Hype ↓
19:40 mercoledì 29 aprile 2026
Il governo sudafricano ha dovuto ritirare la sua proposta di legge sull’AI perché si è scoperto che è stata scritta con l’AI In particolare, si è scoperto che l'AI si era inventata di sana pianta tutta la bibliografia alla base del testo di legge.
Secondo uno studio, nelle città europee sta diventando quasi impossibile spostarsi senza la macchina Milano è una delle poche in cui si riesce a muoversi almeno un po' con i mezzi pubblici. A Roma, invece, la situazione è disastrosa.
Mentre faceva uscire il nuovo singolo, preparava un tour continentale e invitava a boicottare l’Eurovision, Robert Del Naja dei Massive Attack ha trovato anche il tempo di farsi arrestare a una manifestazione pro Palestina Stava manifestando a Trafalgar Square esponendo un cartello con su scritto «Mi oppongo al genocidio, sostengo Palestine Action».
Quest’anno in concorso al Festival di Cannes ci sono soltanto film lunghissimi Oltre la metà durano più di due ore, ben otto superano le due ore e mezza, ce n'è uno che arriva a tre ore e un quarto.
Il Met Gala starebbe abbassando i prezzi perché con Jeff Bezos e Lauren Sánchez a finanziarlo nessuno ha granché voglia di andarci Dagli iniziali 75 mila dollari per l'ingresso e 350 mila per un tavolo da 10, i prezzi adesso si starebbero abbassando sensibilmente.
Con tutto quello che sta succedendo nel mondo, Donald e Melania Trump stanno impiegando tempo ed energie per litigare con Jimmy Kimmel (di nuovo) Stavolta i Trump si sono arrabbiati per una battuta in cui Kimmel definiva Melania «una vedova in divenire».
Acne Paper ha messo in mostra per la prima volta 70 disegni di René Bouché che ritraggono 70 donne che hanno fatto la storia Tra i ritratti dello storico illustratore di Vogue compaiono i volti di Lee Radziwill, Billie Holiday, Helena Rubinstein e Babe Paley.
Adesso anche TikTok fa la sua classifica dei bestseller Uscirà ogni mese e incrocerà le vendite dei libri con le visualizzazioni che i contenuti dedicati a quel libro ottengono sul social.

I libri del mese

Cosa abbiamo letto a gennaio in redazione.

di Studio
31 Gennaio 2020

Philippe Lançon, La traversata (edizioni e/o)
Trad. di Alberto Bracci Testasecca

Mentre noi hashtaggavamo inferociti #JeSuisCharlie, in molti casi senza aver mai sentito prima il nome della rivista satirica francese né tantomeno averne letto un numero, Philippe Lançon era in una camera d’ospedale con un buco nella mascella. Un terzo del suo volto era sparito.

Lui racconta di non essersene reso conto subito, e che tutto quello che ricorda di quella riunione di redazione finita in attentato terroristico è l’essersi ritrovato steso per terra, con una guancia sulla moquette, dopo aver mangiato dei biscotti. Di fronte a lui c’è un collega morto, gli si vede il cervello, e solo quando qualcuno gli passa un telefono davanti Lançon riesce a specchiarsi per un secondo, e a realizzare che gli manca metà faccia. La traversata è uscito in Francia nel 2018, dove ha vinto il premio Femina e quello Renaudot, e arriva ora in Italia per e/o tradotto da Alberto Bracci Testasecca. È un libro colto, pieno di pezzi di storia di Francia e di vita del suo autore, critico culturale per Libération e Charlie. Lançon parla di giornalismo, di critica, di cerchie di intellettuali e di satira, ma parla soprattuto del suo corpo, del personale medico, di chi entra ed esce dalla sua stanza – il fratello, i genitori, l’ex moglie, la fidanzata, i colleghi – e dei campanelli suonati dai pazienti che a un certo punto della notte lo riportano alla brutalità della sua situazione. Riflette spesso su quello che gli stivali neri dei fratelli Kouachi hanno cancellato: 12 colleghi, tanto per iniziare, e un certo modo, molto europeo, molto francese, di sentirsi al centro del mondo. Non c’è rabbia nel libro di Lançon, semmai un’ironia amara molto diversa dal nichilismo gaudente di Charlie. L’intellettuale è immobilizzato, privato della parola e costretto a cercare nuovamente il senso di tutto quello che lo circonda: a volte prende in giro la sua incredibile voglia di vita, ma in realtà è sollevato che, almeno quella, nessuno l’abbia cancellata. (Silvia Schirinzi)

R. O. Kwon, Gli incendiari (Einaudi)
Trad. di Giulia Boringhieri

Nata in Corea del Sud e cresciuta negli Stati Uniti, R.O. Kwon ha impiegato esattamente 10 anni per scrivere questo libro, una storia d’amore tra due teenager disillusi – il bravo ragazzo Will che, dopo aver investito tutta la sua giovinezza nella preghiera e nella religione, improvvisamente ha smesso di credere (un’esperienza che lo accomuna all’autrice, che dice di aver iniziato a scrivere il libro per indagare la sua crisi di fede) e l’indisciplinata, bellissima Phoebe, ex aspirante pianista che ha rinunciato al suo sogno di diventare un genio musicale. Un libro velocissimo, che somministra a un lettore ignaro, che fin dalle prime pagine si ritrova appassionato a una storia d’amore alla Dawson’s Creek (Kwon dice di aver imparato come si comportano i teenager americani proprio guardando quella serie), illuminanti riflessioni sulla fede, il fondamentalismo e l’ideologia. La miccia che scatena la catena di eventi che condurrà all’esplosione finale è la comparsa del misterioso John Leal, capo di una setta religiosa del college, che racconta di essere stato rinchiuso in un campo di prigionia, torturato e costretto ad assistere a violenze impensabili e convince Phoebe ad entrare a far parte del gruppo. A unire i brevi capitoli è il tema ricorrente del fuoco e dell’incendio, inteso anche in senso metaforico, come la capacità degli esseri umani di infiammarsi per qualcosa o per qualcuno e poi spegnersi all’improvviso. Gli incendiari è bastato a convincere il New York Times a inserire R.O. Kwon (che scrive per il New York Times stesso ma anche per il Guardian, The Paris Review, Buzzfeed e altri) tra le scrittrici più interessanti e innovative degli ultimi anni. (Clara Mazzoleni)

Fredrik Sjöberg, Mamma è matta, papà è ubriaco (Iperborea)
Trad. di Andrea Berardin

Ci sono libri che si disvelano solo dopo un giro di pagine – o di vite, come nel caso della nuova opera di Sjöberg – modificandosi nel corso della storia, tra digressioni, andate e ritorni per indagare in infinite direzioni e interrogare anche sé stessi. Perché allo scrittore-entomologo interessa tutto, «com’è scritto di solito negli annunci delle persone disperate», dice, sia che si parta da una personale collezione di mosche come nel suo romanzo più famoso, sia che quel punto di partenza sia rappresentato da un enigmatico dipinto ritrovato per caso in un’asta di Stoccolma. È così, nel tentativo di ripercorrere la vita del pittore danese Anton Dich, che Sjöberg si perde nel nugolo di parenti e amici della labirintica famiglia di imprenditori svedesi cui fu legato il pittore: scavando nel destino di Eva Adler, moglie di Anton, già vedova del celebre pittore Ivar Arosenuis e madre di una delle due bambine protagoniste del dipinto; nella sua famiglia matriarcale, fatta di donne cresciute accanto a Modigliani, Brecht, Picasso, Gertrude Stein e persino Adolf Hitler. Quello su Dich è un racconto nato da «tutto il poco» che l’autore conosce e che ha conosciuto «attraverso carte di cui sono andato a caccia come un esploratore», sugli uomini degli anni ’20 rinati nell’assenzio e nelle loro fantasie morbose: lo sforzo di ricostruire un puzzle troppo grande partendo dai margini, descrivendo amori nati clandestinamente (come quello tra Ivar e Eva, cui è dedicato il capito più bello del romanzo) per poi smarrirsi in un groviglio di relazioni che ha cercato di afferrare. Incontri che poi gli scivolano via, «come quella poesia che scrissi da qualche parte, e che ho perso. Come una delusione». (Corinne Corci)

Judith Schalansky, Inventario di alcune cose perdute (nottetempo)
Trad. di F. Pantanella

«Gli edifici sovradimensionati gettano già in anticipo l’ombra della loro distruzione e, sin dall’inizio, sono concepiti in vista della loro futura esistenza di rovine», dice Jacques Austerlitz nell’omonimo libro di W.G. Sebald. La società in cui viviamo venera le rovine e la morte in ogni loro forma: quelle delle civiltà antiche, romane o greche o assire, come patrimonio dell’umanità in quanto testimonianza di una certa memoria; quelle della contemporaneità, come le Torri Gemelle o gli edifici bombardati dalla Nato a Belgrado lasciati, storpi e semi-distrutti, ai loro posti di sempre; quelle naturali della morte del corpo, in cimiteri, mausolei, altari. Con Inventario di alcune cose perdute Judith Schalansky tratta dell’inevitabilità della morte, della scomparsa, di isole, tigri, religioni, monumenti. Lo fa con un approccio simile a quello che aveva reso Atlante delle isole remote un successo globale: da ogni oggetto scomparso nasce una storia, come se quel ricordo potesse trasformarsi in concime in grado di fertilizzare nuove narrazioni. Funziona davvero: leggendo i dodici capitoli si metterà in pausa il libro per cercare su internet dove si trovava, 400 anni fa, quella villa perduta nella campagna romana, da dove veniva quell’incisore appassionato di rovine e scampato alla ghigliottina dei Giacobini, che aspetto aveva l’isola scoperta dal capitano James Cook. E così via, a stimolare ricerche e letture, allungando la memoria e togliendo qualche minuto all’oblio. (Davide Coppo)

Fabrizio Patriarca, Tropicario italiano (66thand2nd)

Se siete fan dei libri sul turismo, se avete amato Il turista nudo di Lawrence Osborne (Adelphi) ma tutto Lawrence Osborne – e le fotografie “turistiche” di Martin Parr, e Piattaforma di Houellebecq soprattutto per quello che dice e racconta sul turismo; se insomma coltivate questa forma di ossessione non solo per il viaggio ma anche su cosa è diventato il viaggiare nella contemporaneità, allora questo stranissimo libro, pubblicato in sordina da 66thand2nd, scritto da Fabrizio Patriarca, e intitolato Tropicario italiano potrebbe seriamente piacervi. Si tratta di una raccolta di cartoline dalle pietre miliari del turismo globale (Maldive, Dubai, Bangkok…) che includono altrettanti bestiari del turista, italiano e non, in vacanza. Una raccolta poi neanche in senso stretto, perché il libro ha un filo che lo percorre, quello della voce narrante che attraversa luoghi e aeroporti con sua moglie, altra apparizione semi-nascosta, ma il filo è soprattutto questa stessa voce, che in una spirale di scrittura arbasiniana, piena di prestiti e di nuove definizioni, si avvita in questo viaggio infernale. (Cristiano de Majo)

Articoli Suggeriti
Leggi anche ↓
Quest’anno in concorso al Festival di Cannes ci sono soltanto film lunghissimi

Oltre la metà durano più di due ore, ben otto superano le due ore e mezza, ce n'è uno che arriva a tre ore e un quarto.

Quentin Tarantino ha fatto di tutto per fare il film crossover di Django e Zorro, ha convinto un produttore a finanziarlo ma all’ultimo momento ha detto che lui non ha voglia di dirigerlo

Film basato, tra l'altro, su un fumetto scritto dallo stesso Tarantino. Che però, a quanto pare, di tornare sul set non vuole proprio saperne.

Il MoMA di New York ha organizzato una gara di sosia di Marcel Duchamp e della sua alter ego Rrose Sélavy

Anche uno dei più importanti e prestigiosi musei del mondo cede al trend dei lookalike contest. L'appuntamento per i sosia è a New York il 30 aprile.

Bon Iver ha fondato una cover band di Bob Dylan e l’ha chiamata Bon Dylan

Band che farà soltanto due concerti, il 24 e il 25 luglio a Eau Claires, Wisconsin, città in cui Bon Iver ha vissuto tutta la vita.

Il nuovo libro di Haruki Murakami sarà il primo della sua carriera con una protagonista femminile

The Tale of KAHO sembra una risposta diretta alle tante accuse di misoginia che gli sono state rivolte dal 1979, anno del suo esordio, a oggi.

Park Chan-wook è finalmente riuscito a trovare i soldi e il cast per girare il film western a cui sta lavorando da dieci anni

Sessanta milioni di dollari, un cast composto da Matthew McConaughey, Austin Butler e Pedro Pascal e un titolo: The Brigands Of Rattlecreek.