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21:54 sabato 1 agosto 2026
L’unica pasticceria al mondo che ha il permesso dello Studio Ghibli per fare dolcetti di Totoro è quella della cognata di Hayao Miyazaki Si chiama Shiro-Hige’s Cream Puff Factory e ne produce pochissimi alla volta: accaparrarseli è difficile quasi come riuscire a visitare il Ghibli Park.
Uno dei motivi della crisi di Ceuta sarebbe una sentenza della Corte Suprema spagnola che stabilisce che i migranti che arrivano in Spagna a nuoto non possono essere respinti Migliaia di persone sono entrate in una settimana aggirando a nuoto un frangiflutti. Non possono essere respinte perché non hanno aggirato nessuna barriera fisica.
Per festeggiare il 25esimo anniversario di Drukqs, Aphex Twin ha fatto una ristampa del disco in vinile, cd e pure musicassetta Con questa ristampa Aphex Twin raggiunge anche un traguardo personale: ora tutti i suoi album sono disponibili in vinile.
Da un grande problema con gli incendi boschivi derivano grandi problemi con le assicurazioni e i risarcimenti Il 75 per cento dei danni da catastrofe naturale in Europa non è coperto da nessuna polizza assicurativa, e la quota cresce ogni estate. In più, i danni causati dagli incendi non sono comunque coperti da queste polizze.
A Firenze aprirà il primo centro italiano specializzato in prevenzione e cura della dipendenza da social Aprirà subito dopo l'estate e si chiama Discover - Fuori dal guscio, accoglierà ragazzi e ragazze dai 10 ai 25 anni di età.
Finché potremo vedere e rivedere all’infinito quella scena di Drive, di Kavinsky non ci dimenticheremo mai È morto a 50 anni uno dei grandi protagonisti della scena elettronica. Di lui resta tanto ma soprattutto una canzone, Nightcall, pezzo fondamentale di un film indimenticabile.
C’è un motore di ricerca che vuole rendere accessibili liberamente e gratuitamente tutte le opere d’arte conservate in tutti i musei del mondo Su The Last Museum si trovano già 5,8 milioni di opere e l'archivio continua a crescere giorno dopo giorno. L'obiettivo è raccogliere tutta l'arte di tutti i tempi.
Sta per uscire un libro che raccoglie centinaia di schizzi e bozzetti di Yohji Yamamoto ritrovati per caso in un magazzino di Tokyo Si intitola Yohji Yamamoto Drawings, la curatela è di Peter Saville e i disegni sono stati selezionati da Yamamoto in persona.

Keanu Reeves ti voglio bene

Icona anni '90, ha saputo reinventarsi come nessun altro, adesso è nel terzo episodio di John Wick, ma anche protagonista della campagna Saint Laurent.

08 Maggio 2019

Quando, dieci anni fa, è morto Patrick Swayze, ho pensato a Keanu Reeves. Per via di quel fotogramma – muta da surfista il primo, t-shirt bianca e jeans l’altro – che li aveva fissati per sempre nella memoria della Generazione X. Perché, in quel momento esatto, erano stati come la valletta bionda e la valletta mora del Festival di Sanremo, due facce uguali e diverse dello stesso desiderio collettivo, oggetti sensuali per spettatrici e spettatori che perdevano l’innocenza, divi percorsi da una tensione erotica per nulla mainstream. Era Point Break, era il 1991. Quando, dieci anni fa, è morto Patrick Swayze, ho pensato a Keanu Reeves. Perché era morto pure lui. Era morto da un pezzo, era morto pure peggio. Patrick, per scelta e per malattia, di film nei suoi ultimi anni ne aveva girati pochi, e comunque disertati da chiunque: era rimasto l’idolo delle onde imprendibili e dei balli proibiti. Keanu aveva fatto la fine dei Nicolas Cage: la serie Z del cinema, le paparazzate “guardate come si è ridotto”, le photogallery con pernacchia nei nostri quotidiani stanchi.

Cinque anni dopo la morte di Swayze, Reeves è tornato. John Wick, fumettone action uscito nel 2014 il cui terzo capitolo sarà nelle il prossimo 16 maggio, è stato un successo inaspettato. Era un revenge movie senza nessuna motivazione narrativa se non “il protagonista uccide tutti perché gli hanno fatto fuori il cagnolino”, e tanto è bastato a renderlo un cult prima sotterraneo, poi globale. Due anni fa è uscito il seguito non cult ma addirittura stracult, almeno da noi: tra i cattivi c’erano il fantomatico camorrista Santino interpretato da Riccardo Scamarcio e sua sorella Gianna cioè Claudia Gerini. Gli incassi su scala internazionale sono, incredibilmente, raddoppiati. Dieci anni dopo la morte di Swayze, Reeves è di nuovo una star. Esce nelle sale la prossima settimana, anticipato dalla favolosa intervista alla comprimaria di lusso Anjelica Huston su Vulture, John Wick 3 – Parabellum. Stesso impianto dei precedenti: vendetta animalista, calci e pugni coreografatissimi, il protagonista che ormai vanta la classe dei grandi lottatori di Hong Kong.

Keanu Reeves è di nuovo una star. È pure il volto dell’ultima campagna di Saint Laurent, rilanciato nei cancelletti su Instagram grazie al glam post-punk di Anthony Vaccarello e, in misura non minore, dagli scatti in bianco e nero ai suoi testimonial inattesi, pescati da altre epoche, altri ricordi. Prima erano venuti Courtney Love, Vincent Gallo, Betty Catroux, Marilyn Manson, Kim Gordon. La foto di Keanu, degno successore, ha fatto, come si usa dire, il giro del web: capelli lunghi e giacca di pelle, l’immortalato è stato salutato come un rinato, venerato come un risorto. Lo stesso effetto di Jon Snow che torna dal regno delle anime (oggi non è più spoiler, vero?): hanno ammazzato Keanu, Keanu è vivo.

L’action di vendetta, si sa, è il pensionamento di quelli che erano stati stelle, la Florida del cinema. L’antonomasia è Liam Neeson, diventato dopo Taken (da noi Io vi troverò, il primo capitolo è uscito nel 2008) il principe dei film di botte ormai ai limiti dell’autoparodia. Reeves è più giovane, ha cinquantaquattro anni molto ben portati, più che un ospizio di lusso (un pre-pensionamento, via) la saga di John Wick è valsa per lui come un’altra delle strade possibili. Ne ha prese dieci, cento, mille, tutte diverse, senza conformarsi mai a un’idea di divismo canonica, a un profilo d’attore preciso. Non è mai stato un interprete eccelso, ma ha marcato come pochi altri la storia cinematografica di fine Novecento. Basta una parola: Matrix. Non è mai sembrato il tipo che fa calcoli di carriera, ma si è mosso, forse per caso o per colpi di fortuna, tra cinema d’autore e blockbuster pop senza strategia e senza snobismo, dunque alla fine con una certa intelligenza. Belli e dannati di Gus Van Sant sta accanto a Speed, Piccolo Buddha di Bernardo Bertolucci a Johnny Mnemonic, e ancora prima Dracula di Bram Stoker di Coppola e Le relazioni pericolose di Frears insieme a titoli tremendi ma bellissimi come L’avvocato del diavolo e Il profumo del mosto selvatico, capisaldi generazional-kitsch che non smetteremmo mai di rivedere. Fino all’infilata di roba brutta (ma brutta davvero) a inizi Duemila che l’ha ucciso. Per un attimo soltanto.

Keanu l’inclassificabile, Keanu l’antidivo, Keanu il mai nominato a nessun premio importante, Keanu l’intellettuale a sorpresa, Keanu l’estraneo ai pettegolezzi, Keanu il precursore di tendenze suo malgrado. Del multietnicismo che oggi riempie i Buzzfeed del mondo, lui è stato bandiera inconsapevole, mix di sangue inglese, hawaiano, cinese, irlandese, portoghese (forse, dice Wikipedia, pure olandese, italiano, francese). Della fluidità sessuale, almeno per l’immagine che ha sempre scelto di portarsi appresso, non parliamone. Dell’essere un idolo delle folle a sua insaputa, pure. Di recente è girata la notizia del viaggio che s’è fatto su un bus con i passeggeri di un volo di linea costretto a un atterraggio d’emergenza: è stato preso come un gesto eroico, praticamente il soggetto di un immaginario Speed 3, tema la terza età. Da più tempo ancora circolano on line le sue foto nelle pizzerie e trattorie italiane, sono diventate un piccolo genere letterario: più di lui, la star sembra sempre il gestore del locale. Pochi giorni fa a Glasgow è andato in scena il KeanuCon, festival monografico per fanatici di ferro. Lui, nel frattempo, faceva come al solito l’uomo invisibile. All’idolatria collettiva, al revival Nineties, al ritorno di fiamma generale. Sarà troppo impegnato, chissà, nella pubblicazione di libri d’arte con la sua X Artists’ Books, casa editrice fondata «per lavorare con la creatività e i talenti della gente più diversa».

Forse ci ha sempre presi in giro tutti. Gli mancheranno la strategia, il metodo Stanislavskij, i grandi capolavori a parte un paio. Ma Keanu Reeves ha l’ironia. L’anno scorso è uscita una dimenticabile seppur tenera commedia dal titolo Destination Wedding. Plot: due sociopatici invitati al matrimonio di una coppia di amici comuni finiscono per innamorarsi. La protagonista femminile è Winona Ryder. A vederli insieme scoppia la testa, esplode la nostalgia. Secondo alcuni sarebbero addirittura marito e moglie per davvero. Le nozze ci sarebbero state, e con filmino di Coppola, nientemeno: ad officiarle, un prete vero sul set di Dracula. Keanu, durante la promozione di quella rom-com passata inosservata, non ha smentito le voci. Keanu ha continuato a giocare. Keanu l’ha fatto apposta. Ha sempre saputo come prenderci. In silenzio, senza far rumore. Forse per questo gli vogliamo tutti così bene.

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