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ll Monte Bianco è diventato più alto ma questa non è una bella notizia come ci piacerebbe pensare In questo periodo misura 4.807,47 metri: la sua crescita dipende da fenomeni «estremamente variabili».
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Grian Chatten dei Fontaines D.C. ha detto che Mina è stata una delle più importanti ispirazioni per Dopamine Chamber «Sono davvero innamorato della sua musica. Mi ha aiutato a trovare quel senso di umanità che volevo infondere in questo disco».
Il governo di Netanyahu adesso sta litigando anche con il Board of Peace di Trump Ad agosto il Board of Peace ha affidato a un'azienda americana il primo cantiere di "New Gaza". Due mesi dopo Israele non ha ancora fatto entrare né i camion né gli operai.
Un ingegnere ha creato un sistema di sorveglianza che sorveglia solo i poliziotti Anthony Sistilli, programmatore e youtuber canadese, ha costruito in casa un lettore automatico di targhe che riconosce solo le auto della polizia.

La morte ti fa bella

Il Costume Institute del Metropolitan di New York prende in prestito il titolo di un film di Robert Zemeckis per raccontare cosa si indossasse a un funerale 150 anni fa. La moda del resto non è solo un affare da passerella, ma una questione di usanze sociali.

22 Ottobre 2014

Correva l’anno 1992 e sul grande schermo arrivava La morte ti fa bella (Death becomes her), una commedia pseudo musicale, sicuramente molto divertente, diretta da Robert Zemeckis e interpretata da Meryl Streep, magistrale come sempre, Goldie Hawn e Bruce Willis.

Ai tempi il film fu giudicato dai miei genitori «non adatto a una bambina di nove anni» così potei vederlo solo qualche anno dopo, rimanendone affascinata molto più del dovuto. Al netto di qualche scena con i polsi torti e i buchi nello stomaco che avrebbe potuto spaventare una bambina di quarta elementare a cavallo tra gli anni Ottanta e i Novanta (oggi, nonostante qualche intervento a gamba tesa del Moige che riguarda per lo più i talk show pomeridiani, i bambini sono abituati a questo ed altro mi pare), Zemeckis racconta con ironia pungente un mondo di donne che si affannano ad inseguire gli pseudo benefici dell’elisir di lunga vita. Finendo per guadagnare un’immortalità per cui l’essere umano, di fatto, non è programmato.

Sarà banale ricordarlo, ma la morte fa parte della vita: è questa la morale del film di Zemeckis. Ed è un assunto fondamentale che, nel tempo, ha smesso di essere un tabù sociale. Così, con Halloween che si avvicina, anche il mondo della moda ha deciso di approcciare questo tema in modo diretto: lo ha fatto con una mostra dal titolo Death Becomes Her: a Century of Mourning Attire – sì, strizza l’occhio al film di Zemeckis: c’è spesso un pizzico di ironia nello stile – in allestimento presso l’Anna Wintour Costume Institute del Metropolitan Museum di New York, da oggi fino al 15 febbraio 2015.

Nella foto: The “Black Ascot”, 1910. Courtesy of The Metropolitan Museum of Art, Getty Images

In mostra ci sono circa 30 abiti “da lutto”, accompagnati da una serie di accessori e gioielli, attraverso i quali Harold Koda, curatore del Costume Institute, ha voluto raccontare l’evoluzione dello stile legato alla morte e alle cerimonie funebri tra il 19esimo e l’inizio del 20esimo secolo. Molti di quelli in allestimento sono pezzi haute couture mai esposti al pubblico prima d’ora: un abito indossato dalla Regina Vittoria, per esempio.

Nella foto: Mourning Ensemble, 1870-1872 © The Metropolitan Museum of Art, by Karin L. Willis

La sovrana inglese, dopo la morte del Principe Alberto, non abbandonò mai il nero a testimonianza della sofferenza per la scomparsa del marito (la loro fu una vera storia d’amore. Quasi un’eccezione per l’epoca, soprattutto in merito alle unioni tra esponenti di famiglie nobili o reali), e fu al contempo capace di rinsaldare il legame tra lutto ed eleganza. Un legame che ritroviamo nel tailleur nero e nel cappello con la veletta lunga indossato da Jacqueline Kennedy al funerale del marito JFK. O nel tubino nero e nel girocollo di perle di Lady Diana alle esequie di Gianni Versace, scomparso ahimè qualche mese prima di lei. Per non parlare della cerimonia funebre di Alexander McQueen, enfant terrible e protagonista geniale della moda britannica morto suicida nel febbraio 2010: all’ ingresso della chiesa di Saint Paul, a Londra, le sue muse e amiche Naomi Campbell e Kate Moss si sono presentate a lutto indossando uno scenografico cappello con veletta e un tailleur avvitato la prima e un tubino di pelle la seconda. Daphne Guinness, invece indossava una delle creazioni dello stilista: vistosa e drammatica, in puro stile McQueen.

Nell’immagine: Naomi Campbell al funerale di Alexander McQueen. Londra, 2010

La morte e la moda hanno qualcosa da spartire tra loro, dunque. Nonostante il fashion system sia tradizionalmente permeato da concetti che spaziano dallo stile senza tempo all’eleganza intramontabile – che poi vogliono dire un po’ la stessa cosa: la moda è fatta di molte perifrasi, anche – e sia capace di cristallizzare in un istante particolare un’icona di bellezza – imperitura perché nel 90 per cento dei casi si tratta di persone morte giovani o abbastanza giovani: Grace Kelly, Marilyn Monroe, Lady Diana, per citarne alcune.

Tracciare dei ponti tra due universi così apparentemente diversi viene più semplice se analizziamo la moda come insieme di fenomeni di costume, un concetto meno legato alle passerelle e più alle abitudini e ai cambiamenti cui la società è soggetta: la cerimonia come contesto caratterizzato da un’aura di ufficialità e il rispetto per il defunto hanno sempre reso il funerale un’occasione da onorare con la propria presenza, ma anche con uno stile sobrio ed eleganza. Il lutto ha il suo dress code, potremmo dire riducendo tutto ad una formula da invito, stile RSVP. E le mise esposte al Met raccontano l’evoluzione di questo codice complice l’influenza esercitata dalla moda e l’impatto delle tendenze stilistiche sulla vita reale delle persone.
 

Nell’immagine in evidenza: Mourning Dress 1902-1904. Photo: © The Metropolitan Museum of Art, by Karin L. Willis

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