Hype ↓
16:34 sabato 27 giugno 2026
CAM Sugar ha svelato delle foto mai viste prima dello studio di Ennio Morricone Sono state mostrate nella conferenza stampa di presentazione del Festival Internazionale delle Colonne Sonore, organizzato da CAM Sugar e Triennale Milano.
C’è un gioco da tavolo in cui la missione è organizzare e compiere un attentato contro Mussolini Si intitola Attento al dvce! ed è un racconto delle «gesta di poche persone, spesso sole e mal organizzate ma colme di rabbia, coraggio e soprattutto di speranza in un mondo nuovo libero dal fascismo».
Si è scoperto che Peter Thiel ha fondato una società segreta in cui le persone più ricche e potenti del mondo si ritrovano per parlare di argomenti piuttosto strani Tra gli incontri organizzati da questo curioso club figurano "Fondiamo una setta" e "Come va la tua vita sessuale?".
Per combattere l’ondata di caldo, i cinema indipendenti di Parigi hanno lanciato il Cine-clim, cioè proiezioni gratuite nelle sale con l’aria condizionata nelle ore più calde della giornata Dalle 13 alle 16, un film gratis, in una sala fresca, con precedenza a under 25, over 65, donne e persone disabili.
L’Alligator Alcatraz di Trump non è durata neanche un anno e non è servita quasi a niente Inaugurata l'1 luglio dello scorso anno, è stata chiusa e sono già iniziati i lavori per smantellarla. Tenerla aperta è costato 1 milione di dollari al giorno.
L’ultimo, ridicolo risultato del sovranismo italiano è Emma, l’AI che dà solo risposte sbagliate e deliranti E stata chiusa cinque giorni dopo il lancio e dopo aver sbagliato a rispondere a letteralmente tutte le domande che le sono state fatte.
C’è un mobile game che ti fa “collezionare” i gatti randagi che incontri per strada come i Pokémon in Pokémon Go Si chiama CatchCat e ha anche un archivio, molto simile a un Pokedex, in cui i gatti vengono classificati con statistiche e punti esperienza.
Quello che sta investendo l’Europa è un evento climatico estremo chiamato omega block Si tratta di un fronte di alta pressione intrappolato tra due di bassa pressione. In sostanza, di una "cupola" di aria calda schiacciata sul continente.

Italiani di New York

21 Agosto 2011

Maurizio Molinari, corrispondente a New York per La Stampa, ha pubblicato in giugno per Laterza il saggio/reportage Italiani di New York. Questa intervista è stata condotta in preparazione del commento/recensione/conversazione pubblicato sul numero 3 di Studio.

Maurizio, tu scrivi dell’ “energia con cui gli italiani di New York dibattono la loro identità.” Eppure quello che mi ha colpito, avendo spesso a che fare con italo-americani di terza generazione in altre città del Nord-Est (Filadelfia, Princeton, New Brunswick…) è proprio il loro interesse relativamente basso per le loro origini, se paragonato ad altri gruppi (ebrei, irlandesi, afroamericani). Condividi questa impressione? Che cosa distingue gli italiani di New York dagli altri italiani d’America?

New York è una città che esalta le identità etniche. La sua energia nasce dalla convergenza fra singoli patrimoni culturali e gli italiani non fanno eccezione. Il fatto di essere una metropoli dove più del 50 per cento dei residenti è nato altrove spiega perché New York è il luogo dove essere americani significa possedere più identità. In altre regioni e città, dove a prevalere invece è l’identità bianca, anglosassone e protestante, le minoranze tendono verso l’assimilazione. Ma New York non è affatto un’eccezione: dalla California alla Florida sono molte le metropoli dove gli italiani sono protagonisti del mosaico etnico al pari di ogni altro gruppo.

Rimanendo sempre sul tema dell’assimilazione, tu la riassumi con la storia dei “Giuseppe Verdi che diventano Joe Green.” Quanto ha contato -o, meglio, non ha contato – la lingua nel plasmare l’identità degli italiani di New York?

La lingua è portatrice di una contraddizione: da un lato l’italiano è l’elemento distintivo dell’identità di milioni di famiglie ma dall’altro queste famiglie in realtà parlano dialetti, regionali, cittadini, di singoli paesi. Per “italiano” molte generazioni hanno inteso i propri dialetti. Il risultato è che le nuove generazioni di italoamericani hanno scoperto per la prima volta la lingua di Dante sui banchi di scuola. E spesso a insegnargliela sono stati dei docenti americani. Per questo le comunità di emigrati chiedono ai governi italiani un maggiore impegno finanziario nel sostenere l’insegnamento della lingua nazionale nelle scuole pubbliche, a New York come altrove. La difficoltà di impossessarsi della lingua italiana ha avuto come conseguenza una maggiore importanza per il cibo.

Infatti a un certo punto scrivi che “conta più il cibo della lingua,” che esso è la vera base di una “memoria collettiva di una popolazione di immigrati che sul territorio si è frammentata.” Come mai?

Perché il cibo è ciò che collega le singole famiglie al luogo di origine. Il cibo è napoletano, calabrese, romano, milanese, trentino, veneziano, barese. Contiene un’identità chiara che si è mantenuta in maniera cristallina. Come dimostrano le numerose testimonianze raccolte da poliziotti, manager e ballerine accomunati dall’identificare la loro identità italiana nei cibi mangiati a tavola, molto spesso la domenica a pranzo.

Dedichi un capitolo ai politici italiani di NY, che però non si rivolgono a un bacino elettorale etnicamente definito. Tra tutte le figure che citi, ce n’è una che ti ha colpito più delle altre?

Sicuramente Andrew Cuomo, governatore di New York. E’ italoamericano ma esserlo non lo definisce perché ciò che prevale in lui è l’identità americana. E’ lo stesso equilibrio che Barack Obama ha con l’essere afroamericano. Non è un caso che si parla di Andrew Cuomo come del primo possibile presidente italoamericano. La sua miscela di valori yankee e patrimonio italiano è tanto più significativa quanto il padre Mario, che fu anch’egli governatore di New York, la incarnava con un equilibrio rovesciato, in quanto in lui l’essere italiano prevaleva su tutto il resto.

Raccontando la storia di Arthur Avenue, il quartiere “gioiello” del Bronx che fino all’ultimo ha resistito come roccaforte di italianità ma ora è sempre più terreno di albanesi e messicani, tiri in ballo due questioni calde: la “gentrification” e le identità etniche dei quartieri. Quanto si intersecano questi due fenomeni? Uno è il motore dell’altro?

Arthur Avenue è l’ultima Little Italy di New York ma è assediata da messicani e albanesi, che continuano ad arrivare in gran numero mentre gli italiani vanno progressivamente altrove, spinti da un aumento del reddito e del tenore di vita che li porta a risiedere nei sobborghi di Long Island, Staten Island, Connecticut e New Jersey. La molla di tali spostamenti di popolazione è il reddito. Più si guadagna, più ci si sposta in zone con servizi migliori ai margini della metropoli, lasciando le zone urbane agli ultimi immigrati arrivati. E’ anche per questo che il sindaco Michal Bloomberg da tempo ha smesso di considerare gli italoamericani degli immigrati.

A un certo punto citi una studentessa della Rutgers che dice “l’identità italiana si fonda su tre cose: famiglia, cibo e cattolicesimo.” Onestamente, non è un’italianità da Libro Cuore? Non è che gli italiani si NY sono più “nostalgicamente italiani” degli italiani d’Italia?

E’ una bellissima domanda perché proprio questa è stata la sensazione che ho avuto ascoltando la ragazza. Gli americani quando parlano dei propri valori sono molto genuini, a volte posso apparire addirittura ingenui, ma ciò che conta è che dicono la verità. Li descrivono senza il cinismo degli europei. E questo vale anche per gli americani di origine italiana.

Ti soffermi molto sulla fede cattolica – una fede, esternata, condivisa, corale – come parte integrante dell’identità italiana. E scrivi anche di morale del “give back”, del restituire alla comunità d’origine, come parte di questo sistema di fede e motore dei successi economici degli italo-americani. Parafrasando Weber, non vorrai mica dire che l’etica cattolica è alla base dello spirito capitalista?

Non ti nascondo che incontrare preti e missionari cattolici è stata una delle esperienze più forti, più intense, dovute a questo libro. La dimensione del cattolicesimo degli italiani di New York è molto simile a quella degli evangelici o degli ebrei. Ci sono grande partecipazione, volontariato, attivismo, fede e anche competizione fra i vari gruppi. Ciò che li accomuna è la volontà di “restituire” alla propria comunità o Chiesa almeno parte del benessere ricevuto dall’America. E’ una dinamica che cela valori forti, grande solidarietà e leggi fiscali che favoriscono le donazioni. Sotto tali aspetti si può affermare che il capitalismo americano ha contribuito a rinvigorire il cattolicesimo.

Articoli Suggeriti
Tutto casita e chiesa: l’improbabile ma non impossibile crossover tra Bad Bunny e Papa Leone a Madrid

In questo fine settimana il Pontefice e la popstar più famosa del mondo saranno entrambi a Madrid. E le rispettive "diplomazie" stanno facendo di tutto per favorire un incontro.

Dua Lipa ha pubblicato gratuitamente su YouTube il film concerto di Radical Optimism nonostante avesse ricevuto offerte milionarie dalle piattaforme streaming

Si intitola Dua Lipa - Live From Mexico, dura due ore e in nemmeno una settimana ha già superato i due milioni di visualizzazioni.