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16:57 sabato 20 giugno 2026
Meloni e Trump s’erano tanto amati ma adesso si stanno tanto insultando Lui ha detto di essersi fatto una foto con lei «perché mi ha fatto pena». Lei ha detto che lui «si è inventato tutto». Fino a ieri andavano d'amore e d'accordo.
All’improvviso Rick Rubin ha annunciato che questo fine settimana torna in Toscana per la seconda edizione del suo Festival of the Sun Anche questa volta l'annuncio è arrivato all'ultimo momento: festival gratuito, basta prenotarsi e presentarsi domenica 21 a Colle Val d’Elsa, vicino Siena.
Persino J.D. Vance si è stufato delle deliranti uscite di Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich sull’accordo di pace con l’Iran «Trump è l'unico capo di Stato al mondo solidale con Israele. Non attaccherei l'unico alleato che mi è rimasto», ha detto in conferenza stampa il Vicepresidente USA.
In Giappone sono tutti indignati per lo scandalo del “cartello del gelato”, cioè di un gruppo di aziende che si sono messe d’accordo per aumentare continuamente il prezzo del gelato Aumenti di 6 centesimi alla volta ma frequentissimi e che non avevano nulla a che fare con l'aumento del prezzo delle materie prime. Finché non se ne è accorta l'Antitrust.
Se volete trasformare casa vostra in uno spazio liminale, A24 ha fatto la carta da parati di Backrooms E costa anche relativamente poco: 60 dollari a rotolo. Una cifra accettabile per trasformare un ambiente di casa in un incubo.
La Nazionale francese ha deciso che dopo ogni gol che segna al Mondiale nello stadio deve partire One More Time dei Daft Punk a tutto volume In questa edizione del Mondiale tutte le Nazionali hanno dovuto scegliere un "inno da gol". C'è anche una playlist ufficiale che li raccoglie tutti.
Tra le opere meno conosciute di David Hockney ci sono delle bellissime illustrazioni che fece per le sue fiabe preferite dei fratelli Grimm Le realizzò nel 1969 e le tavolo vennero raccolte tutte in un volume, pubblicato un anno dopo, intitolato Six Fairy Tales from the Brothers Grimm.
A causa della crisi climatica è morto l’albero più famoso del mondo, la vecchia quercia della foresta di Sherwood La quercia, che cresceva da almeno mille anni, quest’anno non ha prodotto nessuna foglia a causa delle sempre più frequenti ondate di calore e degli eccessivi interventi umani.

L’armonia imperfetta di Mari Katayama

Protagonista del Paris Photo e della Biennale di Venezia 2019, la storia della fotografa giapponese che estetizza la propria disabilità attraverso l’arte.

13 Novembre 2019

In Giappone, le fratture degli oggetti che si rompono non si nascondono ma si accentuano. Almeno questo recita l’antica arte del Kintsugi, che nella lingua del Sol Levante significa aggiustare con l’oro: una tecnica di restauro, risalente al XV secolo, che consiste nel riparare le ceramiche che si sono rotte con lacca mescolata a polvere d’oro o d’argento. Più o meno lo stesso fa l’artista Mari Katayama con il suo corpo che, segnato da una rarissima malattia genetica, trasforma in un’opera d’arte.

Classe 1987, cresciuta nella piccola città di Ota, a circa tre quarti d’ora da una fabbrica dolciumi, Mari è stata una delle stelle più luminose della 58esima Biennale d’arte di Venezia (in corso di svolgimento fino al 24 novembre) e una delle protagoniste assolute dell’ultima edizione della fiera internazionale Paris Photo (lo stand della galleria Sage era tutto dedicato a lei). Nata con l’emimelia tibiale, una patologia che impedisce alle ossa della parte inferiore degli arti (e nel suo caso di una mano) di svilupparsi completamente, a nove anni ha scelto la via più complessa e dolorosa: si è fatta amputare le gambe dalla tibia in giù. «Dovevo decidere se rimanere per il resto della mia vita su una sedia a rotelle oppure camminare con le mie gambe. Ho scelto la seconda opzione», ha raccontato. Prima di tornare a camminare ci ha messo un anno. Ha vissuto il bullismo da parte dei compagni di scuola, si è pitturata i capelli di verde come una punk e si è chiusa in casa per diverso tempo. «Per anni nessuno voleva avere a che fare con me. I momenti trascorsi da sola mi hanno fatto capire che esistevano modi diversi di comunicare oltre alle parole e ai gesti».

I suoi primi autoritratti li ha realizzati nella sua camera, indossando solo una parrucca bionda. «Non potevo fare la principessa girando per casa con i tacchi di mia madre ma almeno potevo mettermi una parrucca», ha detto di recente. Nelle sue ultimissime foto la si vede indossare con orgoglio lingerie sexy, emergere come una sorta di Venere da misteriosi paesaggi marini oppure starsene distesa sul letto di casa. In ogni lavoro ostenta la sua vulnerabilità come se fosse un’arma. Ha un’ossessione per i granchi, e non ha caso è nata sotto il segno del cancro. Per questo fotografa i suoi arti come se fossero chele. Altre volte li trasforma in mazzi di fiori o tenaglie. Ritrae la sua mano articolata da due sole dita spesso in controluce, in modo da evidenziarne la curiosa silhouette. Le protesi, uno degli oggetti più nascosti dall’uomo, sono sempre al centro della scena. Nulla viene occultato. Un po’ come l’oro che evidenzia le crepe della ceramica nel Kintsugi, l’artista giapponese ha reso l’imperfezione armonia.

Mari Katayama, Shadow puppet 2016 / SAGE Paris.

Mari Katayama, Shadow puppet 2016 / SAGE Paris.

Mari Katayama, Shadow puppet 2016 / SAGE Paris.

Caschetto alla Louise Brooks, studi al Tokyo Art Institute, Mari si ispira a Cindy Sherman, Jeff Wall e Matthew Barney e ripete come un mantra: «Non potete separare il mio corpo dalla mia arte». Eppure il suo obbiettivo non è mai stato quello di diventare una star dell’arte contemporanea. I suoi ritratti, le sue creazioni in stoffa e conchiglie erano realizzati solo per piacere personale. La svolta è arrivata per puro caso, dopo aver pubblicato qualche scatto su MySpace. Nello stand della galleria Sage a Parigi, oltre alle sue foto, Mari Katayama ha messo in scena anche una bambola di pezza stilizzata, creata a propria immagine e somiglianza, piena di lustrini e colori. Anche stavolta le gambe, le mani e i piedi del feticcio sono diventate chele, rami fioriti e strane conchiglie. Mentre qua e là spuntano intarsi, ricami, pizzi, cristalli di Swarowski. L’ha cucita lei stessa grazie alla mamma e alla nonna, che le hanno insegnato «a lavorare con ago e filo ancor prima di scrivere».

Mari provoca, seduce e intriga. Ma se nei suoi autoritratti appare austera, solenne, a tratti fredda, dal vivo è una ragazza minuta, dolcissima. Nei giorni dell’opening della Biennale, con tutto quel caos di critici, fotografi, giornalisti, collezionisti, ha passato ore in piedi all’interno del Padiglione centrale dove erano installati i suoi lavori, poggiandosi solo sulle protesi, stringendo centinaia di mani e firmando altrettanti autografi. Proprio nel Padiglione dei Giardini, l’artista ha griffato opere ispirate alle marionette “Onna-Bunraku” e alla tradizione teatrale custodita dalle donne dell’isola di Naoshima. «Queste bambole non hanno le gambe ma usano i gomiti e i movimenti degli arti superiori per esprimersi. Ho scoperto così quanto possano essere versatili le mani». A Paris Photo invece ha portato il progetto Shadow Puppet, in cui si diverte a spiazzare il pubblico con un gioco di ombre. Fino al 26 gennaio sarà in scena al Museo d’arte dell’Università del Michigan per una spettacolare e intensa personale. La prima in assoluto in terra americana. Esposte ci sono quasi tutte le sue creazioni. In ognuna sembra svelarci soltanto le sue ferite, ma anche le nostre. Perché tutti noi siamo immersi fino al collo in un’epoca dominata dal culto della bellezza, in cui diversità e imperfezione non sono mai contemplate.

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