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Per la prima volta nella storia, e “grazie” agli Stati Uniti, ci sono armi anche nello spazio aperto Non esistono dettagli sul tipo di armi ma la US Space Force ha detto che «possono essere impiegate sia a scopo difensivo che offensivo».
Non contento di stare girando già una dozzina di film contemporaneamente, Luca Guadagnino ha pure disegnato una collezione di arredamento e abbigliamento di 140 pezzi per Zara 65 pezzi tra mobili e oggetti per la casa, a cui si affiancano 75 capi tra abbigliamento e accessori. Realizzati nei ritagli di tempo tra un set e un red carpet, si capisce.
La colonna sonora più incredibile dell’anno è quella di un documentario sulla scena rave ucraina in cui suonano Fred Again, Brian Eno, Aphex Twin, Sega Bodega e gli Idles Si intitola Black Sunflowers, ha debuttato al Toronto International Film Festival l'11 settembre e, anche e soprattutto grazie alla musica, è già uno dei documentari più chiaccherati dell'anno.
Secondo una ricerca pubblicata su Lancet, basterebbe una patrimoniale del 3 per cento sulla ricchezza dei miliardari per salvare la vita a 30 milioni di persone Un minuscolo contributo dei 3 mila miliardari che vivono nel nostro mondo, che collettivamente possiedono un patrimonio di 17 mila miliardi.
Bernie Sanders ha proposto una legge per punire chi sviluppa una “super AI” con la stessa pena di chi sviluppa un’arma nucleare illegale Proposta di legge (che difficilmente verrà approvata) a cui ha dato l'esplicativo titolo di Ban Artificial Superintelligence Act.
Sulle Dolomiti quest’anno ci sono davvero tutti, pure Timothée Chalamet Assieme a suo padre Marc, compagno di un'escursione che l'attore ha dettagliatamente raccontato in un post Instagram.
Il governo israeliano vuole revocare la cittadinanza ai registi di NAZA, Yuval Abraham e Rachel Szor, per alto tradimento Vincitori del Premio speciale della giuria a Venezia, i due si sono ritrovati accusati dal Ministro della Cultura Miki Zohar.

Lady Bird è un film grazioso, ma niente di più

Esce uno dei titoli più acclamati della stagione, importante per tante ragioni: ma siamo sicuri che sia uno dei capolavori dell'anno?

01 Marzo 2018

Rincresce moltissimo trovare improvvisamente insopportabile quella che fino a ieri consideravi un’amica. Ho difeso Greta Gerwig davanti ai detrattori di Frances Ha (2012), che era bello: l’ha scritto lei insieme al fidanzato Noah Baumbach, che l’ha anche diretto. L’ho fatto con Mistress America (2015), che era così così: stessa accoppiata in sceneggiatura/regia. Ho preso le sue parti pure ai tempi di To Rome with Love (2012), il titolo più brutto nella filmografia di Woody Allen, lei però era nell’episodio da salvare: quello con Alec Baldwin e Jesse Eisenberg. Ho accettato l’hipsterismo da cerchia newyorkese del Piano di Maggie di Rebecca Miller (figlia di Arthur, era il 2015), ho detto a chiunque di vedere l’invisibile 20th Century Women di Mike Mills (2016, fugace apparizione sul digitale italiano con titolo Le donne della mia vita). Perché Greta era Greta, un modello a forte (e mitomaniacale) immedesimazione, stessa classe mia (1983) dunque stessa formazione, anche se io sono brianzolo e lei di Sacramento: ma Sacramento non è un po’ la Brianza della California?

Se ora mi sta – e sta a molti: io so, ma non ho le prove – improvvisamente insopportabile, non è nemmeno colpa sua. Il film della discordia è Lady Bird, che una volta avrei difeso al pari di tutti gli altri, anzi avrei gridato: fantastico! E invece ora no, perché Greta non è più una brianzola di nicchia, di colpo è diventata il mainstream di Hollywood, come dire una milanese del quartiere Isola post-gentrificazione, adesso piace a tutti, e Lady Bird è stato unanimemente salutato come il sommo capolavoro che in realtà non è. Chiedetemi di difendere un piccolo grazioso film, perché di questo si tratta: lo farò senza indugio. Provate a convincermi che questo è uno dei film dell’anno: no.

Certo Lady Bird è importante (certi critici direbbero: necessario) per tante ragioni. È, di fatto, l’opera prima di Gerwig: nel suo curriculum da regista figurava solo Nights and Weekends (2008), firmato a quattro mani con Joe Swanberg. Ed è importante perché ha ricevuto cinque candidature agli Oscar, tra cui miglior film e miglior regista, è solo la quinta volta nella storia che capita a una donna (Greta segue Lina Wertmüller, Jane Campion, Sofia Coppola e Kathryn Bigelow, l’unica ad aver vinto finora). Il motivo dell’antipatia inattesa è, in parte, questo: resta fuori dalla cinquina gente come Luca Guadagnino (Chiamami col tuo nome) e soprattutto Steven Spielberg (The Post), dentro c’è Gerwig in quanto quota Time’s Up. Perché così è andata.

La causa principale di questa antipatia è ancora un’altra, e torniamo a quanto già detto. Lady Bird è un film grazioso e niente più. Di quelli che, brianzolo ma liceale a Milano, sarei corso a vedere a quindici anni al primo spettacolo del President di Largo Augusto: mi sarebbe piaciuto da impazzire. È la storia di Christine (Saoirse Ronan, nomination anche per lei), più nota come Lady Bird, nell’anno della maturità, tra fidanzatini, amiche outcast come lei, conflitto con la mamma (Laurie Metcalf, gareggia tra le non protagoniste), capelli rosa e balli di fine anno. Gerwig l’ha ammesso (parafraso): è un film di formazione al femminile perché di film di formazione al femminile ce ne sono pochissimi, pure il coming of age è in mano ai maschi. Anche meno, però è vero. La sua storia (proprio sua: la protagonista va a scuola a Sacramento) non ha sbavature, e quasi non ha emozione.

L’altra ragione che ha reso la sua brava autrice improvvisamente insopportabile è tutto quello che, oggi, sta attorno all’industria dei film. Greta si dichiara retroattivamente pentita di aver lavorato con Woody Allen (vedi sopra), reo di abusi domestici mai confermati. Greta si è fatta portavoce di una nuova generazione di donne che possono scrivere, dirigere, recitare senza sentirsi inferiori ai maschi. L’ha detto pure Saoirse Ronan al New York Times: «Facendo la promozione di Lady Bird accanto a Greta, mi sono ritrovata a pensare: “Anche a me piacerebbe dirigere un piccolo film, un giorno”. Moltissime donne credono che il lavoro di regista, autoritario per eccellenza, non faccia per loro. È stato guardando lei che io stessa ho cambiato la mia prospettiva su ciò che possiamo ottenere anche in questo campo».

Lady Bird è uno dei titoli più acclamati della stagione, si diceva. Su Rotten Tomatoes ha vantato per un bel pezzo il 100% di consensi positivi da parte della critica, finché non è arrivata una recensione (di tale Cole Smithey, si autodefinisce «the smartest film critic in the world») che l’ha fatto scendere di un punto: ora i pareri negativi sono aumentati, ma rimane stabile al 99%. È un’operazione che culturalmente varrà come precedente: le storie come tante di donne come tante non faranno più sensazione, saranno uno dei tanti racconti possibili. Gerwig stessa non ci dà scampo, ha già annunciato tre seguiti del suo film: l’ispirazione dichiarata è la saga L’amica geniale di Elena Ferrante. Spero che, insieme a tutte le imitazioni di Lady Bird che seguiranno, verrà anche un tempo in cui una regista donna non sarà candidata per forza, se quella candidatura non è meritata. Oggi è giusto così. Facciamo che in questo momento sono più importanti i simboli. Facciamo che poi diventeremo grandi, che non avremo paura di dire che le cose sono così così, quando sono così così. Facciamo che ok, Greta, va bene: ti difendo anche stavolta, mia coetanea brianzola.

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