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Joshua Cohen e l’inganno della vita online

Come internet ha cambiato il nostro rapporto col desiderio: un dialogo con l'autore della raccolta di racconti Quattro nuovi messaggi, arrivata da poco in libreria.

10 Novembre 2021

Lo scrittore Joshua Cohen, che vive e lavora a New York, indaga la percentuale di inganno che si nasconde dietro un account social, la spirale di specchi implicita nella sola presenza online, il desiderio come manifestazione capitalistica di ricerca di consenso. La perdita progressiva di certezze, condensata in schermi come portali per wonderland illusorie è un tema cardine della raccolta di racconti Quattro nuovi messaggi, pubblicata negli Stati Uniti per la prima volta nel 2012 e ora disponibile nelle librerie italiane dal 4 novembre (Codice Edizioni) con la traduzione di Claudia Durastanti. «È cambiato con il web il modo in cui percepiamo il desiderio, implica un costante bisogno di approvazione da parte di un pubblico che nemmeno conosciamo», spiega Cohen. Le storie, quella di un professore che trascina i suoi studenti in un assurdo progetto di rivalsa sulla città che l’ha esiliato o di un aspirante giornalista che si ritrova nel regno del sesso alla ricerca di una ragazza vista in un filmato porno e ancora di uno spacciatore schernito dal web, intercettano il senso di smarrimento insito nello scoprirsi vulnerabili online. Affacciati o meglio in balia di un regno che fino a un decennio prima non premeva sulla quotidianità né trasformava ogni identità in user.

Nominato dalla rivista americana Granta uno dei migliori romanzieri americani, i suoi saggi sono comparsi sul New York Times e la London Review of Books, con il monumentale Il libro dei numeri (più di 700 pagine, uscito nel 2015 negli Stati Uniti e pubblicato in Italia da Codice Edizioni), tra tecnologia, memoir, romanzo e riferimenti biblici, Cohen si è sempre interrogato sulle implicazioni insite in avatar, doppi e maschere. Quattro nuovi messaggi gettava già le basi per l’analisi filosofico-letteraria dei primi anni del web che avrebbe portato all’opera successiva. Un tempo in cui l’identità online e offline potevano, seppure a fatica, ancora essere considerate unità scisse, ma il senso di smarrimento legato alla rappresentazione di sé URL iniziava già a sovrapporsi alla scoperta dei detriti identitari digitali. Scrivere è riprodurre l’esperienza individuale o collettiva online? Tutt’altro. La letteratura «non può riprodurre il codice binario, anzi ne è l’antitesi», dice ancora Cohen. E il reale? «Nemmeno. Scrivere ha a che vedere con la capacità di convincere il lettore, almeno per il tempo di lettura, che il mondo raccontato abbia armonia e totalità». Quasi un paradosso se si pensa che l’ultimo romanzo The Netanyahus: An Account of a Minor and Ultimately Even Negligible Episode in the History of a Very Famous Family, uscito quest’anno in America e ancora inedito in Italia, è liberamente ispirato a una storia realmente accaduta.

Perché la parola “messaggi” nel titolo della raccolta di racconti?
È connessa al messaggio vocale ma anche all’idea di attesa e aspettativa che l’uso quotidiano della tecnologia presuppone. C’è un messaggio che, in ogni attimo, potenzialmente potrebbe rivoluzionare la tua vita. Dall’altro lato dello schermo, cosa (ci) aspettiamo? È qualcosa di relativamente nuovo nella storia della nostra umanità, come se, d’un tratto, una notifica arrivasse alle nostre tasche che custodiscono smartphone. L’attesa si rivela spesso vana. Si lega in qualche modo al concetto di utopia, penso alle utopie politiche del ventesimo secolo o all’utopia, nata in parallelo all’industrializzazione, secondo cui l’uomo avrebbe potuto vivere senza lavorare e cercare la bellezza in una perenne Arcadia. I messaggi assumono diverse forme, li attendiamo quasi fossero delle divinità greche.

E “nuovi”? È forse legato all’idea di obsoleto che ogni tecnologia sottende?
Sì, è la solita religione del nuovo. È come se ci fosse davanti a noi ogni volta qualcosa di mai visto prima che richiama e reclama la nostra attenzione. C’è un’analogia con l’idea di rivelazione ma ha anche un lato oscuro, la novità è legata alla paura di perdersi ogni update o news. Parallela al perenne bisogno di nuovo c’è sempre una nuova ansia.

A proposito di esperienze, ricordi la prima volta che ti sei connesso alla rete?
Non esattamente, ricordo che ho avvertito un senso di vaga aspettativa ma anche una crescente ansia. Mi sono sentito subito vulnerabile, in ogni momento siamo sottoposti all’archiviazione altrui (e al consumo pubblico) dei nostri passi, azioni e immagini. Agli albori di internet era qualcosa di completamente nuovo, ricordo di essermi sentito un po’ rattristato ma molto sollevato nel sapere che non ci fosse niente o quasi, allora, che mi riguardasse.

Quattro nuovi messaggi è uscito negli Stati Uniti una decina di anni fa, quanto racconta di te allora?
Ogni storia è connessa al tempo in cui viene scritta, questa raccolta è figlia di un tempo in cui internet e la vita offline erano due sfere separate, eravamo agli albori di un processo di integrazione tra i due mondi. È un libro sull’impatto che questo processo ha avuto sul nostro modo di pensare. Ora parlare della vita online e offline come due entità divise sarebbe ridicolo, dieci anni fa o più era comune. C’era qualcosa di personale e intimo nell’incontro che ciascuno aveva con questa nuova realtà, mi ha colpito in particolare questo aspetto, se si pensa alla storia come narrazione collettiva dalle masse è qualcosa di non comune. Per quanto mi riguarda mi ero trasferito dagli Stati Uniti all’Ucraina, la mia esperienza della rete avveniva in quei bizzarri templi allora chiamati internet café che ora non esistono più. Quando sono tornato negli Stati Uniti post-11 settembre ho trovato un mondo completamente diverso, la sorveglianza digitale iniziava a essere realtà e non c’era quasi nulla dell’universo pre-internet, per me è stato uno shock.

Ora quale aspetto della cultura online ti colpisce? C’è chi dice che la performance un tempo relegata all’arte sia qualcosa che quotidianamente sperimentiamo davanti a una fotocamera…
Mi piacerebbe dire che c’è una connessione con il mondo dell’arte ma non riesco. Piuttosto vedo una monetizzazione di ogni gesto umano, una propensione a mettersi in posa davanti allo schermo che implica uno scopo costante. Come procacciarsi nuovi amici? Come trasformare in guadagno ciò che facciamo? È un perenne tentativo di trasformare noi stessi in prodotto e vendersi alla collettività. C’è certamente un elemento performativo in tutto questo ma forse non ne è lo scopo ultimo, credo sia la paura di essere irrilevanti che muove tutto.

A questo proposito, Jia Tolentino rintracciava l’esperienza individuale nel magma della rete, «The I in the Internet»…
Credo che Tolentino sottolinei lo sguardo altrui e il peso che ha sentirlo addosso online. È interessante ma non mi riguarda granché perché nessuno può giudicarmi in modo più severo di quanto io giudichi me stesso. Lo sguardo che mi interessa e mi preoccupa non è altrui ma è governativo, la sorveglianza digitale che sperimentiamo in rete. È una delle grandi questioni aperte di oggi, certamente non l’unica. Un altro interessante interrogativo è se possediamo o no la rappresentazione di noi che circola online. La risposta purtroppo credo sia negativa, non la possediamo.

Tra finestre, portali d’accesso e detriti, cosa possiamo ricostruire attraverso la letteratura? Può la lingua riprodurre il codice binario?
Credo che le parole non seguano un codice binario, tutt’altro, ognuna condensa una miriade di significati al pari di frasi o combinazioni di più elementi. E c’è di più: tutto ciò non è stabile ma in continuo cambiamento. Se si osserva una parola, come in una ricerca archeologica, non solo si intravedono vari livelli, quelli che riguardano l’etimologia, la filologia e la materia per gli accademici, ma anche flussi di pensiero o percezioni legate all’uso. Io cerco di intercettare i significati tra le righe e accogliere quello che c’è in mezzo al codice binario. Una sorta di protesta al rigido codice numerico che il web sottende. Abbiamo vissuto un periodo di transizione tra la cultura della lingua a quella dei numeri o algoritmi. Credo che il significato misterioso segreto e casuale delle parole nell’era dei numeri sia una delle basi di quello che considero il mio stile. Scrivere per opporsi alla tendenza dilagante che riduce le parole a cifre.

I numeri sono perlopiù ritenuti affidabili, connessi a un’idea di verità. Credi che con le fake news e l’era della post-verità sia cambiato il modo in cui crediamo ai fatti?
Non so, sicuramente è cambiato il modo in cui quelli che chiamiamo fatti vengono analizzati, letti e presentati. Niente di nuovo. La storia dell’umanità è una lunghissima saga in cui molto spesso la verità è stata rinnegata per desiderio di guadagno o interesse, credo che internet abbia solo accelerato e amplificato questo processo…

Scrivendo giochi spesso con identità e specchi. Nel Libro dei numeri ben due personaggi hanno il tuo nome…
E nessuno dei due sono io! Era una parodia dell’auto-fiction contemporanea così in voga. La letteratura per me non deve essere uno splendido racconto in prima persona singolare. È un processo di infusione di alcuni elementi dell’autore in altri personaggi. Tutti condensiamo più identità. Fuori di noi ci sono altrettante identità, quelle a cui dovremmo conformarci secondo le aspettative sociali, altrui. Credo che nella letteratura contemporanea ci vorrebbe non più empatia – la parola empatia è legata a un concetto di buonismo e nostalgia – ma libertà. La libertà di immaginarci altrove, di proiettarci fuori nel mondo.

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