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08:24 venerdì 3 aprile 2026
Durante la sua visita di Stato in Giappone, Macron ha ricevuto in regalo un disegno di Porco rosso autografato da Hayao Miyazaki (e ha fatto anche la Kamehameha di Goku assieme a Sanae Takaichi) Miyazaki, oltre alla sua firma, sul disegno ha lasciato anche un breve ma chiaro messaggio: «Insieme difendiamo la pace».
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L’Iran sta usando le criptovalute per aggirare le sanzioni e continuare a finanziare le milizie in tutto il Medio Oriente La preferita dalle Guardie Rivoluzionarie, e dalla banca centrale dell’Iran, sembrerebbe essere Bitcoin perché meno volatile delle altre.
Nel 2025 per la prima volta su internet sono stati pubblicati più testi scritti dall’AI che dagli esseri umani Centomila bilioni di parole scritti dalle macchine: l'ennesima splendida notizia per gli esseri umani che hanno ancora la velleità di guadagnarsi da vivere con la scrittura.
Il mondo sta scoprendo Stefano Rapone grazie a un’intervista ai doppiatori di Super Mario Galaxy in cui quello che doppia Luigi gli dice che il suo Luigi preferito della storia è Luigi Mangione La puntata speciale di Tintoria con il cast del film è diventata viralissima, grazie alle domande di Rapone che hanno lasciato interdetto e divertito il cast.
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Un bambino di sette anni ha disegnato la mascotte che gli astronauti di Artemis II stanno portando con loro verso la Luna Si chiama Rise (la mascotte, non il bambino) ed è stata selezionata in un concorso a cui hanno partecipato 2600 bambini da 50 Paesi del mondo.

Joker e l’epica degli sfigati

Da Road Trip alla parabola del cattivo DC, si intravede in Todd Philipps un talento notevole per gli eccessi e i personaggi particolarmente repulsivi.

07 Ottobre 2019

L’ultimo Festival di Venezia è stato un incubo per i critici più conservatori: un personaggio dei fumetti, diretto da un regista di commedie adolescenziali e volgarotte, si è intrufolato in Concorso e ha portato a casa il Leone d’oro sghignazzando. Ma come è successo? La nostra Mostra del Cinema è a tal punto asservita all’Academy? Come si permette quel clown psicotico di calpestare ciò che resta della nostra dignità? Smetterà mai di ridere? E soprattutto, chi ha scelto il mediocre Todd Phillips per lavorare all’esemplare più inquietante dell’universo DC, il prodotto del rilancio dopo il fallimento della Justice League? Facciamo un piccolo passo indietro.

Guardare Road Trip in età adulta è ancora piuttosto divertente. Al di là dell’intreccio risibile, questo formidabile cult per liceali ha qualcosa in più dei coevi American Pie e simili. Si intravede in Phillips un notevole talento per gli eccessi, con personaggi particolarmente repulsivi che si avvicinano alla sessualità in maniera disgustosa, mangiano topi, sfiorano la zoofilia. Ridiamo, ma abbiamo anche voglia di vomitare, proprio come Josh e Rubin quando Kyle parla dei suoi virtuosismi con il burro di arachidi. Anche Una notte da leoni è una commedia anomala, e non solo per la tigre di Mike Tyson nel bagno, o per il signore asiatico che, comprensibilmente agitato, si risveglia nel bagagliaio della macchina dei protagonisti. Ridiamo, ma ci sentiamo parecchio a disagio sentendo le canzoncine da lupetto di Alan o le patetiche telefonate di Stu. Momenti di sfrenata comicità si alternano ad altri di infinita tristezza, con quel sostrato disturbante che iniziamo a riconoscere come marchio di fabbrica.

Che cosa accadrebbe, hanno pensato in casa Warner, se provassimo a isolare questi momenti e li riproponessimo in un contesto esclusivamente tragico? Magari nella storia di un personaggio che occupa il seminterrato della piramide sociale, un clown triste malmenato da colleghi, microcriminalità e pubblica amministrazione? E se questa negatività grottesca, già perfettamente rodata, avesse il volto allucinato di Joaquin Phoenix, il risultato non sarebbe forse eccellente? Rieccoci dunque a Gotham City, discarica a cielo aperto infestata da ratti e baby gang, a osservare la routine di Arthur Fleck: un misero appartamento condiviso con la madre, un lavoro occasionale come clown a chiamata, l’appuntamento fisso con i servizi sociali che monitorano la sua risatina nervosa. Da una parte la vita di Fleck è un’agonia per colpe non sue, dall’altra c’è terreno fertile per farne un pluriomicida indipendentemente dal milieu. Fatto sta che dopo un’aggressione in metropolitana Arthur diventerà Joker, e farà anche proselitismo.

Fatta eccezione per qualche incongruenza narrativa – la nascita del movimento clown sembra francamente frettolosa – il posticino di Joker tra i grandi della settima arte è legittimo. Le aspettative dello spettatore vengono sapientemente sollecitate in un costante gioco di specchi con il primo Batman di Tim Burton, cui si strizza l’occhio nella sequenza iniziale e a ridosso dei titoli di coda. Molto efficaci i subplot della vicina di casa e del sindaco Wayne, cognome che in questo microcosmo ha un certo peso specifico. Il tutto è accompagnato da un certo furore citazionista: I guerrieri della notteTaxi DriverRe per una notte, con De Niro che prende il posto di Jerry Lewis in un altro notevole cortocircuito col passato. Muoversi a ritroso per la storia del cinema è segnale di una forte autostima: nessuno è qui per caso, sembrano suggerirci dalla cabina di regia, tutto è sotto controllo nonostante un CV all’apparenza inadeguato.

Possiamo dire che il sodalizio tra la Warner e Phillips ha generato il miglior supereroistico dai tempi della Trilogia di Nolan, e curiosamente lo ha fatto senza bisogno di un supereroe. Un prodotto che sfiora soltanto un genere minore, lo trascende, lo nobilita, e accorcia come non mai le distanze tra critica e pubblico: il cinefilo più intransigente si avvicinerà volentieri alla saga di Batman, le grandi platee avranno di che inorridire davanti a un trattato sulla follia umana particolarmente truce. Quanto a Phoenix, era difficile ritagliarsi una nicchia nell’Olimpo ormai saturo di Jack Nicholson e del povero Heath Ledger, ma la prossima volta che penseremo al villain più squilibrato del mondo fumettistico avrà sicuramente le sue sembianze. Considerando il canale preferenziale tra il Lido e Los Angeles, la logica del risarcimento e la Giustizia Divina, dovrebbe essere davvero l’anno buono per una sacrosanta statuetta. Aspettiamo trepidanti.

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