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Il reboot cancellato di Buffy si è rivelato uno dei peggiori disastri della storia della tv americana La cancellazione della serie reboot è una sconfitta per tutti: Disney, la regista Chloé Zhao, Sarah Michelle Gellar, e soprattutto i fan.
Trump ha detto in maniera molto chiara ed esplicita che vorrebbe prendersi il petrolio iraniano Ma ha anche aggiunto che ci sono degli «scemi» negli Stati Uniti che glielo stanno impedendo. Non ha chiarito chi siano questi scemi, però.
Stando alla ricostruzione della Questura di Roma, il “controllo” a Ilaria Salis prima della manifestazione No Kings è stato fatto perché nessuno aveva capito che si trattava di quella Ilaria Salis Il controllo all'europarlamentare è durato circa un'ora, tanto è stato necessario perché gli agenti si accorgessero di chi avevano davanti.
Il libro fotografico del reunion tour degli Oasis conterrà più di mille foto inedite Si intitola Oasis Live ‘25 Opus, uscirà a maggio e verrà venduto in diverse versioni, la più "ricca" delle quali costerà quasi 12.000 euro.
LuisaViaRoma, una delle storiche mete dello shopping italiano, è in grave crisi L'azienda ha chiesto al Tribunale 60 giorni di tempo per presentare un piano di risanamento e ripagare i debiti. Nel frattempo i dipendenti hanno scioperato e i sindacati parlano di «scelte manageriali non adeguate».
A Seoul c’è un club del libro in cui si leggono i libri mentre si ascolta la techno «Ritmi ripetitivi e suoni minimali aiutano a immergersi più a fondo nella lettura», dicono gli organizzatori di questo curioso club del libro.
Sui profili social della Casa Bianca sono apparsi degli inquietanti post di cui nessuno sta capendo né il senso né lo scopo Foto sgranatissime, video incomprensibili, una musica che se ascoltata al contrario riproduce il messaggio «exciting announcement tomorrow».
Sta per arrivare un musical di Trainspotting con canzoni scritte da Irvine Welsh La prima è prevista per luglio al Theatre Royal Haymarket di Londra, giusto il tempo di far finire a Welsh tutte le canzoni a cui sta lavorando.

Keanu Reeves ti voglio bene

Icona anni '90, ha saputo reinventarsi come nessun altro, adesso è nel terzo episodio di John Wick, ma anche protagonista della campagna Saint Laurent.

08 Maggio 2019

Quando, dieci anni fa, è morto Patrick Swayze, ho pensato a Keanu Reeves. Per via di quel fotogramma – muta da surfista il primo, t-shirt bianca e jeans l’altro – che li aveva fissati per sempre nella memoria della Generazione X. Perché, in quel momento esatto, erano stati come la valletta bionda e la valletta mora del Festival di Sanremo, due facce uguali e diverse dello stesso desiderio collettivo, oggetti sensuali per spettatrici e spettatori che perdevano l’innocenza, divi percorsi da una tensione erotica per nulla mainstream. Era Point Break, era il 1991. Quando, dieci anni fa, è morto Patrick Swayze, ho pensato a Keanu Reeves. Perché era morto pure lui. Era morto da un pezzo, era morto pure peggio. Patrick, per scelta e per malattia, di film nei suoi ultimi anni ne aveva girati pochi, e comunque disertati da chiunque: era rimasto l’idolo delle onde imprendibili e dei balli proibiti. Keanu aveva fatto la fine dei Nicolas Cage: la serie Z del cinema, le paparazzate “guardate come si è ridotto”, le photogallery con pernacchia nei nostri quotidiani stanchi.

Cinque anni dopo la morte di Swayze, Reeves è tornato. John Wick, fumettone action uscito nel 2014 il cui terzo capitolo sarà nelle il prossimo 16 maggio, è stato un successo inaspettato. Era un revenge movie senza nessuna motivazione narrativa se non “il protagonista uccide tutti perché gli hanno fatto fuori il cagnolino”, e tanto è bastato a renderlo un cult prima sotterraneo, poi globale. Due anni fa è uscito il seguito non cult ma addirittura stracult, almeno da noi: tra i cattivi c’erano il fantomatico camorrista Santino interpretato da Riccardo Scamarcio e sua sorella Gianna cioè Claudia Gerini. Gli incassi su scala internazionale sono, incredibilmente, raddoppiati. Dieci anni dopo la morte di Swayze, Reeves è di nuovo una star. Esce nelle sale la prossima settimana, anticipato dalla favolosa intervista alla comprimaria di lusso Anjelica Huston su Vulture, John Wick 3 – Parabellum. Stesso impianto dei precedenti: vendetta animalista, calci e pugni coreografatissimi, il protagonista che ormai vanta la classe dei grandi lottatori di Hong Kong.

Keanu Reeves è di nuovo una star. È pure il volto dell’ultima campagna di Saint Laurent, rilanciato nei cancelletti su Instagram grazie al glam post-punk di Anthony Vaccarello e, in misura non minore, dagli scatti in bianco e nero ai suoi testimonial inattesi, pescati da altre epoche, altri ricordi. Prima erano venuti Courtney Love, Vincent Gallo, Betty Catroux, Marilyn Manson, Kim Gordon. La foto di Keanu, degno successore, ha fatto, come si usa dire, il giro del web: capelli lunghi e giacca di pelle, l’immortalato è stato salutato come un rinato, venerato come un risorto. Lo stesso effetto di Jon Snow che torna dal regno delle anime (oggi non è più spoiler, vero?): hanno ammazzato Keanu, Keanu è vivo.

L’action di vendetta, si sa, è il pensionamento di quelli che erano stati stelle, la Florida del cinema. L’antonomasia è Liam Neeson, diventato dopo Taken (da noi Io vi troverò, il primo capitolo è uscito nel 2008) il principe dei film di botte ormai ai limiti dell’autoparodia. Reeves è più giovane, ha cinquantaquattro anni molto ben portati, più che un ospizio di lusso (un pre-pensionamento, via) la saga di John Wick è valsa per lui come un’altra delle strade possibili. Ne ha prese dieci, cento, mille, tutte diverse, senza conformarsi mai a un’idea di divismo canonica, a un profilo d’attore preciso. Non è mai stato un interprete eccelso, ma ha marcato come pochi altri la storia cinematografica di fine Novecento. Basta una parola: Matrix. Non è mai sembrato il tipo che fa calcoli di carriera, ma si è mosso, forse per caso o per colpi di fortuna, tra cinema d’autore e blockbuster pop senza strategia e senza snobismo, dunque alla fine con una certa intelligenza. Belli e dannati di Gus Van Sant sta accanto a Speed, Piccolo Buddha di Bernardo Bertolucci a Johnny Mnemonic, e ancora prima Dracula di Bram Stoker di Coppola e Le relazioni pericolose di Frears insieme a titoli tremendi ma bellissimi come L’avvocato del diavolo e Il profumo del mosto selvatico, capisaldi generazional-kitsch che non smetteremmo mai di rivedere. Fino all’infilata di roba brutta (ma brutta davvero) a inizi Duemila che l’ha ucciso. Per un attimo soltanto.

Keanu l’inclassificabile, Keanu l’antidivo, Keanu il mai nominato a nessun premio importante, Keanu l’intellettuale a sorpresa, Keanu l’estraneo ai pettegolezzi, Keanu il precursore di tendenze suo malgrado. Del multietnicismo che oggi riempie i Buzzfeed del mondo, lui è stato bandiera inconsapevole, mix di sangue inglese, hawaiano, cinese, irlandese, portoghese (forse, dice Wikipedia, pure olandese, italiano, francese). Della fluidità sessuale, almeno per l’immagine che ha sempre scelto di portarsi appresso, non parliamone. Dell’essere un idolo delle folle a sua insaputa, pure. Di recente è girata la notizia del viaggio che s’è fatto su un bus con i passeggeri di un volo di linea costretto a un atterraggio d’emergenza: è stato preso come un gesto eroico, praticamente il soggetto di un immaginario Speed 3, tema la terza età. Da più tempo ancora circolano on line le sue foto nelle pizzerie e trattorie italiane, sono diventate un piccolo genere letterario: più di lui, la star sembra sempre il gestore del locale. Pochi giorni fa a Glasgow è andato in scena il KeanuCon, festival monografico per fanatici di ferro. Lui, nel frattempo, faceva come al solito l’uomo invisibile. All’idolatria collettiva, al revival Nineties, al ritorno di fiamma generale. Sarà troppo impegnato, chissà, nella pubblicazione di libri d’arte con la sua X Artists’ Books, casa editrice fondata «per lavorare con la creatività e i talenti della gente più diversa».

Forse ci ha sempre presi in giro tutti. Gli mancheranno la strategia, il metodo Stanislavskij, i grandi capolavori a parte un paio. Ma Keanu Reeves ha l’ironia. L’anno scorso è uscita una dimenticabile seppur tenera commedia dal titolo Destination Wedding. Plot: due sociopatici invitati al matrimonio di una coppia di amici comuni finiscono per innamorarsi. La protagonista femminile è Winona Ryder. A vederli insieme scoppia la testa, esplode la nostalgia. Secondo alcuni sarebbero addirittura marito e moglie per davvero. Le nozze ci sarebbero state, e con filmino di Coppola, nientemeno: ad officiarle, un prete vero sul set di Dracula. Keanu, durante la promozione di quella rom-com passata inosservata, non ha smentito le voci. Keanu ha continuato a giocare. Keanu l’ha fatto apposta. Ha sempre saputo come prenderci. In silenzio, senza far rumore. Forse per questo gli vogliamo tutti così bene.

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