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Il pezzo di ghiacciaio che ha causato le inondazioni in Tibet e Nepal era talmente grosso che quando si è schiantato al suolo ha provocato un terremoto Una scossa di magnitudo 5.2 aveva fatto pensare a un sisma. Solo dopo si è capito che tutto era iniziato con un pezzo di ghiacciaio precipitato a valle.
La grande retrospettiva che sta per arrivare allo Stedelijk Museum di Amsterdam è l’occasione per conoscere e celebrare davvero Yayoi Kusama Dall'11 settembre al 17 gennaio 2027 l'esposizione ripercorrerà oltre settant'anni di carriera, dalle enormi e ipnotiche tele alle famosissime installazioni di specchi.
Il modo perfetto di ricordare Tim Curry è andare a rivedere The Rocky Horror Picture Show al Cinema Mexico di Milano, dove è in programmazione ininterrottamente da 45 anni Il Mexico è una delle pochissime Rocky Horror House del mondo: dal 1981, quasi ogni venerdì, il film torna sul grande schermo. E tornerà anche adesso che Tim Curry non c'è più, per celebrarlo e ricordarlo.
Un sito sta raccogliendo tutte le elegie funebri scritte dai giornalisti palestinesi per i loro colleghi uccisi negli attacchi israeliani Si chiama The Living Record e permette di ascoltare la voce e le parole dei giornalisti di Gaza, mentre ricordano i loro colleghi uccisi negli attacchi israeliani.
Un fotografo, una pittrice, una casa d’aste e una galleria d’arte si stanno facendo causa per la famosa foto in cui Liam Gallagher dà un bacio a Noel Justin Thomas accusa Elizabeth Peyton di plagio e la David Zwirner Gallery e Sotheby’s di aver provato a trarre guadagno da questo plagio.
Sempre più miliardari stanno comprando casa in Patagonia perché si sono convinti che lì sopravviveranno alla fine del mondo A convincerli sono stati quattro fattori: isolamento, capacità di produrre di cibo, capacità di produrre energia e abbondante disponibilità d’acqua.
Dolly Parton verrà ricordata anche come una delle più agguerrite sindacaliste nella storia dell’industria musicale La cantautrice è stata una lavoratrice della musica e non ha mai smesso di usare il proprio potere per tutelare chi suonava al suo fianco.
Pur di non danneggiare un antico castello da ristrutturare, in Giappone lo hanno fatto spostare a mano da 1800 volontari Il mastio del castello di Hirosaki pesa 360 tonnellate. Questo non ha affatto scoraggiato i volontari.

I libri del mese

Cosa abbiamo letto a gennaio in redazione.

di Studio
31 Gennaio 2020

Philippe Lançon, La traversata (edizioni e/o)
Trad. di Alberto Bracci Testasecca

Mentre noi hashtaggavamo inferociti #JeSuisCharlie, in molti casi senza aver mai sentito prima il nome della rivista satirica francese né tantomeno averne letto un numero, Philippe Lançon era in una camera d’ospedale con un buco nella mascella. Un terzo del suo volto era sparito.

Lui racconta di non essersene reso conto subito, e che tutto quello che ricorda di quella riunione di redazione finita in attentato terroristico è l’essersi ritrovato steso per terra, con una guancia sulla moquette, dopo aver mangiato dei biscotti. Di fronte a lui c’è un collega morto, gli si vede il cervello, e solo quando qualcuno gli passa un telefono davanti Lançon riesce a specchiarsi per un secondo, e a realizzare che gli manca metà faccia. La traversata è uscito in Francia nel 2018, dove ha vinto il premio Femina e quello Renaudot, e arriva ora in Italia per e/o tradotto da Alberto Bracci Testasecca. È un libro colto, pieno di pezzi di storia di Francia e di vita del suo autore, critico culturale per Libération e Charlie. Lançon parla di giornalismo, di critica, di cerchie di intellettuali e di satira, ma parla soprattuto del suo corpo, del personale medico, di chi entra ed esce dalla sua stanza – il fratello, i genitori, l’ex moglie, la fidanzata, i colleghi – e dei campanelli suonati dai pazienti che a un certo punto della notte lo riportano alla brutalità della sua situazione. Riflette spesso su quello che gli stivali neri dei fratelli Kouachi hanno cancellato: 12 colleghi, tanto per iniziare, e un certo modo, molto europeo, molto francese, di sentirsi al centro del mondo. Non c’è rabbia nel libro di Lançon, semmai un’ironia amara molto diversa dal nichilismo gaudente di Charlie. L’intellettuale è immobilizzato, privato della parola e costretto a cercare nuovamente il senso di tutto quello che lo circonda: a volte prende in giro la sua incredibile voglia di vita, ma in realtà è sollevato che, almeno quella, nessuno l’abbia cancellata. (Silvia Schirinzi)

R. O. Kwon, Gli incendiari (Einaudi)
Trad. di Giulia Boringhieri

Nata in Corea del Sud e cresciuta negli Stati Uniti, R.O. Kwon ha impiegato esattamente 10 anni per scrivere questo libro, una storia d’amore tra due teenager disillusi – il bravo ragazzo Will che, dopo aver investito tutta la sua giovinezza nella preghiera e nella religione, improvvisamente ha smesso di credere (un’esperienza che lo accomuna all’autrice, che dice di aver iniziato a scrivere il libro per indagare la sua crisi di fede) e l’indisciplinata, bellissima Phoebe, ex aspirante pianista che ha rinunciato al suo sogno di diventare un genio musicale. Un libro velocissimo, che somministra a un lettore ignaro, che fin dalle prime pagine si ritrova appassionato a una storia d’amore alla Dawson’s Creek (Kwon dice di aver imparato come si comportano i teenager americani proprio guardando quella serie), illuminanti riflessioni sulla fede, il fondamentalismo e l’ideologia. La miccia che scatena la catena di eventi che condurrà all’esplosione finale è la comparsa del misterioso John Leal, capo di una setta religiosa del college, che racconta di essere stato rinchiuso in un campo di prigionia, torturato e costretto ad assistere a violenze impensabili e convince Phoebe ad entrare a far parte del gruppo. A unire i brevi capitoli è il tema ricorrente del fuoco e dell’incendio, inteso anche in senso metaforico, come la capacità degli esseri umani di infiammarsi per qualcosa o per qualcuno e poi spegnersi all’improvviso. Gli incendiari è bastato a convincere il New York Times a inserire R.O. Kwon (che scrive per il New York Times stesso ma anche per il Guardian, The Paris Review, Buzzfeed e altri) tra le scrittrici più interessanti e innovative degli ultimi anni. (Clara Mazzoleni)

Fredrik Sjöberg, Mamma è matta, papà è ubriaco (Iperborea)
Trad. di Andrea Berardin

Ci sono libri che si disvelano solo dopo un giro di pagine – o di vite, come nel caso della nuova opera di Sjöberg – modificandosi nel corso della storia, tra digressioni, andate e ritorni per indagare in infinite direzioni e interrogare anche sé stessi. Perché allo scrittore-entomologo interessa tutto, «com’è scritto di solito negli annunci delle persone disperate», dice, sia che si parta da una personale collezione di mosche come nel suo romanzo più famoso, sia che quel punto di partenza sia rappresentato da un enigmatico dipinto ritrovato per caso in un’asta di Stoccolma. È così, nel tentativo di ripercorrere la vita del pittore danese Anton Dich, che Sjöberg si perde nel nugolo di parenti e amici della labirintica famiglia di imprenditori svedesi cui fu legato il pittore: scavando nel destino di Eva Adler, moglie di Anton, già vedova del celebre pittore Ivar Arosenuis e madre di una delle due bambine protagoniste del dipinto; nella sua famiglia matriarcale, fatta di donne cresciute accanto a Modigliani, Brecht, Picasso, Gertrude Stein e persino Adolf Hitler. Quello su Dich è un racconto nato da «tutto il poco» che l’autore conosce e che ha conosciuto «attraverso carte di cui sono andato a caccia come un esploratore», sugli uomini degli anni ’20 rinati nell’assenzio e nelle loro fantasie morbose: lo sforzo di ricostruire un puzzle troppo grande partendo dai margini, descrivendo amori nati clandestinamente (come quello tra Ivar e Eva, cui è dedicato il capito più bello del romanzo) per poi smarrirsi in un groviglio di relazioni che ha cercato di afferrare. Incontri che poi gli scivolano via, «come quella poesia che scrissi da qualche parte, e che ho perso. Come una delusione». (Corinne Corci)

Judith Schalansky, Inventario di alcune cose perdute (nottetempo)
Trad. di F. Pantanella

«Gli edifici sovradimensionati gettano già in anticipo l’ombra della loro distruzione e, sin dall’inizio, sono concepiti in vista della loro futura esistenza di rovine», dice Jacques Austerlitz nell’omonimo libro di W.G. Sebald. La società in cui viviamo venera le rovine e la morte in ogni loro forma: quelle delle civiltà antiche, romane o greche o assire, come patrimonio dell’umanità in quanto testimonianza di una certa memoria; quelle della contemporaneità, come le Torri Gemelle o gli edifici bombardati dalla Nato a Belgrado lasciati, storpi e semi-distrutti, ai loro posti di sempre; quelle naturali della morte del corpo, in cimiteri, mausolei, altari. Con Inventario di alcune cose perdute Judith Schalansky tratta dell’inevitabilità della morte, della scomparsa, di isole, tigri, religioni, monumenti. Lo fa con un approccio simile a quello che aveva reso Atlante delle isole remote un successo globale: da ogni oggetto scomparso nasce una storia, come se quel ricordo potesse trasformarsi in concime in grado di fertilizzare nuove narrazioni. Funziona davvero: leggendo i dodici capitoli si metterà in pausa il libro per cercare su internet dove si trovava, 400 anni fa, quella villa perduta nella campagna romana, da dove veniva quell’incisore appassionato di rovine e scampato alla ghigliottina dei Giacobini, che aspetto aveva l’isola scoperta dal capitano James Cook. E così via, a stimolare ricerche e letture, allungando la memoria e togliendo qualche minuto all’oblio. (Davide Coppo)

Fabrizio Patriarca, Tropicario italiano (66thand2nd)

Se siete fan dei libri sul turismo, se avete amato Il turista nudo di Lawrence Osborne (Adelphi) ma tutto Lawrence Osborne – e le fotografie “turistiche” di Martin Parr, e Piattaforma di Houellebecq soprattutto per quello che dice e racconta sul turismo; se insomma coltivate questa forma di ossessione non solo per il viaggio ma anche su cosa è diventato il viaggiare nella contemporaneità, allora questo stranissimo libro, pubblicato in sordina da 66thand2nd, scritto da Fabrizio Patriarca, e intitolato Tropicario italiano potrebbe seriamente piacervi. Si tratta di una raccolta di cartoline dalle pietre miliari del turismo globale (Maldive, Dubai, Bangkok…) che includono altrettanti bestiari del turista, italiano e non, in vacanza. Una raccolta poi neanche in senso stretto, perché il libro ha un filo che lo percorre, quello della voce narrante che attraversa luoghi e aeroporti con sua moglie, altra apparizione semi-nascosta, ma il filo è soprattutto questa stessa voce, che in una spirale di scrittura arbasiniana, piena di prestiti e di nuove definizioni, si avvita in questo viaggio infernale. (Cristiano de Majo)

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