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16:17 sabato 21 marzo 2026
Chopper, il medico della ciurma Cappello di Paglia in One Piece, è stato nominato ambasciatore di Medici Senza Frontiere «La convinzione che si debba curare tutti, indipendentemente da etnia o nazionalità, è ciò in cui crediamo anche noi», ha detto il presidente di MSF, spiegando la scelta del nuovo ambasciatore.
La foto che tutti i giornali stanno pubblicando negli articoli sulla vera identità di Banksy non ritrae Banksy ma un tizio qualunque fotografato mentre lavorava vicino a un’opera di Banksy L'uomo si chiama George Georgiou, ha 69 anni e di mestiere fa l'operaio. Ha definito quello che gli è successo «assurdo».
Al trailer di Spider-Man: Brand New Day è bastato un giorno per diventare il trailer più visto di tutti i tempi Ha totalizzato 718 milioni di visualizzazioni in 24 ore, sbriciolando il precedente record detenuto dal trailer di No Way Home.
Hachette ha cancellato l’uscita di un romanzo horror molto atteso perché si è scoperto che l’autrice l’ha scritto usando l’AI L’autrice di Shy Girl, Mia Ballard, si è difesa sostenendo che a usare l'AI non è stata lei ma un suo conoscente al quale aveva affidato il compito di correggere le bozze.
Un marinaio della portaerei francese Charles de Gaulle ne ha rivelato a tutti l’esatta posizione loggando la sua corsetta mattutina su Strava Non è il primo militare a rivelare informazioni sensibili registrando i propri allenamenti, tanto che è stato coniato un nome per il fenomeno degli Strava Leaks.
Il nuovo film di Alice Rohrwacher, Three Incestuous Sisters, sarà tutto ambientato tra Roma e Stromboli La regista inizierà le riprese ad aprile e passerà la primavera tra la Capitale e le Eolie assieme a Dakota Johnson, Saoirse Ronan, Jessie Buckley e Josh O'Connor.
C’è solo un Paese al mondo che non è affatto preoccupato dalla crisi energetica causata dalla guerra in Medio Oriente: la Cina La Repubblica popolare raccoglie adesso i frutti di anni di enormi investimenti nelle energie rinnovabili e in particolare nell'elettrico.
Steven Soderbergh sta per lanciare una app che racconta e spiega ogni singolo giorno di riprese de Lo squalo L'app comprenderà una saggio di 25 mila parole scritto da Soderbergh e tutti i dettagli possibili e immaginabili sulle riprese del capolavoro di Speilberg.

Milano da bere

Martini, Moscow Mule, Negroni sbagliato, atmosfere d'epoca o contemporanee: quattro bar fondamentali della città che ha fatto del drink uno stile di vita.

18 Dicembre 2015

Pasticceria Massimo 1970 (zona circonvallazione del 9, passaggio di sciure e bocconiani)

I migliori martini di Milano li fa un caffè di quartiere. E cioè la Pasticceria Massimo 1970, l’anno a indicare i quarantacinque anni di onorata conduzione famigliare. Sta all’inizio di via Ripamonti, nel tratto che va da Sabotino a Beatrice d’Este, quello in cui vai sempre spedito e invece conviene fermarsi. Dentro, fino a un attimo fa, ci trovavi il compiantissimo Morando Morandini a bere il caffè con l’iPad sintonizzato sulla partita, sperso tra una massa di habitué incrollabili che pattugliano il bancone con costanza giornaliera: un caffè, un bignè (i più buoni della città), un calice di bollicine. Il figlio più piccolo, come in un film di Pupi Avati, si chiama Luca e si è specializzato in cocktail, con predilezione per i gin che battono bandiera di Sua Maestà.

Better Drink Martini
Pubblicità del Martini, 1953 (Picture Post/Hulton Archive/Getty Images)

Perciò si finisce sempre sul martini, pescando tra le bottiglie di pregio sistemate accanto alla macchina del caffè, lo vuoi più secco o più botanic? Altrimenti gli lasci fare e lui inventa, tra London Mule (col gin al posto della vodka), Negroni invecchiati, drink homemade dai nomi fieramente anni Ottanta come Tentazione. Quest’anno ha lanciato la prima etichetta di casa: Crinò Numero 7, dal cognome di famiglia d’origine siciliana, infatti in questo vermouth ci sono pure profumi isolani. Non ha nulla del “locale”, e forse è la ragione per cui sta sorgendo attorno a questo indirizzo una solida comunità di bevitori giusti, i fedelissimi insieme a nuovi stranieri con lettera di referenze, il milanese doc e il tipo venuto da Hong Kong, la coppia di vecchietti di Up (passate attorno alle sette e mezza di sera, sono i più teneri tra gli avventori) e qualche residuo di cumenda vanziniano che non dà mai fastidio, anzi. La sera chiude non più tardi delle otto e un quarto, e anche questa è una bella controtendenza: un cocktail fatto come dio comanda, le sfogline di pasticceria, e poi tutti a cena, contro lo strapotere duro a morire dei buffet di cous cous e pasta riscaldata fino a notte fonda.

Santeria Social Club (zona molto fuoricerchia sponsored by Prada)

Ora che il Santeria originale (quello all’Ortica) è ufficialmente diventato fighetto (non che prima fosse un posto da squatter, ma di recente è stata avvistata Barbara Berlusconi a fare l’acclamato brunch domenicale), il solito giro giusto dietro a uno dei marchi più riusciti degli ultimi anni ha rilevato – via bando comunale – l’ex concessionario sfitto da anni su viale Toscana. Dalla “perifa” vera alla semiperiferia che guarda da un lato allo Scalo Romana (dunque alla torre d’oro di Miuccia Prada), dall’altro alla fu centrale del latte che sarà riqualificata nel nuovo campus bocconiano. Dentro, sedie di finta formica più chic di quella da mercatino, soffitti che riprendono le vecchie piastrelle a esagono milanesi, librerie stile cassette di frutta da bookcrossing e un bellissimo bancone con buone bottiglie. Hanno strappato un barista al Rita, il più storico e celebrato locale di cocktail sui Navigli, e preparano drink ritrovati con nomi che piacciono agli hipster da barber shop, che è come si chiamano oggi i parrucchieri in Isola: il più bello è Suffering Bastard, che è pure uno dei migliori. C’è anche una serata Gatsby, con – così recita la réclame – «Music & Bar from the Roaring Twenties»: orchestrina jazz e alcolici psuedoclandestini; oggi in città lo speakeasy da finto Proibizionismo si porta moltissimo.

Eppol (zona Venezia Gay Village)

Edward Of The Ritz
Edward, il barman del Ritz Hotel, prepara un cocktail, 1973 (Evening Standard/Getty Images)

La titolare frizzantissima (non riesco a trovare aggettivo più indicato) viene di corsa al tavolo a chiedere cosa vi piace come vi piace, il bartender poi ve lo personalizza a dovere. (Attenzione: c’è chi dice di averne ultimamente trovato uno più scarso, con conseguenti cocktail non all’altezza dei primi, quando inaugurò Saturnino.) Prima stavano sui Navigli, poi son venuti qui perché «fa più casa», dicono, a un passo dal palazzo déco del Panino Giusto, meno turisti e più aspiranti socialite da Castro milanese. Pure da queste parti impazza la riscoperta degli standard di una volta, mescolati o agitati, pestati o no, in coppa o in bicchiere, e ovviamente Moscow Mule come se piovesse, ormai da queste parti si beve solo quello, su sfondo di modernariato appunto casalingo (ma col tavolo di marmo di Carrara) e tutt’una parete di bosco verticale che fa molto padiglione dell’Expo. Giro modaiolo-musicale da divano di X-Factor che mangia quinoa e erbe dell’orto, forse per questo nei drink finiscono rosmarino, lavanda e aromi vari come oggi piace alla gente che piace, però sono buoni.

Bar Basso (zona Upper East Side)

«In questo momento avrei proprio voglia di uno sbagliato del Bar Basso», mi disse un’amica qualche tempo fa, che farà pure troppo snob, si capisce, ma è l’aria con cui si entra nel più polveroso e sempre moderno bar della Milano da bere, quella vera. Michele Placido ci ha girato il brutto Vallanzasca: pure un pugliese – seppur consigliato da qualche bravo scenografo – sa che deve andare lì, per ritrovare quella Milano lì. Qui appunto hanno inventato il Negroni sbagliato, a Milano solo sbagliato: del resto è la città in cui non si specifica se un luogo è una via o un viale o una piazza, si omette sempre la prima parte, ci vediamo «in San Babila» o «in Montenero», con conseguente spaesamento iniziale dei fuori sede. Dentro è tutta una tenda e una boiserie, il Bar Basso sta al drink tradizionale (e ai suoi pochi ammennicoli: noccioline, olive, patatine, l’aperitivo italiano che in alcuni posti è rimasto immutato) come il Bar Quadronno sta al panino d’autore. Ci organizzano eventi piacioni per il Salone del Mobile, ma persiste e resiste la granitica clientela di quartiere da bianchino spruzzato di campari, del resto siamo poco prima di piazza Piola, Città Studi, la Lambrate di Rocco e i suoi fratelli e oggi dei loft e del design. C’è quell’aria vintage da «specialità italiane e internazionali» che dà calore più di un filtro Sierra su Instagram.

Nell’immagine in evidenza: Un barman dell’Embassy Club nel 1933. (Sasha/Getty Images)
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