La piscina di pallanuoto a Valletta. Tutte le foto sono di Fabrizio Vatieri

Attualità | Dal numero

Malta, avamposto d’Europa

Le migrazioni, il boom economico, la fiducia nell'Ue: meriti e contraddizioni di un piccolo Stato al centro delle polemiche.

di Davide Coppo

Le pietre dei muri lasciano la polvere sui vestiti. Sono calcaree, del materiale con cui è stata costruita da sempre l’intera l’isola. Il silenzio che c’è a Valletta, mentre guardiamo il riverbero dell’ultima luce sulle Tre Città davanti a noi (Vittoriosa, Cospicua, Senglea) trasformare il colore dei palazzi da giallo a oro rosa, fa pensare alla vastità di questo Mediterraneo tutto intorno. Arrivando a Malta in nave, da lontano si possono seguire con gli occhi i bordi dell’isola. Siamo a sud di Tunisi, a meno di 100 chilometri dalla Sicilia, nella prima città pianificata d’Europa.

Da quattro anni questo arcipelago, il più piccolo Stato membro dell’Unione (il Lussemburgo è grande otto volte Malta), gode della maggiore crescita economica di tutto il continente. Le previsioni per la primavera 2019 della Commissione europea stimano che il prodotto interno lordo maltese salirà, nel corso dell’anno, del 5,5 per cento, il miglior risultato tra i 28 Stati membri. L’Italia è all’ultimo posto, con una stima dello 0,1 per cento. Malta fa parte della piattaforma continentale sottomarina sicula, si dice che qui naufragò Paolo di Tarso mentre cercava di arrivare a Roma per convertire l’impero alla parola di Cristo, e che la seconda isola dell’arcipelago, Gozo, sia la Ogigia in cui visse Calipso, affascinante stalker di Ulisse di Itaca nell’Odissea. A Malta piove pochissimo, non nevica mai – è anche la nazione con le temperature medie più alte d’Europa – e a maggio, fuori dalla stagione turistica, è calda ma ventosa. Si guida all’inglese – è stata colonia dell’impero britannico dal 1813 al 1964 – ma si parla l’unica lingua semitica al mondo scritta in alfabeto latino. Mentre il Regno Unito scivola verso l’uscita dall’Europa, Malta è uno degli Stati più fiduciosi nel futuro dell’Unione: nel report Eurobarometer dell’autunno 2018, il 63 per cento dei maltesi si è detto “molto ottimista” sul futuro dell’Unione, contro il 58 per cento della media degli Stati.

Malta ha una superficie pari a quella del comune di Brindisi e la sua densità abitativa è la più alta d’Europa. Da quando il governo guidato da Giuseppe Conte si è instaurato a Roma, in Italia si sente spesso parlare di Malta in riferimento all’accoglienza di navi che trasportano migranti dalle coste nordafricane, ma i suoi centri di accoglienza possono ospitare appena millecinquecento esseri umani. Mentre guido dall’aeroporto di Luqa verso Valletta e ascolto la radio che parla di elezioni europee – e capisco molte parole: quelle che riguardano le questioni tecniche e politiche sono quasi tutte romanze, sono arabe quelle che riguardano l’uomo, la casa, il cibo – sono ancora più convinto che si conosce troppo poco di questo posto in mezzo al mare, isola e Stato, che è oggi cruciale per il presente dell’Europa e, mi dirò dopo una settimana, il cui modello, sotto certi aspetti, potrebbe essere ancora più importante per il suo futuro.

Quando si parla di Europa, nel discorso pubblico e politico italiano e continentale, si commette spesso un errore di percezione: ci si riferisce alle terre emerse, alle città, alle pianure e ai fiumi, a Carlo Magno e a Otto von Bismarck. Questo continente, tuttavia, è nato dal Mediterraneo, e Malta non è più allora una periferia, ma il centro di una regione fondamentale, quella marittima: «Lungo le coste di questo mare», scrive Predrag Matvejevic in Breviario mediterraneo, «s’incrociavano le vie del sale e delle spezie, degli olii e dei profumi, dell’ambra e degli ornamenti, degli attrezzi e delle armi, della sapienza e della conoscenza, dell’arte e della scienza. Gli empori ellenici erano a un tempo mercati e ambasciate. Lungo le strade romane si diffondevano il potere e la civiltà. Dal territorio asiatico sono giunti i profeti e le religioni. Sul Mediterraneo è stata concepita l’Europa».

La prima persona che incontriamo è anche una delle più rappresentative del meticciato alla base dell’anima maltese – ed europea: Richard England, architetto di fama mondiale, allievo di Gio Ponti, nipote di viaggiatori inglesi, tra i progettatori della leggendaria Baghdad degli anni Ottanta, europeo peculiare ed eppure fortemente maltese. «William Blake scrisse: “We become what we behold”», ci dice nel salotto della sua casa di St. Julian’s, a pochi minuti da Valletta, uno dei luoghi in cui si sta più costruendo negli ultimi anni. Richard è nato nel 1937, ha studiato in Italia e lavorato in Arabia Saudita e Iraq, e a Malta ha costruito principalmente chiese – «erano quelle le commissioni», dice. Il suo primo lavoro, nel 1962, è la Parish Church of St. Joseph a Manikata, nel nord dell’isola, e il racconto di quella prima volta mostra cosa fosse Malta appena 50 anni fa, uno spazio-tempo che sembra oggi molto più lontano, quando era ancora colonia britannica. «Naturalmente il progetto non piaceva a nessuno», racconta lui, «ma poi fu pubblicato su Architecture Review e da lì la popolazione capì che era importante e gradualmente si convinse. Ma il problema è che quando andai lì con il progetto – la manodopera era del villaggio – nessuno sapeva leggere. Quindi quella chiesa l’ho costruita, non solo progettata, come un master medievale, soltanto parlando con i costruttori». Come la stratificazione linguistica, anche quella architettonica è particolare, a Malta. Valletta, con i suoi vicoli e palazzi e salite e discese di città marinara, Genova Napoli Palermo, è unica sull’isola, ma gli altri centri abitati e sono bassi, squadrati, colorati del colore della pietra calcarea: «Malta è un ponte: se guardi al tipico panorama cittadino, le case sono cubiche, una tipologia che viene dal sud, dall’Africa, e poi ci sono queste chiese esuberanti, esplosioni di barocco, che vengono ovviamente dall’Europa», dice England.

 

«Malta è un ponte: le case sono cubiche, una tipologia che viene dal sud, dall’Africa, e poi ci sono queste chiese esuberanti, esplosioni di barocco, che vengono dall’Europa»

A pochi passi da casa sua, giù verso il porticciolo di St. Julian’s, i rumori sono quelli del traffico e dei martelli pneumatici che spaccano marciapiedi e pietre, poi più lontani altri suoni di costruzioni, verso l’orizzonte di grattacieli in corso d’opera. A Malta non ci sono autostrade né ferrovie, e le infrastrutture sono sempre meno adeguate al tasso di crescita economica della nazione. Arriviamo a Valletta a rilento sciamando tra ingorghi e cantieri stradali, per raggiungere poi Blitz, una delle più interessanti e recenti gallerie di arte contemporanea maltesi. È stata fondata nel 2012 da Alexandra Pace, artista e curatrice nata a Valletta nel 1977, che si è formata alla Central Saint Martins di Londra ed è poi tornata qui con un progetto che era anche una scommessa. Blitz occupa una palazzina intera tipica della sua capitale, alta e stretta, di proprietà della famiglia di Alexandra da due generazioni. «Quando ho deciso di restaurarlo la maggior parte delle persone con cui ne ho parlato, compresa la mia famiglia, pensavano fossi pazza», mi racconta davanti a un’installazione di Amalia Ulman nella mostra Face With Tears of Joy, curata dall’italiana Sara Dolfi Agostini. «Dieci anni fa nessuno considerava minimamente Valletta, ma se avessi dovuto comprare uno spazio invece cinque anni fa sarebbe stato impossibile, i costi delle proprietà sono saliti tantissimo. Ma amo la città, amo questo palazzo». “Cinque anni” è un arco di tempo che ricorre spesso, parlando con la gente di Valletta: è più o meno l’orizzonte in cui l’economia maltese è esplosa, grazie a diversi fattori e creando, ovviamente, diverse opportunità e preoccupazioni. «È ancora presto per dire quali saranno i risultati di quello che sta succedendo», dice Alexandra, «ma è importante accettare che Malta ha i suoi limiti. E sono legati alla qualità della vita».

Il turismo si concentra da sempre nei dintorni della capitale, la zona più densa di palazzi e paesotti e costruzioni, ma naturalmente diversa dal resto dell’isola: Valletta fu costruita dai Cavalieri su un terreno precedentemente deserto a partire dalla seconda metà del 1500, e non ci sono qui, nelle architetture, i richiami delle dominazioni bizantina, araba e siciliana. Guidiamo verso Medina, l’antica capitale, i cui confini si fondono con quelli della gemella Rabat, la cui toponomastica è peculiare. C’è una messa: davanti la Cattedrale di San Paolo ci sono banchetti di questuanti che vendono icone della Madonna, bancarelle di un mercato per la verità non molto arabo e nuvole di profumi di carni arrostite, finocchio e cumino. Si vedono, sui portoni di ogni casa, immagini della Vergine: a Malta il culto mariano è molto più forte di quello per Cristo e fa sospettare, per certi versi, una deriva politeista. Da Medina si raggiunge in poco tempo la pancia dell’isola – la costa opposta a quella di Valletta – che guarda verso Linosa, Lampedusa e, più oltre, le sponde africane. Sulle strade strette incontriamo poche auto, qualche cavallo, diversi muretti a secco. Malta è uno degli Stati più densamente abitati al mondo, ma fuori dalle città il clima è sospeso in un silenzio tra il magico e il dimenticato. Qui la costa non offre porti e insenature ma scogliere a strapiombo alte decine di metri sull’acqua. Le aloe sono esplose di fiori, il finocchio selvatico si piega con il vento verso sud. Il grande radar del 1939, naturalmente giallo, da lontano ricorda la cupola di una moschea. È Mediterraneo, ma diverso da quello europeo che ci è familiare italiano o greco, è più violento, esagerato, isolato dal resto.

Una veduta del City Gate di Valletta

L’economia di Malta non è unica soltanto per la velocità con cui cresce ma anche per il modo in cui si sta sviluppando negli ultimi anni: lo stato più piccolo dell’Unione è il principale centro di iGaming e gioco d’azzardo del continente, ed è un settore che – secondo i dati del 2017 – rappresenta oltre il 10 per cento del suo Pil. Inoltre, nel giugno 2018 il Parlamento ha approvato – all’unanimità – il primo quadro normativo del mondo per il settore delle criptovalute e l’industria della blockchain. «Non possiamo stare a guardare quello che fanno gli altri e provare a copiarli», mi spiega alcuni giorni dopo, sorridendo nel suo ufficio di Primo ministro, Joseph Muscat. «L’innovazione è il nostro modello, da sempre. Al tempo del Regno delle Due Sicilie i maltesi erano corsari: era innovativo, all’epoca. Durante l’ultima fase dell’impero inglese, far diventare Malta una destinazione turistica era molto innovativo, nessuno pensava potesse prendere piede. Poi c’è stata la fase dell’industria della manifattura, con le compagnie tedesche che si spostavano qui. Poi gli anni dei servizi finanziari. Poi il gaming, adesso la blockchain. Dobbiamo essere un avamposto dell’innovazione». Dietro di lui, sotto i quadri antichi, c’è una piccola barca a vela di argilla colorata, un regalo di sua figlia. Muscat, leader del Partito laburista, è premier di Malta dal 2013, quando vince le elezioni con il più grande margine nella storia del Paese. Nel 2017 viene riconfermato con un vantaggio più grande ancora. Oltre ai progressi economici, sotto il suo governo Malta è diventata la nazione con le maggiori aperture ai diritti Lgbtq+ in Europa. A Malta sono legali i matrimoni gay e, soprattutto, le adozioni. Muscat beve una tazza di tè, parla italiano perfettamente, con la erre arrotata tipica del maltese. Spiega: «Se lasci che i sondaggi ti guidino, secondo me vai alla deriva. Penso che “leadership” voglia dire essere in grado di modificare i sondaggi, di influenzarli, non il contrario. Quando abbiamo iniziato a discutere del matrimonio gay a Malta, c’era un appoggio del 30 per cento. Ma ci siamo detti che dovevamo convincere. E abbiamo convinto. Oggi siamo a un supporto del 70 per cento per le adozioni».

«Se guardo una cartina, Malta è a sud di Tunisi! Questo per me prova che l’Europa non è solo un concetto geografico, ma un concetto filosofico e intellettuale»

Le elezioni europee del 25 maggio 2019 sono andate bene ancora una volta per Joseph Muscat e per il Partito laburista, vinte con il 55,9 per cento delle preferenze. Quando gli chiedo che idee ha per frenare il magma, che striscia apparentemente poco arrestabile, delle nuove destre, si fa più serio, come per un discorso politico, e lo è: «Io non sono molto interessato ad aprire un dialogo con gli estremisti», inizia, severo. «Sono interessato ad aprire il dialogo con i votanti degli estremisti, perché molti di loro non hanno votato sempre così, anzi prima forse hanno votato noi. Non si dovrebbero fare caricature dei votanti». Smette la postura del politico, a un certo punto, e guarda verso l’alto facendo uno svolazzo con le braccia: «Io sono molto affascinato dalle mappe, ogni tanto le guardo ancora, guardo Malta… a sud di Tunisi! Questo per me prova che l’Europa non è solo un concetto geografico, ma un concetto filosofico e intellettuale». Muscat cita i concetti anche quando parla di migrazioni: Malta, piena di abitanti e con poche risorse, può accogliere poche decine di persone, eppure viene spesso affiancata alla pari a Stati dell’Europa continentale. «Ma il problema è politico», dice quasi sospirando, «non ha a che vedere con i numeri ma con il modo di vedere il futuro. Se era un problema tecnico una soluzione l’avrebbero già trovata. La nostra migliore protezione non sono i muri, ma l’apertura».

Eppure – isola e Stato, micronazione con la miglior economia, cattolicissima e omosessuale – Malta vive – è un requisito dell’essere mediterranei? – di ossimori: il peggiore di questi riguarda l’aborto, ancora illegale nell’isola. «Ci sono donne che per abortire vanno nel Regno Unito, ci sono donne che vanno in Olanda, ma ci sono molte donne che vanno in Sicilia. E in Sicilia non vanno in ospedale», ci racconta poi Lara Dimitrijevic, fondatrice della Women’s Rights Foundation dicendo, in una frase soltanto, molto di Malta e molto dell’Italia.

«Malta, nella quale alcuni hanno voluto vedere una delle prime culle della civiltà mediterranea, palesa in modo molto esplicito i paradossi di una cultura comune lentamente elaborata a partire dai materiali più eterogenei»

Guardiamo l’ultimo tramonto sul porto della Valletta, e una pilotina esce dagli argini della baia puntando verso est. Fuori dal porto, qui, non c’è una costa da seguire per navigare a vista: è mare aperto, un Mediterraneo che spaventa come l’oceano. A Valletta i ristoranti si riempiono di visitatori, le cucine di piatti speziati con menta e cumino. Tra qualche ora ci offriranno, al ristorante Rubino, il migliore della città, un assaggio casalingo di halva, un dolce tradizionale di Israele, India, Pakistan e Medio Oriente. «Malta, nella quale alcuni hanno voluto vedere una delle prime culle, anteriore anche a Creta, della civiltà mediterranea, palesa in modo molto più esplicito i paradossi di una cultura comune lentamente elaborata a partire dai materiali più eterogenei», scriveva lo storico Maurice Aymard nella raccolta Il Mediterraneo, curata da Fernand Braudel. E infatti il silenzio viene rotto dagli scoppi dei fuochi artificiali, una specie di hobby dell’isola. Il Valletta ha appena vinto il campionato di calcio battendo gli Hibernians, che prendono il nome dalla denominazione latina per l’Irlanda. Le orde dei clacson avanzano da lontano, nel giro di pochi minuti le vie di Valletta saranno piene di auto ammaccate – lo sono tutte, qui – che suonano il clacson e accendono fumogeni rossi prima di radunarsi per i festeggiamenti in Republic Street, davanti alla concattedrale di San Giovanni, dove è custodita la Decollazione di San Giovanni Battista, l’opera più grande mai dipinta da Caravaggio. Passò anche lui da qui, anche lui in fuga, come molti, come quasi tutti.

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