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Per catturare Maduro l’esercito americano avrebbe usato anche l’intelligenza artificiale Claude Lo ha svelato un'inchiesta del Wall Street Journal, che ha citato fonti anonime «vicine al Pentagono».
Yuko Yamaguchi, la donna che ha “disegnato” Hello Kitty negli ultimi 46 anni, ha lasciato il suo ruolo Ringraziandola per il suo lavoro, Sanrio ha dichiarato che Yamaguchi ha «passato il testimone alla prossima generazione».
I protagonisti della nuova campagna di Zegna sono Mads Mikkelsen ma soprattutto i Giardini d’inverno di Pietro Porcinai Né serra né veranda, ma ponte ideale tra i luoghi dell'abitare e il paesaggio. Furono realizzati negli anni '60 e da allora sono rimasti invariati.
Il capo di Instagram ha detto che passare 16 ore al giorno sui social non significa avere una dipendenza dai social Secondo Adam Mosseri, passare tutto questo tempo su Instagram costituisce, nel peggiore dei casi, un «uso problematico» della piattaforma.
Il giorno di San Valentino più di un milione di iraniani della diaspora sono scesi in piazza in tutto il mondo per protestare contro il regime Era dal 1979 che non si vedevano manifestazioni così partecipate di iraniani che vivono lontano dall'Iran.
Il prossimo film di Sean Baker sarà ambientato in Italia e avrà per protagonista Vera Gemma Il regista di Anora ha detto che sarà una «lettera d'amore alle commedie sexy italiane degli anni '60 e '70».
L’Irlanda è il primo Paese al mondo a introdurre il reddito di base per artisti Il BIA (Basic Income for Arts) consiste in un compenso di 325 euro alla settimana che arriverà a 2 mila artisti scelti a estrazione tra 8 mila richiedenti.
Sull’isola di Epstein c’era un Pokestop di Pokemon Go ma non si sa chi è stato a metterlo lì E probabilmente non lo sapremo mai, visto che lo sviluppatore del gioco Niantic nel frattempo lo ha rimosso.

K-pop

A un anno da "Gangnam Style", come se la passa la musica sudcoreana, quali sono le sue origini e cosa possiamo aspettarci dai nuovi esponenti del genere?

22 Luglio 2013

Se avete bisogno di un concentrato anni ’90 allora vi converrà guardare questa esibizione dei Seo Taiji & Boys del ’95. Dentro c’è tutto un decennio: i tre membri del gruppo in vestiti oversize, che alternano rap su basi techno e intermezzi industrial muovendosi come una boyband (inspiegabile l’assenza del sassofono di Mauro Repetto). È la perfetta sintesi del periodo storico-musicale in cui il trio è calato, e dentro cerca di collocare tutti i generi che lo caratterizza. Piccolo particolare: sono coreani.

I Seo Taiji sono considerati i precursori del K-Pop così per come lo conosciamo oggi: quel generone musicale nato in Corea del Sud che muta al variare delle influenze stilistiche occidentali e che ha vissuto fortune alterne dentro e fuori i confini nazionali, arrivando al massimo della sua vecchia espansione a coinvolgere il pubblico dei paesi limitrofi, prima di conoscere la ‘gloria’ imperitura di “Gangnam Style”. Non che non esistesse anche prima, una musica leggera coreana: i tre sono i primi a riprendere sfacciatamente lo stile da b-boy americano e fonderlo col pop intero, a portare quel mondo a Seul e a portare un po’ di Seul nel mondo prima di Internet.

In questo senso “Gangnam Style” ne è la più naturale evoluzione, nel parodiare neanche troppo ingenuo dei suoni dell’Ovest che orienta da allora la produzione K-Pop: a distanza di quasi 20 anni il fenomeno conosce nel 2012 la sua più deflagrante esplosione, quella che ha portato uno dei big della scena locale (PSY) a diventare il protagonista del video di YouTube più visto i tutti i tempi (più di un miliardo e 700mila visualizzazioni) con la hit più improbabile della storia del mainstream musicale (finora). Il fenomeno è quindi riuscito a varcare confini prima invalicabili e, a distanza di dodici mesi dal suo “anno zero”, in molti hanno cominciato a stendere i primi consuntivi sullo stato di salute del genere – quando non addirittura a farne benchmark di carattere economico o a essere indicato come personale guilty pleasure da Snoop Dogg in una Ama su Reddit.

A un anno da “Gangnam Style”, appunto, PSY ha portato a casa un altro mezzo miliardo di visualizzazioni col singolo “Gentlemen“, un brano techno-pop senza pretese con un video volutamente pieno di burle e blooper com’è nella natura (una delle tante) della navicella dell’Internet che lo ha spinto nel firmamento della musica pop mondiale, generando una sorta di corrente ascensionale che ha portato con sé, a traino, tutto il mercato locale (non a caso lo si trova spesso in video altrui, come a patrocinare la qualità del prodotto e a certificarne il successo). In questi ultimi mesi l’intero movimento K-Pop ha conosciuto un incremento delle visualizzazioni su YouTube di ben 7 miliardi, tre volte tanto il periodo pre-Gangnam. Il dato più notevole però è che la maggior parte di queste proviene ormai da fuori regione: in sostanza, l’Occidente ha scoperto il pop coreano e continua a cercarne nuovi esemplari. E l’Italia non è affatto immune al contagio.

Testimonianze di passione – quando non di vera e propria devozione – per il K-Pop risalgono almeno al 2010-2011, con tanto di gruppi che su Facebook promuovono iniziative «in onore di una causa» come il cosiddetto Progetto scuole «per allargare la conoscenza del K-Pop al resto d’Italia»: una task force dislocata fra licei e università impegnata nell’opera di persuasione e distribuzione di volantini che strillavano: “Attenzione: il K-Pop sta arrivando in Europa. Preparati all’invasione”. Stando a Wikipedia, i flash mob “Gangnam Style” di Roma e Milano sarebbero stati tra i cinque più partecipati al mondo (quanto se non più di quelli di Seul).

Ma chi sono i protagonisti di questa inattesa campagna di conquista? YouTube ha creato una playlist per aiutarci a capire cos’è e cosa sarà del K-Pop e del mondo dopo PSY. Gruppi e autori come Girls’ Generation, G-Dragon e Hyuna riescono a raggiungere e superare le 50 milioni di visualizzazioni: si tratta di video accomunati dall’appariscente presenza di gingilli dorati e ostentazione del lusso, il bling bling del rap americano e – comunque – l’onnipresente sensazione di guardare un video dalle atmosfere black girato in un negozio di giocattoli con ragazze bellissime (e tutte uguali) che si atteggiano da gangsta, parlano di gelati e portano il logo della Mercedes al collo.

Più che l’innocente imitazione delle pazze mode dell’Occidente sembra però di vedere in questi video la scientifica ricerca di un pattern della musica commerciale “oggi”, da riproporre per richiami in un video di pochi minuti che condensi lo zeitgeist del pop mondiale, esattamente come per i Seo Taiji & Boys di venti anni prima: c’è l’hip hop ma anche una specie di dubstep, la dance-pop alla Will.I.Am e la ballad costruita sugli schemi delle star adolescenziali in stile Disney, persino una versione coreana di M.I.A. – ossia la versione coreana di una tamil che riproduce modelli street occidentali contaminati da rievocazioni mediorientali (via alle contorsioni).

Se da un lato questi fotogrammi non nascondono un evidente sforzo di emulazione del resto della scena mondiale (o perlomeno di come essa giunge in Corea), allo stesso tempo le protagoniste dei video si muovono, ballano e vestono come nei più scontati e modesti sogni erotici dei ragazzi occidentali, con le collegiali dagli occhi a mandorla che guadano ingenue una nuvola di schiuma candida che – ops! – le sporcherà un pochino. Trovando così l’equilibrio giusto fra domanda interna, adeguamento al trend e rispetto dei grandi classici (il porno-soft orientale).

La tendenza alla riproduzione della cultura black, in particolare, giustifica pienamente l’uso del sostantivo “deriva”, a meno che i coreani non abbiano imparato a giocare a basket in strada a torso nudo stando molto attenti a non far finire il pallone sul cofano della Hummer placcata in oro (sospensori ovviamente saltellanti) parcheggiata dietro l’angolo – davanti alla quale le 2NE1 stanno chiaramente rappando su una versione downtempo di un qualsiasi brano di PSY. Ed è una deriva che si trova di recente altrove, in protagonisti come Miley Cyrus e l’improbabile twerking di “We Can’t Stop” (80 milioni di visualizzazioni), una raffigurazione esemplare di questa irrefrenabile e irritante tendenza.

Il meglio e il peggio degli stereotipi pop occidentali, reimpaginati e riproposti da stereotipi orientali in carne e bandana-del-ghetto per un pubblico navigato eppure curioso (in pratica: noi). Un’invasione che sembra quasi imminente e che ormai produce cloni, revisioni e prodotti assemblati  per un pubblico più vasto dei 50 milioni di coreani per i quali venivano pensati: ma quali sono i progetti di conquista di questi produttori della Corea del Sud, di queste prestigiosissime ragazze in tuta Adidas, cappellaccio con visiera e stemma personalizzato simile ai loghi dell’haute couture?

Soprattutto: cosa vogliono da noi? O meglio: e se alla fine, pensando a come il caso “Gangnam Style” è nato e a una platea in continua espansione, fossimo proprio noi a cercare loro? (altro che “Fine della Storia“).

Immagine: PSY canta “Gentleman” allo Stadio Olimpico di Roma, lo scorso aprile (Chung Sung-Jun / Getty Images)

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