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Quattro anni dopo Aftersun, la regista Charlotte Wells ha finalmente annunciato il suo nuovo film Verrà presentato a settembre al New York Film Festival, è un corto che racconta la vita della leggendaria batterista Paula Spiro.
Il più grande baobab del Madagascar sta morendo e la causa della sua morte (ovviamente) è la crisi climatica Ha vissuto per più di mille anni. Poi sono arrivate le piogge eccessive e le infezioni fungine. E adesso non c'è più niente da fare.
Il nuovo film di Jonathan Glazer è un documentario girato con una videocamera dai bambini di Gaza, dell’Ucraina, del Sudan e dello Yemen , questo il titolo scelto da Glazer per il film, verrà presentato al prossimo New York Film Festival.
La foto più bella e difficile dell’eclissi solare l’ha fatta uno skater Lui si chiama Danny Leon e molto probabilmente la sua foto vi è apparsa nel feed. Scattarla è stata una vera e propria impresa.
David Byrne ha fatto una playlist da ascoltare solo e soltanto quando si va in bici Una selezione di 40 canzoni, scelte con un criterio estremamente byrdiano.
Anche l’Accademia svedese ha fatto la sua lista di libri per l’estate, composta tutta da Premi Nobel per la letteratura, ovviamente Cinque libri, cinque autori e autrici, con una brevissima recensione a spiegare perché vale la pena portarseli in vacanza.
In Spagna c’è un hotel in mezzo al nulla, senza Wi-Fi né tv, che si può prenotare solo spedendo una lettera scritta a mano E aspettando una lettera di conferma altrettanto manoscritta. È l'hotel El Elevador a El Hierro, la più piccola e meno visitata delle Canarie.
Un gruppo di scienziati ha creato una nuova AI appositamente per trovare tutte le opere d’arte trafugate dai nazisti ancora disperse L'AI si chiama Provenance Assistant e a lei è andato l'ardua compito di ritrovare 100 mila opere rafugate di cui si sono perse le tracce.

Il caso Michael Cohen

La testimonianza dell’ex avvocato di Trump è quello che si definisce un terremoto politico. Gli articoli da leggere per capirlo.

02 Marzo 2019

Michael Cohen, che ha lavorato a stretto contatto con Donald Trump per più di dieci anni fino a diventarne l’avvocato personale quando quest’ultimo è diventato presidente, mercoledì 27 febbraio ha testimoniato di fronte alla Commissione della Camera per la Vigilanza e le Riforme. La deposizione, che tutti gli analisti politici hanno riconosciuto come un fatto eccezionalmente raro, è avvenuta nell’ambito dell’indagine sulle presunte interferenze russe nella campagna elettorale che ha portato alla vittoria di Trump, nel novembre del 2016. Cohen, 52 anni, ha scelto infatti di testimoniare di sua spontanea volontà senza che i procuratori glielo avessero richiesto: ora sta collaborando alle indagini, ma non otterrà sconti di pena per questo motivo. Sono stati tanti gli estratti della sua testimonianza a rimbalzare sui giornali di tutto il mondo – tanto per cominciare, ha detto che l’attuale presidente degli Stati Uniti d’America è «un razzista, un imbroglione e un truffatore», ha confermato l’incontro avvenuto tra i russi e Don Jr durante la campagna e i pagamenti a «una pornostar con cui Trump ha intrattenuto una relazione» – e altrettante numerose sono state le reazioni alle sue dichiarazioni. A cominciare da quella dello stesso Trump, che da Hanoi – dove si trova in visita ufficiale per il suo secondo storico incontro con Kim Jong-un – ha replicato definendo (com’era prevedibile) Cohen «un bugiardo» e l’intera operazione «una caccia alle streghe». Questa deposizione, però, segna di fatto una cesura fondamentale, sia nelle indagini guidate dal procuratore speciale Robert Mueller che, più in generale, nella presidenza Trump. Abbiamo scelto quattro articoli da leggere per farsi un’idea di com’è andata.

Follow the money. La testimonianza di Cohen e le sue conseguenzeIl Foglio
Intanto una trascrizione accurata della deposizione, sia di ampi stralci del discorso di Michael Cohen sia degli scambi più rilevanti avvenuti fra lo stesso Cohen e i deputati della Commissione della Camera per la Vigilanza e le Riforme. All’inizio del suo discorso, l’avvocato ha ammesso di rimpiangere «di aver dato [a Trump, nda], in questi anni, aiuto e sostegno. Mi vergogno dei miei errori e ho accettato pubblicamente la responsabilità di questi errori dichiarandomi colpevole presso il Southern District di New York». Quindi ha asserito di aver portato in Commissione i documenti che proverebbero quanto stava dichiarando, presentando tra le altre cose la copia di un assegno con cui avrebbe pagato, per conto di Trump, una pornostar con cui questi aveva avuto relazione. E ancora: «Trump è un enigma. È complicato, come lo sono io. Ha cose buone e cose cattive, come tutti. Ma quelle cattive superano quelle buone e da quando è diventato presidente, è diventato la versione peggiore di sé».

Michael Cohen is the monster Trump createdThe Washington Post
Secondo Dana Milbank, anche se l’abilità con cui Michael Cohen ha attaccato il suo ex capo è in qualche modo ammirevole («ha imparato da un maestro», d’altronde), non bisogna perdere di vista il fatto che, di fronte alla Commissione, l’avvocato ha dimostrato di essere «avezzo all’insulto, avido e vanaglorioso anche in un momento di disgrazia e capace di mentire con la stessa capacità con cui respira. È il mostro che Trump ha creato a sua immagine somiglianza». Cohen è sembrato «apparentemente pentito per i crimini che ha commesso al servizio di Trump e di se stesso», ma allo stesso tempo non è riuscito a non intestarsi la paternità dei suoi “trionfi” in quello che Milbank chiama “il mondo di Trump”: «Sono io quello che ha iniziato la campagna… Sono responsabile di… È stata una mia idea», ha ripetuto spesso. La cosa più surreale è stata poi osservare la risposta dei Repubblicani, che per tutta la durata della sessione lo hanno definito un narcisista incapace di dire la verità: anche in questo, fin troppo simile a Trump.

The most surprising element of Michael Cohen’s testimonyThe New Yorker
Secondo Jelani Cobb, invece, l’aspetto più sorprendente della deposizione di Michael Cohen è stato, nonostante tutto, il fatto stesso che abbia deciso di parlare e sia mostrato in qualche modo pentito di aver fatto parte della “squadra” di Trump. Non è una cosa che è successa spesso in questi due anni di presidenza: le (tante) persone che hanno scelto di lasciare l’amministrazione, infatti, lo hanno fatto finora in silenzio, fatta eccezione per Tony Schwartz, il ghost writer di Trump. Per questo motivo il caso di Cohen, che si è presentato spontaneamente di fronte alla Commissione, è esemplare, perché racconta bene dell’incompetenza e dell’approssimazione che caratterizza Trump e i suoi fidatissimi (in tempi non sospetti, Politico scriveva che Cohen ha studiato «alla peggior scuola di legge d’America»). Scrive Cobb che «le storie di questi uomini [Cohen e Schwartz, nda] dimostrano i danni che una psiche come quella di Trump può provocare a chi gli sta intorno».

How Alexandria Ocasio-Cortez Won the Cohen HearingThe New York Times
Come molti altri analisti (e i social, dove la foto delle tre parlamentari Alexandria Ocasio-Cortez, Ayanna Pressley e Rashida Tlaib di fronte a Michael Cohen è circolata moltissimo), anche Caroline Fredrickson sul Nyt ha sottolineato come, durante la deposizione, a fare le domande più calzanti sia stata proprio Ocasio-Cortez. La giovane parlamentare, infatti, ha chiesto se il presidente in carica avesse mai dichiarato bilanci fasulli o gonfiati, se avesse mai tentato di aggirare le tasse locali “svalutando” i suoi beni, se fosse il caso di richiedere i rendiconti finanziari e le passate dichiarazioni dei redditi con lo scopo di confrontarli tra loro e verificarne l’autenticità: tutte domande, secondo la giornalista, che la Commissione avrebbe dovuto incentivare. Ocasio-Cortez è stata precisa nei suoi interventi e ha aiutato Cohen a fornire i dettagli per circostanziare le sue accuse «in soli cinque minuti». Un’altra occasione, insomma, in cui la politica più discussa del momento è riuscita a farsi notare.

Il video integrale della deposizione – CBSN News 

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