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La resurrezione di Kanye West

Jesus is King, il nuovo album uscito il 25 ottobre, fa parte di un'opera d'arte totale che fa venir voglia di perdonare all'artista tutti i suoi peccati.

28 Ottobre 2019

Nel corso degli anni Kanye West ci ha abituato ai capolavori, alle promesse non mantenute e alle lunghe attese: sarà anche per questo che ogni suo album viene accolto come un miracolo. Jesus is King doveva uscire il 27 settembre, poi il 24 ottobre – come l’ufficio stampa-moglie Kim Kardashian aveva annunciato – ma così non è stato. Intanto Kanye West diventava un trend sui social e i meme si moltiplicavano. Nelle prime ore di venerdì 25 ottobre, l’annuncio su Twitter: «Non dormiremo fino a quando questo album non sarà pubblicato!». Qualche ora dopo, Jesus is King è apparso in tutta la sua gloria, disceso dall’alto come un raggio di luce a squarciare le tenebre. Un kit compatto di salvezza e redenzione (un po’ troppo compatto, forse: dura soltanto 27 minuti). Ma come succede spesso ultimamente, e soprattutto con Kanye, l’album è solo una piccolissima parte di un progetto più ampio e ambizioso, che si espande in molte direzioni, dalle interviste così lunghe e curate da assumere il valore di manifesti che accompagnano la sua evoluzione umana e artistica, alle emozionanti messe con il coro gospel, l’orchestra e le coreografie, a un film ambientato in una delle più sontuose opere d’arte contemporanee, alla linea di merchandising a tema cristologico (la più criticata, ovviamente).

Il 24 ottobre è comparsa su YouTube una super intervista di due ore con Zane Lowe, il tipo di interviste a cui West ci ha abituato. Se quella dell’anno scorso con Charlamagne era una lunga confessione in cui l’artista cercava di spiegare le varie stronzate dette, fatte o twittate nei mesi e negli anni precedenti (spesso peggiorando la situazione), facendo il punto sulla situazione artistica, musicale, culturale e politica americana e, ovviamente, su se stesso, la sua famiglia e la sua cerchia di amici (a modo suo, e cioè attraverso monologhi fluviali, a tratti quasi deliranti, che a volte contenevano piccole o grandi illuminazioni), questa si concentra di più sulla ritrovata fede, sul Sunday Service, la sua messa della domenica (ne avevamo già parlato quando l’aveva portata al Coachella) e sui suoi problemi di salute mentale (come affermava sulla copertina di Ye, Kanye West è bipolare). Anche questa volta l’ambientazione dell’intervista ha un ruolo speciale: se quella del 2018 iniziava in una location immacolata e terminava con una passeggiata sui terreni appena acquistati dall’artista, questa è ambientata nei pressi del Roden Crater, nel Deserto Dipinto nell’Arizona del Nord, protagonista assoluto di Jesus Is King: A Kanye West Film, il film IMAX di 35 minuti uscito nelle sale americane in concomitanza con l’album.

Il Roden Crater è un’opera d’arte monumentale a cui James Turrell, uno degli artisti più famosi del mondo, lavora dal 1977. La sua inaugurazione ufficiale è fissata per il 2024: West ha donato dieci milioni di dollari per contribuire alla realizzazione dell’opera. È in questo luogo incredibile, realizzato all’interno di un cratere vulcanico, percorso da tunnel e aperture mozzafiato sul cielo – «un osservatorio della luce, del tempo e dello spazio», così lo definisce l’artista – che si esibisce il coro del Sunday Service. Il fatto che a dicembre dovrebbe uscire un altro disco che raccoglie i brani reinterpretati nel corso delle messe domenicali suggerisce di ridimensionare ancora di più questo album, che non sembra aspirare al capolavoro autosufficiente come Life of Pablo o My Beautiful Dark Twisted Fantasy, ma assume un ruolo più umile e discreto, come piccola parte di un discorso o di un sistema, proprio com’è stato per Ye.

Il Guardian giudica Jesus is King frettoloso e “undercooked”, gli conferisce soltanto due stelline su cinque e suggerisce un simpatico paragone: è come se durante una messa, al momento del passaggio del cestino delle offerte, Kanye, colto di sorpresa, si fosse ridotto a buttare le monetine che si è trovato in tasca in quel momento. Ma la riflessione migliore a proposito del disco è forse quella di New York Times: non bisogna dimenticare che Kanye West ha sempre disseminato i suoi testi di riferimenti a Cristo, Dio e i vangeli. L’evoluzione artistica che in 15 anni l’ha portato dal ringraziare Dio per averlo salvato dalla morte nel famoso incidente in macchina in “Through The Wire” e al chiedere aiuto a Gesù in “Jesus Walks“, entrambi estratti dal meraviglioso album d’esordio The College Dropout, alla creazione di un coro gospel e un disco interamente dedicato a cantare le lodi di Cristo, è perfettamente coerente. I pattern comportamentali di Kanye, poi, sono in linea con la retorica cristiana, basata sul peccato e sul perdono. Prima le cazzate – interrompere Taylor Swift agli MTV Video Music Award del 2009, dire che la schiavitù è una scelta o sostenere Donald Trump (tutte azioni folli che aderiscono a teorie estremamente contorte ma soprattutto rivelato un disperato bisogno di attenzione) – poi il pentimento.

Kanye West canta “Jesus Walks” durante i Grammy Awards del 13 febbraio 2005 allo allo Staples Center di Los Angeles, in California (foto di Frank Micelotta/Getty Images)

In molti hanno accolto il disco con scetticismo, anche per via della goffaggine con cui l’artista esprime la sua ammirazione per il Signore e tutto ciò che lo riguarda. Alcuni versi di Jesus is King fanno ridere: sembrano canzoni dell’oratorio o poesie scritte da un bambino, coi loro paragoni tra le cose del Signore e le cose della vita quotidiana (dai fast food alle scarpe). Se l’artista ha sempre interpellato Gesù nei suoi testi, non l’ha mai fatto in modo così ossessivo, usando la formula della preghiera come unico filo conduttore di un album frammentato. Anche il merchandising suona un po’ strano, in questo contesto. Ma se pensiamo al concetto di opera d’arte totale, anche le felpe e le magliette acquistano senso: per un artista che ha sempre avuto un rapporto speciale e fruttuoso con la moda, è normale creare una linea di abbigliamento che completi e diffonda il concetto espresso nella musica, nei testi e durante le performance.

Nel 1849, nel suo saggio Arte e rivoluzione, Richard Wagner adotta il termine Gesamtkunstwerk (opera d’arte totale). Per lui il concetto incarna la sintesi perfetta di tutte le arti: un ideale di teatro in cui convergono musica, drammaturgia, coreutica, poesia, arti figurative. L’opera d’arte totale, che poi è quello a cui Wagner ha sempre aspirato, è in grado di riassumere l’espressione più profonda dell’anima di un popolo e, allo stesso tempo, proiettarsi in un ambito di universalità. Leggendo le varie biografie di Nietzsche, amico-nemico del grande compositore, non si può fare a meno di notare quanto Wagner fosse imprevedibile, irrequieto e presuntuoso. Molto probabilmente soffriva di un disturbo bipolare, lo si capisce dalla sua vita e dalle sue opere, alcune cupissime, altre festose. Kanye West è il nostro Wagner: non possiamo dire che Jesus is King sia un capolavoro come quelli a cui ci aveva abituato, ma possiamo considerarlo, insieme al film e alle messe, un’opera d’arte totale, almeno nelle ambizioni.

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