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23:21 mercoledì 19 agosto 2026
Quattro anni dopo Aftersun, la regista Charlotte Wells ha finalmente annunciato il suo nuovo film Verrà presentato a settembre al New York Film Festival, è un corto che racconta la vita della leggendaria batterista Paula Spiro.
Il più grande baobab del Madagascar sta morendo e la causa della sua morte (ovviamente) è la crisi climatica Ha vissuto per più di mille anni. Poi sono arrivate le piogge eccessive e le infezioni fungine. E adesso non c'è più niente da fare.
Il nuovo film di Jonathan Glazer è un documentario girato con una videocamera dai bambini di Gaza, dell’Ucraina, del Sudan e dello Yemen , questo il titolo scelto da Glazer per il film, verrà presentato al prossimo New York Film Festival.
La foto più bella e difficile dell’eclissi solare l’ha fatta uno skater Lui si chiama Danny Leon e molto probabilmente la sua foto vi è apparsa nel feed. Scattarla è stata una vera e propria impresa.
David Byrne ha fatto una playlist da ascoltare solo e soltanto quando si va in bici Una selezione di 40 canzoni, scelte con un criterio estremamente byrdiano.
Anche l’Accademia svedese ha fatto la sua lista di libri per l’estate, composta tutta da Premi Nobel per la letteratura, ovviamente Cinque libri, cinque autori e autrici, con una brevissima recensione a spiegare perché vale la pena portarseli in vacanza.
In Spagna c’è un hotel in mezzo al nulla, senza Wi-Fi né tv, che si può prenotare solo spedendo una lettera scritta a mano E aspettando una lettera di conferma altrettanto manoscritta. È l'hotel El Elevador a El Hierro, la più piccola e meno visitata delle Canarie.
Un gruppo di scienziati ha creato una nuova AI appositamente per trovare tutte le opere d’arte trafugate dai nazisti ancora disperse L'AI si chiama Provenance Assistant e a lei è andato l'ardua compito di ritrovare 100 mila opere rafugate di cui si sono perse le tracce.

Musicista contabile

Mutui, mini tour bus, luci di scena, affitti: fare i musicisti e fare i soldi sembra oggi utopia. Si raccontano i Grizzly Bear, in rampa di lancio con "Shields".

09 Novembre 2012

Per scrivere un articolo intitolato “Grizzly Bear: Indie – Rock royalty of 2012” apparso su un numero di ottobre della rivista New York, il giornalista Nitsuh Abebe (consiglio: assolutamente da seguire la rubrica “Why we fight” che tiene su Pitchfork) si è infiltrato per qualche settimana nelle vite dei Grizzly Bear, una delle band di maggior successo della scena indie americana, il cui ultimo album Shields è stato recensito con un 9/10 bello tondo proprio su Pitchfork. Ciò che è uscito da questo embedding prolungato è un bel ritratto esaustivo della storia e delle abitudini del gruppo.

Abebe racconta l’iter creativo che seguono i loro dischi, gli ascolti che li influenzano o li hanno influenzati fino a scendere nei particolari delle loro vite di tutti i giorni. Veniamo in questo modo a sapere che essere uno dei gruppi indie più popolari del pianeta, avere ceduto i diritti di alcune proprie canzoni per colonne sonore e spot televisivi, avere aperto un intero tour dei Radiohead e numerosi altri milestone achievements, non si traducono necessariamente in un’esistenza da privilegiati o in quel genere di surplus economico che mentalmente siamo portati ad associare all’archetipo di “Rockstar”. O almeno non più, non nel 2012.

Con sua e nostra sorpresa, Abebe ha scoperto che un successo planetario che si conta in decine di milioni di fan non ha sconvolto le esistenze e i portafogli dei Grizzly Bear come accadeva nell’era pre-digitale. I quattro membri del gruppo non possiedono ville con piscina o un parco macchine da fare invidia a James Bond, anzi. Non tutti i membri del gruppo possono permettersi di pagare un’assicurazione sanitaria privata e tutti quanti vivono ancora nelle stesse case in cui stavano prima che uscisse Veckatimest, il disco che, grazie al traino del singolo “Two Weeks”, li ha lanciati, e di sicuro non possono permettersi di pensare di andare in pensione a 35 anni e vivere di rendita per il resto della vita e gran parte dei soldi che ricavano devono essere immediatamente reinvestiti nel gruppo (per il noleggio di un tour bus ad esempio o dei set di luci per i live). In queste condizioni mettere su famiglia resta una chimera e l’indispensabilità di ogni componente per il progetto in generale è tale che a un certo punto uno dei membri si chiede angosciato: «Se uno di noi dovesse decidere di lasciare il gruppo per trovarsi un lavoro più remunerativo, non ho idea di come tirerei avanti».

Se Shields dovesse replicare il successo di Veckatimest è possibile che questo abbia un riflesso anche sul portafoglio ma per ora, come cantava Jannacci, per i Grizzly Bear: «Il futuro è un buco nero in fondo al tram». Un tempo un gruppo che nasceva indipendente poteva pensare, facendo le mosse giuste, di ritrovarsi a essere multimilionario prima che i suoi membri avessero compiuto 25 anni. Di esempi ce ne sono a bizzeffe: U2, Radiohead, Cure etc. etc. hanno inciso i loro primi dischi mentre continuavano a suonare in scantinati e feste universitarie, poi, se erano stati abbastanza convincenti, dal momento che nelle loro rispettive epoche i dischi si vendevano ancora, arrivava qualche major a proporre un contratto con molti zeri e a offrirgli il supporto logistico necessario a diventare successi globali e a ottenere un secondo contratto con ancora più zeri.

Oggi, ma in realtà ormai da decenni, questo sembra accadere sempre più di rado: le major si preparano in casa le ricette che funzionano sul mercato e chi comincia da indipendente se la deve cavare coi propri mezzi spesso per il resto della propria carriera. Il che, ovviamente, non è necessariamente un male, almeno per chi si trova dalla parte dell’ascoltatore, visto che, come nota Abebe nel suo articolo, questo permette ai gruppi indipendenti di avere, giocoforza, il completo controllo creativo sulla propria produzione senza condizionamenti o “ansie da prestazione”.

L’esempio perfetto in questo caso lo offre l’ultimo album degli Animal Collective. Si tratta di un disco che arriva dopo Merryweather Post Pavillion, l’Lp più pop e di successo del gruppo. Venti anni fa, gli AC ne avrebbero probabilmente ricavato così tanti soldi e pressioni da essere quantomeno tentati (o addirittura costretti da una grossa etichetta) di proseguire su quella strada e proporre un nuovo lavoro dalle sonorità molto simili. Oggi no e l’ultimo album è un ritorno alle radici più noise e sperimentali della band, un’opera che non si preoccupa di piacere alle masse che li hanno scoperti con il disco precedente. Del resto, come dice un ex musicista che non ce l’ha fatta (e che oggi può permettersi un’assicurazione sanitaria come direttore della produzione commerciale di Huffington Post Usa) intervistato da Abebe nel suo pezzo: «Ho sempre pensato che guadagnare un milione di dollari con le mie canzoni fosse più o meno come guadagnarlo giocando a carte in un casinò».

Foto: backstage del Coachella Festival, Michael Buckner / Getty

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