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CAM Sugar ha svelato delle foto mai viste prima dello studio di Ennio Morricone Sono state mostrate nella conferenza stampa di presentazione del Festival Internazionale delle Colonne Sonore, organizzato da CAM Sugar e Triennale Milano.
C’è un gioco da tavolo in cui la missione è organizzare e compiere un attentato contro Mussolini Si intitola Attento al dvce! ed è un racconto delle «gesta di poche persone, spesso sole e mal organizzate ma colme di rabbia, coraggio e soprattutto di speranza in un mondo nuovo libero dal fascismo».
Si è scoperto che Peter Thiel ha fondato una società segreta in cui le persone più ricche e potenti del mondo si ritrovano per parlare di argomenti piuttosto strani Tra gli incontri organizzati da questo curioso club figurano "Fondiamo una setta" e "Come va la tua vita sessuale?".
Per combattere l’ondata di caldo, i cinema indipendenti di Parigi hanno lanciato il Cine-clim, cioè proiezioni gratuite nelle sale con l’aria condizionata nelle ore più calde della giornata Dalle 13 alle 16, un film gratis, in una sala fresca, con precedenza a under 25, over 65, donne e persone disabili.
L’Alligator Alcatraz di Trump non è durata neanche un anno e non è servita quasi a niente Inaugurata l'1 luglio dello scorso anno, è stata chiusa e sono già iniziati i lavori per smantellarla. Tenerla aperta è costato 1 milione di dollari al giorno.
L’ultimo, ridicolo risultato del sovranismo italiano è Emma, l’AI che dà solo risposte sbagliate e deliranti E stata chiusa cinque giorni dopo il lancio e dopo aver sbagliato a rispondere a letteralmente tutte le domande che le sono state fatte.
C’è un mobile game che ti fa “collezionare” i gatti randagi che incontri per strada come i Pokémon in Pokémon Go Si chiama CatchCat e ha anche un archivio, molto simile a un Pokedex, in cui i gatti vengono classificati con statistiche e punti esperienza.
Quello che sta investendo l’Europa è un evento climatico estremo chiamato omega block Si tratta di un fronte di alta pressione intrappolato tra due di bassa pressione. In sostanza, di una "cupola" di aria calda schiacciata sul continente.

L’armonia imperfetta di Mari Katayama

Protagonista del Paris Photo e della Biennale di Venezia 2019, la storia della fotografa giapponese che estetizza la propria disabilità attraverso l’arte.

13 Novembre 2019

In Giappone, le fratture degli oggetti che si rompono non si nascondono ma si accentuano. Almeno questo recita l’antica arte del Kintsugi, che nella lingua del Sol Levante significa aggiustare con l’oro: una tecnica di restauro, risalente al XV secolo, che consiste nel riparare le ceramiche che si sono rotte con lacca mescolata a polvere d’oro o d’argento. Più o meno lo stesso fa l’artista Mari Katayama con il suo corpo che, segnato da una rarissima malattia genetica, trasforma in un’opera d’arte.

Classe 1987, cresciuta nella piccola città di Ota, a circa tre quarti d’ora da una fabbrica dolciumi, Mari è stata una delle stelle più luminose della 58esima Biennale d’arte di Venezia (in corso di svolgimento fino al 24 novembre) e una delle protagoniste assolute dell’ultima edizione della fiera internazionale Paris Photo (lo stand della galleria Sage era tutto dedicato a lei). Nata con l’emimelia tibiale, una patologia che impedisce alle ossa della parte inferiore degli arti (e nel suo caso di una mano) di svilupparsi completamente, a nove anni ha scelto la via più complessa e dolorosa: si è fatta amputare le gambe dalla tibia in giù. «Dovevo decidere se rimanere per il resto della mia vita su una sedia a rotelle oppure camminare con le mie gambe. Ho scelto la seconda opzione», ha raccontato. Prima di tornare a camminare ci ha messo un anno. Ha vissuto il bullismo da parte dei compagni di scuola, si è pitturata i capelli di verde come una punk e si è chiusa in casa per diverso tempo. «Per anni nessuno voleva avere a che fare con me. I momenti trascorsi da sola mi hanno fatto capire che esistevano modi diversi di comunicare oltre alle parole e ai gesti».

I suoi primi autoritratti li ha realizzati nella sua camera, indossando solo una parrucca bionda. «Non potevo fare la principessa girando per casa con i tacchi di mia madre ma almeno potevo mettermi una parrucca», ha detto di recente. Nelle sue ultimissime foto la si vede indossare con orgoglio lingerie sexy, emergere come una sorta di Venere da misteriosi paesaggi marini oppure starsene distesa sul letto di casa. In ogni lavoro ostenta la sua vulnerabilità come se fosse un’arma. Ha un’ossessione per i granchi, e non ha caso è nata sotto il segno del cancro. Per questo fotografa i suoi arti come se fossero chele. Altre volte li trasforma in mazzi di fiori o tenaglie. Ritrae la sua mano articolata da due sole dita spesso in controluce, in modo da evidenziarne la curiosa silhouette. Le protesi, uno degli oggetti più nascosti dall’uomo, sono sempre al centro della scena. Nulla viene occultato. Un po’ come l’oro che evidenzia le crepe della ceramica nel Kintsugi, l’artista giapponese ha reso l’imperfezione armonia.

Mari Katayama, Shadow puppet 2016 / SAGE Paris.

Mari Katayama, Shadow puppet 2016 / SAGE Paris.

Mari Katayama, Shadow puppet 2016 / SAGE Paris.

Caschetto alla Louise Brooks, studi al Tokyo Art Institute, Mari si ispira a Cindy Sherman, Jeff Wall e Matthew Barney e ripete come un mantra: «Non potete separare il mio corpo dalla mia arte». Eppure il suo obbiettivo non è mai stato quello di diventare una star dell’arte contemporanea. I suoi ritratti, le sue creazioni in stoffa e conchiglie erano realizzati solo per piacere personale. La svolta è arrivata per puro caso, dopo aver pubblicato qualche scatto su MySpace. Nello stand della galleria Sage a Parigi, oltre alle sue foto, Mari Katayama ha messo in scena anche una bambola di pezza stilizzata, creata a propria immagine e somiglianza, piena di lustrini e colori. Anche stavolta le gambe, le mani e i piedi del feticcio sono diventate chele, rami fioriti e strane conchiglie. Mentre qua e là spuntano intarsi, ricami, pizzi, cristalli di Swarowski. L’ha cucita lei stessa grazie alla mamma e alla nonna, che le hanno insegnato «a lavorare con ago e filo ancor prima di scrivere».

Mari provoca, seduce e intriga. Ma se nei suoi autoritratti appare austera, solenne, a tratti fredda, dal vivo è una ragazza minuta, dolcissima. Nei giorni dell’opening della Biennale, con tutto quel caos di critici, fotografi, giornalisti, collezionisti, ha passato ore in piedi all’interno del Padiglione centrale dove erano installati i suoi lavori, poggiandosi solo sulle protesi, stringendo centinaia di mani e firmando altrettanti autografi. Proprio nel Padiglione dei Giardini, l’artista ha griffato opere ispirate alle marionette “Onna-Bunraku” e alla tradizione teatrale custodita dalle donne dell’isola di Naoshima. «Queste bambole non hanno le gambe ma usano i gomiti e i movimenti degli arti superiori per esprimersi. Ho scoperto così quanto possano essere versatili le mani». A Paris Photo invece ha portato il progetto Shadow Puppet, in cui si diverte a spiazzare il pubblico con un gioco di ombre. Fino al 26 gennaio sarà in scena al Museo d’arte dell’Università del Michigan per una spettacolare e intensa personale. La prima in assoluto in terra americana. Esposte ci sono quasi tutte le sue creazioni. In ognuna sembra svelarci soltanto le sue ferite, ma anche le nostre. Perché tutti noi siamo immersi fino al collo in un’epoca dominata dal culto della bellezza, in cui diversità e imperfezione non sono mai contemplate.

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