E sarà lui (ovviamente) a decidere chi gestirà l'azienda, e come, dopo l'avvenuta nazionalizzazione.
La notte del 16 ottobre 2025 un ordigno rudimentale esplode davanti alla casa di Sigfrido Ranucci a Pomezia e distrugge due automobili, la sua e quella della figlia; il conduttore di Report vive sotto scorta continuativa dal 2021, la deflagrazione arriva a pochi metri dalle finestre, e per qualche giorno l’Italia intera – governo compreso, opposizioni comprese, perfino i più assidui querelanti della trasmissione compresi – si stringe attorno al giornalista colpito nella maniera più antica e più riconoscibile: il tritolo sotto casa, la grammatica delle intimidazioni mafiose, l’eco immediata dell’attentato a Maurizio Costanzo del 1993, che Ranucci stesso evoca a caldo. Dieci mesi dopo, il 28 agosto 2026, la Rai chiude la vicenda con una nota di poche righe in cui annuncia che la conduzione di Report passa a Giulia Presutti e Daniele Piervincenzi, “nel segno della professionalità e dell’esperienza maturata sul campo”, e che a Ranucci sono state sottoposte “tre possibili opzioni di ricollocazione”. In dieci mesi, cioè, l’unico punto che nessuna procura ha mai messo in discussione – che Ranucci sia la vittima – è diventato l’unico punto irrilevante: il mandante confesso è a Rebibbia, gli esecutori sono agli arresti, e a perdere il posto è l’uomo a cui hanno fatto saltare le macchine. Per capire come sia potuto succedere bisogna ripartire dall’inizio, cioè da un’amicizia.
Un attentato per affetto
Le indagini della Direzione distrettuale antimafia di Roma procedono per mesi lungo le piste che chiunque avrebbe immaginato – la mafia albanese, la camorra, il traffico d’armi, le inchieste scomode della trasmissione – finché i pedinamenti, le celle telefoniche e le auto a noleggio non portano a quattro esecutori materiali tra le province di Napoli e Avellino, e da lì, risalendo la catena, a un nome che nessuna fiction avrebbe osato: Valter Lavitola. Ex direttore dell’Avanti!, faccendiere di lungo corso del sottobosco berlusconiano, già condannato in via definitiva per l’estorsione ai danni di Silvio Berlusconi, già latitante in Sudamerica: uno che nel repertorio della Seconda Repubblica occupava stabilmente il ruolo dell’intermediario opaco, e che nel frattempo era diventato – questo lo si scopre adesso – un amico intimo di Ranucci, “quasi un fratello”, parole sue. Ad agosto Lavitola viene arrestato con accuse pesantissime, tentata strage con l’aggravante del metodo mafioso, e da Rebibbia fa una cosa che nessun mandante fa mai: confessa. Ma confessa a modo suo, sostenendo di aver ordinato l’attentato per il bene dell’amico – un gesto dimostrativo, dice, qualche colpo contro una parete che l’esecutore avrebbe trasformato di testa sua in una bomba – allo scopo di ottenere un rafforzamento della scorta di Ranucci, minacciato dagli “odiatori”.
La gip Iole Moricca giudica il movente inverosimile, e lo giudica inverosimile anche perché le premure di Lavitola per la sicurezza dell’amico compaiono nelle chat soprattutto dopo l’esplosione, mentre Ranucci era protetto ininterrottamente da quattro anni. E indica un’altra spiegazione, che è il punto in cui la vicenda smette di essere cronaca nera e diventa qualcos’altro: accrescere la popolarità del giornalista per favorirne la discesa in politica, con Lavitola nel ruolo di regista dell’operazione. Le intercettazioni raccontano un progetto coltivato da tempo e con metodo. Il 9 gennaio 2026 Lavitola scrive a Ranucci: “Puoi tranquillamente fare altri cinque anni di tv e nel 2032 ti candidi, preparando per tempo il progetto”. Commissiona un sondaggio – tra gli otto e i diecimila euro, pagati secondo lui da “finanziatori” mai identificati – per misurare se nel centrosinistra ci sia spazio per una terza via rispetto a Schlein e Conte, e per scriverne le domande coinvolge perfino il direttore di Repubblica, Stefano Cappellini, senza fare il nome del candidato. Il 5 luglio, quando sa già di essere indagato e realisticamente intercettato, spiega a un interlocutore, in portoghese: “Avevo quasi convinto concretamente questo giornalista a candidarsi come presidente qui in Italia”; e poi, con l’aritmetica dei megalomani: “presidente garantito al centodieci per cento, io da solo prenderei il trenta per cento, senza partito, senza nulla”.
Su Ranucci, va detto con la stessa chiarezza con cui l’hanno detto procura e gip: non esiste alcun elemento che faccia ipotizzare un accordo o una consapevolezza, il giornalista non è indagato, è parte lesa, e a leggere gli atti appare semmai come l’oggetto di una manipolazione prolungata – inizialmente respingeva l’idea della candidatura, col tempo era parso “incuriosito”, e quando i suoi collaboratori non consegnarono a Lavitola gli indirizzari delle presentazioni dei libri, quel piccolo archivio del consenso non arrivò mai. Restano però le domande che l’inchiesta ha sollevato di rimbalzo, e che riguardano l’opportunità più che il codice penale: l’amicizia stretta con un condannato per estorsione, le pressioni di Lavitola per una seconda puntata sul cantiere navale di Adria, le piste sui servizi israeliani che il faccendiere suggeriva e che la redazione verificò e archiviò per mancanza di riscontri, il fatto che Ranucci, sentito in procura il 2 luglio, indicasse ancora come movente proprio l’inchiesta sul cantiere. Domande legittime, materia da commissione etica – che infatti la Rai attiva. Il problema è quello che la Rai fa dopo.
La scatola senza la fabbrica
A luglio l’azienda sospende in via cautelativa le repliche estive di Report, “a tutela di un patrimonio editoriale di grande valore per il servizio pubblico”: formula notevole, perché tutela il patrimonio impedendogli di andare in onda. Tre consiglieri d’amministrazione parlano di punizione, la Fnsi di atto gravissimo, l’Ordine dei giornalisti di decisione incomprensibile; ma la direzione è tracciata, e il 28 agosto – un venerdì pomeriggio di fine estate, l’orario in cui si depositano le notizie che non si vogliono discutere – arriva la nota della nuova conduzione. A Ranucci vengono prospettate tre alternative: il Tg3, RaiNews, oppure la corrispondenza dal Cairo. Il giornalista le commenta la sera stessa da Favignana, dove porta in tournée il suo spettacolo teatrale: «Ringrazio il Tg3 e RaiNews per l’asilo politico. Non capisco perché, se non sono adatto per Report, dovrei essere adatto per il Tg3 o RaiNews». Sul Cairo è più diretto: vive sotto scorta da prima dell’attentato, all’estero ne resterebbe privo, «forse auspicano che faccia la fine di Regeni» – e aggiunge che la capitale egiziana “ultimamente è stata usata un po’ come la Siberia”. Sui social annuncia che il suo non è un addio, che condurrà «la battaglia più importante della mia vita per la libertà di stampa», e definisce i successori «due persone che mortificano le professionalità» che hanno fatto la storia del programma. Il suo legale contesta integralmente la legittimità della decisione, che «condanna la vittima di un attentato», e prepara la vertenza.
Per capire perché la redazione insorga – e perché parli di insulto anche davanti a due nomi in teoria tutt’altro che impresentabili – bisogna ricordare come funziona Report, che non funziona come il resto della televisione. Il programma nasce nel 1997 da Milena Gabanelli su un modello che allora non esisteva: inviati-videomaker che si autoproducono, inchieste che maturano per mesi, un conduttore che non è un volto ma un capoautore, cioè il garante editoriale e legale di ogni parola mandata in onda, quello che firma e che si prende le querele – e di querele, in trent’anni, ne sono arrivate a centinaia, insieme a scorte, minacce e convocazioni in commissione di Vigilanza. Quando nel 2017 Gabanelli passa il testimone a Ranucci, il programma non cambia natura perché la natura non sta nel conduttore ma nella squadra; ed è esattamente questo che rende la mossa della Rai così anomala, perché l’azienda ha sostituito il vertice della piramide fingendo che la piramide non esista. Gli inviati apprendono i nomi dei nuovi conduttori dalle agenzie di stampa; Giulio Valesini e Bernardo Iovene ricevono la telefonata che sonda la loro disponibilità come capiautori un’ora prima del comunicato, e rifiutano; il comunicato collettivo che segue definisce la decisione «completamente irricevibile», per il metodo – nessuna interlocuzione in settimane – e nel merito, perché «le figure scelte non sono in alcun modo rappresentative della storia e dei valori di Report». Segue l’annuncio delle dimissioni in blocco, lo stato di agitazione, la minaccia di portare la trasmissione altrove dall’8 novembre, e la parola che Giulia Innocenzi usa con Fanpage: «killeraggio politico».
Il caso più delicato è proprio quello di Giulia Presutti, che di Report è inviata da anni: e qui sta la risposta alla domanda che molti si fanno, come possa essere un affronto la promozione di una interna. Il punto non è la provenienza ma la traiettoria: secondo la ricostruzione di Innocenzi, mentre gli inviati firmavano controproposte all’azienda Presutti era “sparita”, e la sua ultima mossa – la richiesta di un comunicato di solidarietà a Ranucci quando ormai la partita era chiusa – viene letta dai colleghi come un tentativo di spaccare la redazione a due giorni dall’annuncio di cui lei, molto probabilmente, era già a conoscenza; nel frattempo è circolata perfino una fotografia che la ritrae nel ristorante romano di Lavitola, dettaglio che in qualunque altra storia sarebbe un colore e in questa è un cortocircuito. Quanto a Daniele Piervincenzi, il suo problema è più sottile, perché non è un impresentabile – ed è esattamente questo a renderlo utile all’operazione. Il curriculum del coraggio fisico è autentico: la testata di Roberto Spada a Ostia nel 2017, setto nasale fratturato mentre chiedeva dei rapporti tra il clan e CasaPound, poi le botte a Rancitelli nel 2019, poi il Donbass e il Medio Oriente. Ma è il curriculum di un inviato d’assalto, formato alla scuola di Nemo e di Popolo Sovrano, cioè a un genere in cui il giornalista sta dentro l’inquadratura, è il corpo del servizio, mentre a Report vige da trent’anni il principio opposto: il servizio deve reggere anche quando il giornalista non c’è, perché a reggere sono i documenti.
È la distinzione su cui Ranucci ha costruito la lettera pubblica affidata al proprio profilo Facebook e indirizzata proprio a lui, dopo che Piervincenzi si era lamentato sul Domani per l’etichetta di scelta “mediocre”: mediocre, precisa, non è la professionalità dei due designati, mediocre è la decisione di metterli alla guida del programma – e giù il resto del fascicolo, voce per voce. Popolo Sovrano e i suoi ascolti tra il 2,4 e il 3,8 per cento nella primavera del 2019; l’inchiesta a quattro mani sul caso Attanasio realizzata per Report ma mai andata in onda, accettata – sostiene – «perché avevi bisogno di lavorare», da lui risistemata un paio di volte e comunque destinata ai Lab, i contributi che stanno fuori dal cuore della trasmissione, oltre ad aver creato attriti con Presutti che rivendicava la stessa storia; il concorso invocato dalla Rai a giustificazione della nomina, che a suo dire era un concorso per coprire i buchi d’organico dei Tg regionali, dove si valuta la capacità di leggere un testo di un minuto in video, non quella di dirigere centosessanta minuti di inchieste in prima serata. Fino alla frase più velenosa dell’intera vicenda, quella in cui il curriculum del coraggio viene rovesciato in un colpo solo: «Non ho avuto la disgrazia di prendere una testata da un mafioso, né la passione per il rugby». Si può trovare la lettera ingenerosa, e in più punti lo è. Ma la questione che pone resta in piedi anche togliendole il veleno: agli occhi della squadra il problema non è la firma, è la funzione – accettare di prestare una faccia pulita a una decisione che pulita non è.
Il primo settembre la trattativa è andata in scena a via Teulada in due atti, ed è fallita due volte. In mattinata il direttore dell’Approfondimento Paolo Corsini riceve Iovene e Valesini, che ribadiscono la condizione unica di tutta la squadra – «Il dialogo riprende se c’è il ritiro oppure la rinuncia da parte dei due nominati, altrimenti non c’è dialogo» – mentre il direttore, riferiscono, prende atto, sonda i margini, illustra il suo progetto. Nel pomeriggio tocca ai due designati, due ore di colloquio da cui Presutti e Piervincenzi escono senza alcuna intenzione di arretrare e con l’unica dichiarazione concessa ai cronisti, «non possiamo parlare, scusateci», che per i nuovi volti di un programma fondato sulle domande è un esordio quantomeno curioso. Dai vertici, intanto, filtra che «non ci vuole nulla a trovare sostituti»: i giornalisti interni sono pronti allo sciopero, gli esterni a lasciare in blocco. Il 2 settembre Corsini incontra l’intera redazione e la produzione – Presutti e Piervincenzi provano a partecipare, il direttore chiede loro di aspettare fuori, e il confronto con i colleghi non avviene nemmeno stavolta – mentre gli inviati restano irremovibili sul punto di partenza: i volti rappresentano il programma davanti al pubblico, servono figure che ne garantiscano identità e indipendenza. La svolta arriva dopo cena, con una mail a Corsini: Presutti rinuncia, «faccio volentieri un passo indietro», scrive, nella speranza di aiutare la trasmissione che l’ha formata, perché un programma così amato «non può impantanarsi in discussioni e scambi così piccoli» né legare il proprio futuro «a singoli nomi e singole personalità» – formula elegante per una resa che i colleghi, secondo le cronache, le avevano prospettato in termini assai meno eleganti, e che lascia Piervincenzi da solo al centro della scena, superstite di una coppia che i corridoi di viale Mazzini avevano fatto in tempo a soprannominare P2.
La replica dell’azienda arriva l’indomani, a margine della presentazione del nuovo programma di Salvo Sottile: Piervincenzi resta, «assolutamente sì», al posto di Presutti arriverà un’altra donna perché «l’attenzione al genere è stata la mia prima preoccupazione», e soprattutto «i conduttori li sceglie il direttore, mi pagano per questo», che è il modo di Corsini di chiarire che la rinuncia non riapre la partita, si limita a cambiare un nome sulla porta. Il passo indietro della giornalista viene derubricato a “scelta personale”, il programma verrà “strutturato diversamente, anche a livello di regia”, e l’intera operazione riassunta con la formula “stiamo riallineando un formato”, per venire incontro, parole sue, “a un nuovo tipo di pubblico” – il linguaggio, cioè, che le inchieste di Report smontano da trent’anni, applicato stavolta a Report medesimo. L’unico punto su cui tutti concordano è la data, l’8 novembre. Poi, nel pomeriggio dello stesso 3 settembre, la quadra che sei giorni di muro contro muro non avevano prodotto: Corsini convoca Claudia Di Pasquale – inviata della squadra storica, assunta da Gabanelli nel 2011, autrice di alcune delle inchieste che hanno costruito la reputazione del programma – e le affida la co-conduzione accanto a Piervincenzi, mentre capiautori saranno Iovene e Valesini, gli stessi due che una settimana prima avevano rifiutato al telefono, un’ora prima del comunicato. Dalle stanze della redazione arrivano applausi e grida di esultanza; gli inviati salutano «la più degna rappresentante dello spirito e del dna di Report», lei spiega di aver accettato solo perché gliel’ha chiesto tutta la squadra, Corsini augura “un grosso in bocca al lupo” con la disinvoltura di chi presenta come propria una soluzione che gli è stata strappata. Il bilancio della settimana, infatti, si legge in controluce: l’azienda tiene il punto formale – i conduttori li ha scelti il direttore, Piervincenzi resta, Ranucci resta fuori – e la redazione porta a casa la sostanza, una dei suoi alla conduzione, i suoi capiautori, il metodo presidiato. Ranucci affida ai cronisti un’ultima stoccata: “non ci si improvvisa conduttori”. Sipario.
Il movente, questa volta, è chiaro
Che la partita fosse politica lo ha certificato, con il solito tempismo, la politica stessa. Matteo Salvini commenta su X pochi minuti dopo l’annuncio – «Giusto così. Ora si faccia chiarezza» – invertendo con disinvoltura l’ordine delle operazioni, prima la sentenza e poi la chiarezza; Fratelli d’Italia auspica il ritorno a «una trasmissione d’inchiesta credibile» dopo anni di «faziosa propaganda politica e ideologica». Maurizio Gasparri, dalla commissione di Vigilanza, parla di «fanfaluche» e «pessime frequentazioni», il ministro Ciriani ironizza chiedendosi se Ranucci si aspettasse una gran croce di cavaliere, Tajani ricorda che «la Rai è autonoma e decide come meglio crede», formula che nella storia del servizio pubblico italiano non è mai stata pronunciata da nessuno che ci credesse. Dall’altra parte Elly Schlein osserva che «Telemeloni non ha nemmeno aspettato che i magistrati facessero luce», segno che «l’obiettivo era far saltare Report» ben prima della vicenda giudiziaria. Barbara Floridia parla di golpe e di “editto Meloni”, con richiamo esplicito a quello bulgaro. Sandro Ruotolo, che alla Commissione europea aveva già scritto per denunciare le pressioni sulla tv pubblica, nota che liberarsi di Report significa liberarsi di una voce scomoda mentre comincia la corsa elettorale. Nel frattempo la presidente della commissione Antimafia Chiara Colosimo aveva trovato il modo di ipotizzare una riduzione della scorta del giornalista – materia che, le è stato fatto notare, compete all’Ucis e non alla commissione.
Ed è qui che si vede lo scoop politico vero di questa storia, che non sta nelle intercettazioni ma nel loro uso. Il progetto di Lavitola – vero, delirante o entrambe le cose – ha consegnato ai nemici di Report l’arma che vent’anni di querele non avevano fornito: la possibilità di etichettare retroattivamente ogni inchiesta della trasmissione come mossa politica, di trasformare la vittima in sospettato per contiguità, di ottenere per via reputazionale quello che non si poteva ottenere per via editoriale. Non serviva accertare nulla, e infatti nulla è stato accertato: ne bastava l’ombra, e la Rai, l’azienda che avrebbe dovuto aspettare i magistrati, o quantomeno la propria commissione etica, ha scelto di agire prima di entrambi, d’estate, senza parlare con la redazione, offrendo alla vittima di un attentato un esilio al Cairo. Chiunque abbia scritto la sceneggiatura, il finale conviene sempre agli stessi.
Il programma più discusso d’Italia non è in onda
Da quando la Rai ha tolto Report dal palinsesto, Report non ha mai occupato così tanto spazio. Il toto-nomi ha riempito le pagine degli spettacoli per tutta l’estate, le agenzie hanno battuto ogni indiscrezione di viale Mazzini, Salvini ha commentato in tempo reale, Selvaggia Lucarelli ha ripescato una vecchia denuncia contro Presutti, La Verità ha risposto con i retroscena delle chat interne alla redazione, i social si sono divisi in schieramenti, i profili dei due designati hanno intanto macinato follower, Ranucci ha riempito i teatri, e perfino l’Unirai – il sindacato interno più vicino alla maggioranza – è scesa in campo a difendere i designati. La vicenda, che ha tutti gli ingredienti della serialità – un attentato, un amico traditore, un’eredità contesa, due successori da eleggere a usurpatori o a pionieri a seconda del tifo – è stata adottata dal sistema dell’informazione come il contenuto dell’estate, trattando la successione alla guida di un programma d’inchiesta con la narrazione del calciomercato: i nomi, i retroscena, le trattative, le pagelle.
È una saturazione che conviene a tutti i giocatori. Al governo, perché più Report diventa oggetto di contesa politica più il vecchio frame della trasmissione “faziosa” si autoavvera; alle opposizioni, che per la ripresa autunnale hanno trovato una bandiera già cucita; alla Rai, perché il rumore sui nomi copre la domanda sul metodo; perfino a Ranucci, paradossalmente, che nella parte del perseguitato dispone di un palcoscenico più ampio di quello del lunedì sera. L’unica cosa che in settimane di dibattito non ha ricevuto un minuto di attenzione è la materia prima attorno a cui tutto questo ruota: le inchieste – i fascicoli aperti, i servizi pronti, quello che Report avrebbe dovuto mandare in onda e non ha mandato.
E la sovraesposizione ha una scadenza, che chi ha scelto i tempi dell’operazione conosce alla perfezione. Il ciclo dell’indignazione italiana dura una, al massimo due settimane: tanto è durato quello del monologo cancellato di Scurati, che nell’aprile del 2024 sembrava uno spartiacque della censura di Stato; tanto è durato quello del caso dello spyware sui telefoni dei giornalisti; sono durate poco di più le dimissioni di un ministro della Cultura travolto in diretta dalla propria consulente. La vicenda Ranucci, a ben vedere, dura da ottobre – ma non come un’unica storia: come una successione di cicli, ciascuno dei quali ha consumato e ricoperto il precedente – la bomba, gli arresti, la confessione, le repliche sospese, la rimozione, cosicché oggi si discute dei conduttori e non più dell’attentato, dell’attentato e non più delle inchieste che l’attentato avrebbe dovuto fermare. Annunciare la sostituzione l’ultimo venerdì di agosto significa scommettere esattamente su questo: che entro l’8 novembre il ciclo sarà esausto, che la sigla partirà davanti a un pubblico che avrà già litigato, commentato e dimenticato, e che a quel punto i nuovi conduttori verranno misurati con l’unica categoria che sopravvive all’evaporazione dell’indignazione: lo share. Le aziende televisive non temono le polemiche: le amministrano – la sospensione estiva, la nota del venerdì pomeriggio, le settimane cuscinetto prima della stagione appartengono alla stessa tecnica con cui si lascia raffreddare qualunque crisi in attesa che l’attenzione passi oltre. L’unico dato imprevisto, in questo calcolo, è stata una redazione che invece di consumarsi dentro il ciclo lo ha tenuto acceso: lo stato di agitazione, la minaccia di sciopero e di dimissioni in blocco, l’ipotesi di rifare Report altrove lasciata cadere nei virgolettati al momento giusto. Una tenuta che ha prodotto i suoi effetti in settantadue ore – prima la rinuncia di Presutti, poi una conduttrice scelta dentro la squadra storica: per una volta il ciclo lo ha vinto chi lo ha alimentato, non chi contava di aspettare che si esaurisse naturalmente.
Resta la domanda che questa vicenda rende impossibile eludere, ed è una domanda che precede Meloni, Lavitola e lo stesso Ranucci: com’è possibile che in un sistema televisivo con nove reti generaliste, decine di talk quotidiani e un canone obbligatorio, il giornalismo d’inchiesta riconosciuto come tale coincida con una sola trasmissione, un’ora e mezza il lunedì sera su Rai3? La risposta sta in cinquant’anni di lottizzazione mai riformata, in un servizio pubblico che dal 1975 funziona come ufficio di collocamento della maggioranza di turno – Telemeloni è solo l’ultimo inquilino, il più metodico – e in un mercato privato che l’inchiesta non l’ha mai voluta finanziare, perché costa, dura mesi, produce querele e non produce clip buone per Instagram. Un ecosistema sano non affiderebbe un intero genere a un programma, il nostro l’ha fatto e adesso scopre il prezzo dell’operazione. Le opposizioni promettono la riforma della governance che una norma europea, il Media Freedom Act, chiede da due anni. La promettevano, con identiche parole, anche quando la Rai la occupavano loro.
L’8 novembre, salvo colpi di scena, la sigla di Report partirà con Claudia Di Pasquale accanto a Piervincenzi, Iovene e Valesini capiautori, la squadra al proprio posto: la macchina, alla fine, si è salvata. A restare fuori è una persona sola, quella da cui tutto era cominciato – la vittima dell’attentato. Nelle stesse settimane Sigfrido Ranucci girerà l’Italia con il suo spettacolo, Favignana, Agrigento, Alghero, teatri pieni di un pubblico che al servizio pubblico paga il canone e le repliche se le andrà a cercare in platea, trasferito, per ora, nell’unico palinsesto che la Rai non può riorganizzare con una nota.
