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03:54 giovedì 10 settembre 2026
Mamdani ha reso pubbliche 170 mila pagine di report, dichiarazioni e indagini sulla qualità dell’aria dopo l’attentato alle Torri Gemelle Quattro amministrazioni comunali diverse hanno tenuto quelle carte fuori dalla portata del pubblico, del Congresso e del consiglio comunale, mentre i funzionari continuavano a definire l'aria sicura e accettabile. Ora sono consultabili online.
Per la prima volta un’AI ha progettato virus mai esistiti in natura e perfettamente replicabili in laboratorio Una scoperta potenzialmente molto utile per la medicina ma con dei lati inquietanti, per via delle possibili applicazioni dei virus come armi biologiche.
Presto potremo ascoltare l’ultimo brano inedito di Gino Paoli: l’avrebbe dovuto cantare con Ornella Vanoni Si chiama "Quando ti rivedrò", farà parte della nuova edizione di Appunti di un lungo viaggio, nel catalogo Sugar, e uscirà il 23 settembre nella notte tra i compleanni di Ornella Vanoni e Gino Paoli.
Il documentario di Paul Thomas Anderson sul concerto di Cameron Winter alla Carnegie Hall arriverà in streaming su Mubi Per il momento non c'è ancora una data d'uscita ufficiale, però. Sappiamo solo che il film lo potremo vedere nel 2027.
Siccome a Sandra Huller piacciono solo i ruoli difficili, nel suo prossimo film interpreterà un maschio, scrittore, morto di cancro al cervello Il film si chiama Arbeit und Struktur ed è ispirato al diario di Wolfgang Herrndorf, morto prematuramente a causa di un tumore al cervello.
In Polonia c’è stato un certo panico per una violazione dello spazio aereo da parte della Russia, ma poi si è scoperto che la colpa era di uno stormo di uccelli Un grosso stormo di uccelli, come hanno confermato gli stessi militari inviati sul luogo per accertarsi del fatti. Non è escluso che fossero uccelli russi.
Sarà un caso, ma le nuove uniformi della Space Force presentate da Trump somigliano molto a quelle di un certo regime di estrema destra che governò la Germania dal ’33 al ’45… La Casa Bianca, in un comunicato ufficiale, ha detto che l'ispirazione sono le divise di Starship Troopers. Ma le divise di Starship Troopers erano ispirate proprio a quelle delle SS.
Jeff Bezos continua a investire miliardi nella moda nella speranza che prima o poi qualcuno lo trovi simpatico Lauren Sánchez e Jeff Bezos continuano a investire milioni in tessuti ecologici e giovani designer. Ma di simpatia, per il momento, ancora nessuna traccia.

Cosa significa oggi stile italiano?

In un periodo sempre più complicato per l’industria della moda, le sfilate di Milano riflettono l’incertezza del momento storico, tra sartorialità formale e rincorsa alla giovinezza.

19 Giugno 2024

In una recente conversazione, una persona molto intelligente ha spiegato (a me e alle altre persone sedute al tavolino di un bar) il perché la filiera italiana non sia la scelta migliore quando si tratta di produrre determinati materiali come il denim, la pelle e il jersey. La ragione è che tutto quello che viene prodotto in Italia ha, immancabilmente, una mano italiana: è cioè rifinito in ogni dettaglio, ha un effetto finale impeccabile, è lussuoso, o almeno questo è quello che abbiamo sempre venduto al mondo (anche se le recenti notizie sul lavoro nero di quella stessa filiera raccontano un’altra storia, ne avevo scritto qui). Non sempre quell’effetto è ciò che si vuole ottenere: se si cerca un tocco più ruvido, un risultato meno ripulito e più “usato”, allora bisogna andare altrove. Era ovviamente una semplificazione, ha aggiunto quella persona che di mestiere fa la stilista, ma è tuttavia una notazione che mi ha fatto riflettere, tanto più guardando alle collezioni sulle passerelle durante quest’edizione della moda uomo. Lo stile italiano, storicamente, si è definito proprio per quelle caratteristiche di rifiniture, morbidezza, portabilità: una concretezza figlia dell’artigianalità italiana che ha avuto molte declinazioni, ma che è rimasta una delle qualità imprescindibili della nostra moda. Le collezioni di questi giorni, ho pensato, parlano ancora la lingua di quello stile italiano, eppure è innegabile che qualcosa stia cambiando: su tutto aleggia infatti una certa decadenza, un’ironia a volte malinconica che finisce per dare nuovi significati al “vestire bene” per cui siamo famosi nel mondo. È un processo in fieri e probabilmente si collega al momento storico, tanto quello ristretto del settore, che attraversa una crisi innegabile dopo la sbornia dello shopping post Covid, quanto quello più ampio che riguarda l’instabilità geopolitica: tutto si ripercuote sulla “voglia” di moda della nostra società. Abbiamo ancora voglia di moda?

Prada Spring Summer 2025. Photo courtesy of Prada

Luca Magliano si è ispirato a Pinocchio, con una collezione che mantiene tutti i codici stilistici che lo hanno reso lo stilista che è: interessato alle persone che i vestiti li indossano, ai loro corpi, alle loro vite e ai loro ricordi. Proprio l’archeologia dei ricordi d’infanzia si riflette nella stratificazione degli abiti e nella loro apparente confusione. Come la memoria spesso è selettiva, confonde e riscrive il nostro passato, così nel “middlewear” di Magliano le destinazioni d’uso dei capi, le loro funzioni (o «disfunzioni», si legge nella nota ufficiale) si invertono: il cappotto ha l’asciugamano integrato, il pantalone diventa costume da bagno, il nodo diventa decoro, il grembiule capo da sera. Nella spiaggia libera di Magliano le persone si incontrano, come nella vita, anche quando fanno lo stesso lavoro e anche in un ambiente in cui è d’abitudine farsi la guerra su Instagram: i maglioni ricamati Cormio/Magliano sono allora il simbolo di «un’alleanza incondizionata tra colleghi», qualcosa che ci libera, almeno per una sfilata, dall’enormità degli ego che affliggono quest’industria. Lo stile italiano di Magliano non ha niente a che fare con l’idea turistificata del nostro Paese (il dolcefarniente che spopola su TikTok), si muove sì nel solco del mito della moda italiana, e di quella portabilità di cui sopra, ma non può essere, nel 2024, una glorificazione di un qualsivoglia jet-set. È invece il risultato di un interesse, una tensione, verso tutto quello che è stato storicamente messo da parte, nascosto, dimenticato.

Anche Miuccia Prada e Raf Simons hanno voluto interessarsi alla sovrapposizione tra verità e finzione, reale e irreale: la collezione che ha sfilato nel Deposito della Fondazione Prada, su una passerella claustrofobica che si apriva con una casetta “rave” dai contorni fiabeschi, erano all’apparenza semplici, ma da vicino rivelavano dettagli distorti. Il fil di ferro che attraversa colletti e orli imprime ai capi un dinamismo irreale, irrigidendoli in posizioni innaturali, mentre le pieghe e le lavorazioni stropicciano, invecchiano, rivelano i segni del tempo: «l’imperfezione è un altro segno di vita, di realtà». Guardando i modelli succedersi veloci era impossibile non pensare a come si vestono certi ragazzi oggi, quando mescolano i capi “thrifted” con gli accessori del momento, quelli che possono permettersi ora che non esistono più punti di accesso al mondo dei marchi del lusso: rubando dall’armadio dei fratelli più grandi o dai genitori, questi ragazzi riutilizzano, riadattano, inventano. 

JW Anderson Spring Summer 2025. Photo courtesy of JW Anderson

Anche Jonathan Anderson ha raccontato, parlando con i giornalisti, di come sia rimasto colpito nell’osservare il modo in cui le persone si vestono oggi, soprattutto i più giovani: in un momento in cui la moda sembra «sempre meno radicale», basta farsi un giro a un festival (Anderson è stato recentemente al Primavera Sound) per rendersi conto che c’è ancora voglia di sperimentare con la moda. «Quello che fanno i ragazzi oggi con i vestiti è incredibile. Quando ho iniziato, probabilmente la mia moda per l’uomo poteva sembrare controversa, ma credo che oggi la percezione [dei miei abiti, nda] sia ben più moderata», nota con la lucidità che lo contraddistingue. Ecco perché Jonathan Anderson è il più bravo della sua generazione: è uno che sa cosa significa essere ossessionato da qualcosa (uno che sogna di dormire, quindi scrive sui suoi maglioni “Real Sleep”), sa bilanciare i riferimenti più alti con quelli più bassi (non solo nel marchio che porta il suo nome ma anche da Loewe, dove mescola collaborazioni d’arte e meme, ne parlavamo nell’ultima newsletter Industry) e non rinuncia mai a quell’elemento di leggerezza surrealista che è sempre una boccata di aria fresca: i palloncini/festoni sgonfi attaccati al cappotto? Yes, please. Un tocco che non mancava a Franco Moschino, il cui marchio è oggi disegnato da Adrian Appiolaza (con un passato proprio da Loewe), alla sua seconda collezione da Direttore creativo. Appiolaza ha un compito difficile, com’è difficile reinterpretare qualsiasi archivio: senza Moschino non sarebbe esistito Virgil Abloh e Appiolaza è rispettoso nell’approccio, che filtra con il suo sguardo. Il suo Moschino è forse meno gioioso di quello di Franco, l’ironia esuberante, che non è mai stata superficiale, è ora velata da una certa amarezza: amari sono però i tempi, e i direttori creativi hanno bisogno di tempo. 

Gucci Spring Summer 2025. Photo courtesy of Gucci

Sembra invece più a suo agio nel ruolo Sabato De Sarno da Gucci, che ha scelto, per il suo show, di aprire le porte della Triennale di Milano. «Non mi piace la moda che spaventa, quella che allontana le persone», ha raccontato ai giornalisti, «Credo che la mia sia una moda che accoglie, fatta di dettagli». La collezione, come già a gennaio, era fresca e capace di raccontare al meglio l’idea di Gucci del suo nuovo Direttore creativo: le silhouette precise ma mai rigide, le lavorazioni impercettibili all’occhio ma frutto di una minuziosa ricerca sui tessuti, espressione di uno stile italiano contemporaneo dove anche la giacca a doppio petto diventa morbida e la sartorialità è al servizio di una mascolinità più aperta. Particolarmente azzeccata, poi, la campagna che ha anticipato la collezione, con protagonisti i modelli Clément Chabernaud e George Barnett, volti indimenticabili per i Millennial appassionati di moda. Massimo Giorgetti, da MSGM, ha festeggiato i quindici anni del suo marchio con una collezione ispirata al Mediterraneo dove ai rimandi marinareschi si accostano stampe e colori acidi come le bombe di pittura che, durante la sfilata, vengono lanciate su delle superfici bianche, in un allestimento curato da Fabio Cherstich.

Da Jordanluca, invece, hanno guardato al mondo del balletto, ma attraverso il loro filtro: il tutù e le ballerine, per uomo e per donna, si imbevono di nero e ribellione punk, provando a ribaltare anche la più classica delle discipline secondo nuove prospettive. Jordan Bowen e Luca Marchetto servono molto alla moda di Milano, e la speranza è che rimangano qui. Da Emporio Armani, invece, il tema era il ritorno alla natura e agli spazi aperti dei campi, che si riflettono nella palette di colori e nella rilassatezza delle linee, così come da Zegna, dove Alessandro Sartori ha scelto di sfilare in uno spazio industriale all’interno del quale era stato ricostruito un campo di piante di lino. Qui le linee classiche del menswear vestono uomini più maturi, come l’attore Mads Mikkelsen che ha chiuso la sfilata, una contrapposizione che è sembrata particolarmente evidente durante queste sfilate. Era un omaggio a Marcello Mastroianni la collezione di Dolce&Gabbana, che sono tornati all’estetica anni Cinquanta, «periodo d’oro dell’Italia» come scrivono nel comunicato stampa. Ma se c’è qualcuno che ha saputo ricostruire il maschile è di certo Giorgio Armani, uno dei pochi show dove i modelli non erano appena ventenni ma uomini adulti. Gioventù e maturità, ricordi d’infanzia e angoscia del presente, reale e irreale, corpi muscolosi e corpi efebici: questi pochi giorni di moda uomo si sono mossi su molte dicotomie, come d’altronde è il racconto sul maschile oggi. Un racconto, però, a cui mancano molti capitoli, che speriamo prima o poi di leggere qualche parte.

In apertura: Magliano Spring Summer 2025. Photo courtesy of Magliano.

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