratelli Marx, anche lei fu accidentalmente accusata di marxismo. Dettaglio bizzarro, per una futura coppia che avrebbe contribuito non poco al collasso dell’Unione sovietica, fu quell’imputazione di comunismo a fare conoscere Nancy e Ronald. Era il 1949, lei si chiamava ancora Nancy Davis (nata Robbins da un padre che non se l’era mai filata, aveva preso il cognome del patrigno qualche anno prima), era un’attrice sotto contratto con la Metro Goldwyn Mayer e poteva vantare qualche serata romantica con Clark “Via col vento” Gable. Lui, di un decennio più anziano, era il presidente della Screen Actors Guild.

Erano gli albori del maccartismo e il nome di lei finì per errore, pare per un caso di omonimia, in una lista di attori rossi, così si rivolse a Ronald, che sistemò la faccenda e prese a farle la corte. I due attori cominciarono a farsi vedere insieme nei ristoranti più chic di Hollywood, la stampa di quell’epoca li definiva, con malcelata delusione, una «coppia senza vizi»: nessuna storia di corna, di scenate o droghe a rendere la vicenda interessante. Si sposarono nel ’52, quando lei aveva trentun anni: non propriamente un bocciolo virginale, manco per i canoni di oggi, figuriamoci per quelli degli anni Cinquanta.

Ronald And Nancy Reagan At Restaurant Table

La carriera di lei finì lì, in compenso cominciò quella che Charlton Heston, l’attore ultra-conservatore amico della coppia, avrebbe definito «la più grande storia d’amore d’America». La discesa in campo in California e il pugno di ferro con la contestazione studentesca; poi la Casa Bianca, inaugurata con un restyling in rosso e un attentato alla vita del presidente che rischiò di finire alla Kennedy, ma poi ebbe un epilogo migliore; la “Reaganomics”, le Guerre Stellari e la corsa agli armamenti, che forse prosciugò un po’ il budget nazionale ma dissanguò assai più l’Urss, ottenendo il risultato desiderato.

Infine la campagna di lei contro gli stupefacenti e l’amicizia di lui con Margaret Thatcher: «Era la sua altra anima gemella», disse la moglie con grande fair play. Il romanzo di Nancy e Ronnie: l’uomo sotto i riflettori, la donna non un passo indietro, ma rispettosamente al suo fianco. Tanto discreta in pubblico, in privato Nancy Reagan è stata una delle first lady più interventiste della storia.

Secondo alcuni «la più grande storia d’amore d’America» non ha però avuto un happy ending. Il finale amaro, dicono, è iniziato quando Ronald, poco dopo essersi ritirato a vita privata, ha cominciato a soffrire di Alzheimer. Così “pretty Nancy”, la donna che aveva vissuto un’intera esistenza per il marito, adorazione incondizionata in cambio di affetto e protezione, ha trovato al suo fianco un uomo che non la riconosceva più.

In quegli anni terribili, quando Nancy era ancora una bella signora dal look d’altri tempi e il suo Ronnie in pieno declino, Larry King, il celebre giornalista televisivo, provò a domandarle se il destino non fosse stato un po’ troppo crudele. Per una frazione di secondo, Pretty Nancy diventò quasi umana, le si inumidirono gli occhi, e rispose: «Tutto sommato ho avuto una vita favolosa».

Le statue di Nancy e Ronald al museo delle cere di Washington (Win McNamee/Getty Images); Nancy e Ronald insieme nel 2004, (Ronald Reagan Presidental Library/Getty Images); Un convegno elettorale nel 1984 (DON RYPKA/AFP/Getty Images); con la T-shirt “Stop Communism in Central America” al momento di lasciare la residenza presidenziale di Camp David, 1986 (DON RYPKA/AFP/Getty Images); Nancy e Ronald alla prima del film “Moby Dick” 1956 (Hulton Archive/Getty Images).
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