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L’Ipcc sta subendo fortissime pressioni da parte dei petro-Stati per non pubblicare un importante ricerca sulla crisi climatica Arabia Saudita, Russia, India e Cina vogliono rinviarne la pubblicazione al 2029. I Paesi più poveri e più esposti alla crisi climatica pretendono che sia pubblicato subito.
Sayf ha fatto un bellissimo documentario sul carcere di Chiavari e lo ha reso disponibile gratuitamente sul suo YouTube Si intitola Il cielo in una stanza, dura 20 minuti ed è stato girato durante una visita lunga 12 ore alla casa di reclusione di Chiavari.
Viviamo anche nella linea temporale in cui i Kneecap cantano “Siamo tutti antifascisti” in prima serata sulla tv generalista italiana È successo a Propaganda Live, su La7. DJ Próvaí si è pure spogliato per far vedere il Bella Ciao è scritto sul petto usando un pennarello nero.
Per la sua nuova serie fotografica Cindy Sherman ha chiesto a Chanel dei vestiti da “rovinare” e Chanel sorprendentemente le ha detto sì La serie Fabric Matrons, in mostra a Londra da Hauser & Wirth, nasce da una collaborazione con la maison francese che le ha dato carta bianca e metri e metri di stoffa.
Alanis Morisette ha fatto un nuovo album ed è un album di canzoni natalizie Si chiama Good Weather for Immaculate Conception e raccoglie le cover natalizie pubblicate dal 2020 a oggi, più due inediti.
Il MIT di Boston sta pagando un professore per NON tenere un corso sulla storia, l’oppressione e la liberazione della Palestina Michel DeGraff da tre anni viene pagato per non fare il suo lavoro. Da quando ha proposto un corso che raccontava (anche) la storia palestinese.
Il Nepal c’è stata un’altra inondazione, forse causata da un altro crollo di un altro ghiacciaio Domenica 11 ottobre è esondato il fiume Budhi Gandaki, nel distretto di Gorkha, a due mesi dalle alluvioni che ad agosto avevano devastato la regione al confine con il Tibet.
Viviamo nella linea temporale in cui Carlo Calenda consiglia di ascoltare Blonde di Frank Ocean per la Giornata mondiale della salute mentale E in cui questo video diventa virale e viene trasformato in un meme dai profili social di Azione, partito di cui Calenda è leader.

Italiani di New York

21 Agosto 2011

Maurizio Molinari, corrispondente a New York per La Stampa, ha pubblicato in giugno per Laterza il saggio/reportage Italiani di New York. Questa intervista è stata condotta in preparazione del commento/recensione/conversazione pubblicato sul numero 3 di Studio.

Maurizio, tu scrivi dell’ “energia con cui gli italiani di New York dibattono la loro identità.” Eppure quello che mi ha colpito, avendo spesso a che fare con italo-americani di terza generazione in altre città del Nord-Est (Filadelfia, Princeton, New Brunswick…) è proprio il loro interesse relativamente basso per le loro origini, se paragonato ad altri gruppi (ebrei, irlandesi, afroamericani). Condividi questa impressione? Che cosa distingue gli italiani di New York dagli altri italiani d’America?

New York è una città che esalta le identità etniche. La sua energia nasce dalla convergenza fra singoli patrimoni culturali e gli italiani non fanno eccezione. Il fatto di essere una metropoli dove più del 50 per cento dei residenti è nato altrove spiega perché New York è il luogo dove essere americani significa possedere più identità. In altre regioni e città, dove a prevalere invece è l’identità bianca, anglosassone e protestante, le minoranze tendono verso l’assimilazione. Ma New York non è affatto un’eccezione: dalla California alla Florida sono molte le metropoli dove gli italiani sono protagonisti del mosaico etnico al pari di ogni altro gruppo.

Rimanendo sempre sul tema dell’assimilazione, tu la riassumi con la storia dei “Giuseppe Verdi che diventano Joe Green.” Quanto ha contato -o, meglio, non ha contato – la lingua nel plasmare l’identità degli italiani di New York?

La lingua è portatrice di una contraddizione: da un lato l’italiano è l’elemento distintivo dell’identità di milioni di famiglie ma dall’altro queste famiglie in realtà parlano dialetti, regionali, cittadini, di singoli paesi. Per “italiano” molte generazioni hanno inteso i propri dialetti. Il risultato è che le nuove generazioni di italoamericani hanno scoperto per la prima volta la lingua di Dante sui banchi di scuola. E spesso a insegnargliela sono stati dei docenti americani. Per questo le comunità di emigrati chiedono ai governi italiani un maggiore impegno finanziario nel sostenere l’insegnamento della lingua nazionale nelle scuole pubbliche, a New York come altrove. La difficoltà di impossessarsi della lingua italiana ha avuto come conseguenza una maggiore importanza per il cibo.

Infatti a un certo punto scrivi che “conta più il cibo della lingua,” che esso è la vera base di una “memoria collettiva di una popolazione di immigrati che sul territorio si è frammentata.” Come mai?

Perché il cibo è ciò che collega le singole famiglie al luogo di origine. Il cibo è napoletano, calabrese, romano, milanese, trentino, veneziano, barese. Contiene un’identità chiara che si è mantenuta in maniera cristallina. Come dimostrano le numerose testimonianze raccolte da poliziotti, manager e ballerine accomunati dall’identificare la loro identità italiana nei cibi mangiati a tavola, molto spesso la domenica a pranzo.

Dedichi un capitolo ai politici italiani di NY, che però non si rivolgono a un bacino elettorale etnicamente definito. Tra tutte le figure che citi, ce n’è una che ti ha colpito più delle altre?

Sicuramente Andrew Cuomo, governatore di New York. E’ italoamericano ma esserlo non lo definisce perché ciò che prevale in lui è l’identità americana. E’ lo stesso equilibrio che Barack Obama ha con l’essere afroamericano. Non è un caso che si parla di Andrew Cuomo come del primo possibile presidente italoamericano. La sua miscela di valori yankee e patrimonio italiano è tanto più significativa quanto il padre Mario, che fu anch’egli governatore di New York, la incarnava con un equilibrio rovesciato, in quanto in lui l’essere italiano prevaleva su tutto il resto.

Raccontando la storia di Arthur Avenue, il quartiere “gioiello” del Bronx che fino all’ultimo ha resistito come roccaforte di italianità ma ora è sempre più terreno di albanesi e messicani, tiri in ballo due questioni calde: la “gentrification” e le identità etniche dei quartieri. Quanto si intersecano questi due fenomeni? Uno è il motore dell’altro?

Arthur Avenue è l’ultima Little Italy di New York ma è assediata da messicani e albanesi, che continuano ad arrivare in gran numero mentre gli italiani vanno progressivamente altrove, spinti da un aumento del reddito e del tenore di vita che li porta a risiedere nei sobborghi di Long Island, Staten Island, Connecticut e New Jersey. La molla di tali spostamenti di popolazione è il reddito. Più si guadagna, più ci si sposta in zone con servizi migliori ai margini della metropoli, lasciando le zone urbane agli ultimi immigrati arrivati. E’ anche per questo che il sindaco Michal Bloomberg da tempo ha smesso di considerare gli italoamericani degli immigrati.

A un certo punto citi una studentessa della Rutgers che dice “l’identità italiana si fonda su tre cose: famiglia, cibo e cattolicesimo.” Onestamente, non è un’italianità da Libro Cuore? Non è che gli italiani si NY sono più “nostalgicamente italiani” degli italiani d’Italia?

E’ una bellissima domanda perché proprio questa è stata la sensazione che ho avuto ascoltando la ragazza. Gli americani quando parlano dei propri valori sono molto genuini, a volte posso apparire addirittura ingenui, ma ciò che conta è che dicono la verità. Li descrivono senza il cinismo degli europei. E questo vale anche per gli americani di origine italiana.

Ti soffermi molto sulla fede cattolica – una fede, esternata, condivisa, corale – come parte integrante dell’identità italiana. E scrivi anche di morale del “give back”, del restituire alla comunità d’origine, come parte di questo sistema di fede e motore dei successi economici degli italo-americani. Parafrasando Weber, non vorrai mica dire che l’etica cattolica è alla base dello spirito capitalista?

Non ti nascondo che incontrare preti e missionari cattolici è stata una delle esperienze più forti, più intense, dovute a questo libro. La dimensione del cattolicesimo degli italiani di New York è molto simile a quella degli evangelici o degli ebrei. Ci sono grande partecipazione, volontariato, attivismo, fede e anche competizione fra i vari gruppi. Ciò che li accomuna è la volontà di “restituire” alla propria comunità o Chiesa almeno parte del benessere ricevuto dall’America. E’ una dinamica che cela valori forti, grande solidarietà e leggi fiscali che favoriscono le donazioni. Sotto tali aspetti si può affermare che il capitalismo americano ha contribuito a rinvigorire il cattolicesimo.

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