Hype ↓
20:43 mercoledì 2 settembre 2026
Il nuovo report dell’Onu sulla crisi climatica dice sostanzialmente due cose: sta andando tutto molto male e andrà tutto sempre peggio Non solo non riusciremo a tenere l'aumento della temperatura sotto gli 1,5 gradi di media, ma entro la fine del secolo rischiamo che l'aumento tocchi i 3 gradi.
La nuova campagna di Valentino si chiama Interferenze ed è scattata in un ex centrale elettrica romana convertita in museo La campagna è stata scattata da Glen Luchford nella Centrale Montemartini di Roma, ex centrale elettrica convertita in museo nel 1997.
L’uomo condannato per l’omicidio di Tupac aveva scritto in un libro di essere il mandante dell’omicidio di Tupac, poi è stato accusato di essere il mandante dell’omicidio di Tupac e ha detto che in realtà si era inventato tutto per vendere più copie Il libro si intitola Compton Street Legend, autopubblicato, 215 pagine con filigrane a forma di foro di proiettile, e descrive Duane Keith Davis, detto Keffe D, come l'uomo che procurò la pistola che fu usata per uccidere Tupac.
Four Tet ha pubblicato su YouTube un set di 4 ore e mezza 58 tracce condensate in 4 ore e 24 minuti. Nel video ci sono inediti, remix, canzoni dal suo repertorio fantasma e numerose collaborazioni.
A Gaza non si possono più far volare gli aquiloni perché Israele li considera una minaccia terroristica Lo ha annunciato il Ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, secondo il quale «Un aquilone viene trattato come un drone, con o senza esplosivi».
Ci sono così tanti video dell’inondazione in Nepal generati con l’AI che il governo nepalese ha intimato alle piattaforme di rimuoverli tutti immediatamente E ha pure creato una task force di polizia esclusivamente dedicata alla caccia di questi contenuti e alla denuncia delle persone che li creano e diffondono.
Ib Kamara lascia Off White ed è l’ennesima brutta notizia per lo streetwear Sono previste però special capsule firmate da lui con dieci collaboratori esterni, tra cui il musicista Kid Cudi e lo stilista Raul Lopez.
Il governo serbo concederà a Ratko Mladic, il boia di Srebrenica, il funerale di Stato perché «era pur sempre un generale» «Il generale Mladic è un generale, e ci sono dei protocolli da seguire», questo si è limitato a dire il Ministro della Giustizia serbo, Nenad Vujic.

Diventare John David Washington

L'attore di Tenet è protagonista, insieme a Zendaya, di Malcolm & Marie, su Netflix dal 5 febbraio. E qui riflette sul mestiere di attore e su come si costruisce la carriera di un "figlio di".

02 Febbraio 2021

Prima di essere un attore, John David Washington – nato a Los Angeles, classe 1984 – è stato uno sportivo: ha giocato a football, è arrivato a livelli altissimi, e poi si è infortunato. La sua vita è cambiata quando un tendine ha ceduto. Ha sentito prima lo strappo e poi il dolore, e ha immediatamente capito: è finita. In quel momento, è diventato un attore. Come ha raccontato spesso, era il suo sogno più grande. Ma c’era suo padre, Denzel, e c’era sua madre, Pauletta. Il cinema è sempre stato importante, per lui. Ha fatto parte della sua quotidianità. A sette anni, ha recitato in Malcolm X di Spike Lee: un ruolo piccolo, di pochi minuti; è uno dei bambini che urlano «Io sono Malcolm X!». 

Quando ha cominciato a recitare seriamente, John David l’ha fatto in segreto. Senza dire niente ai suoi genitori o alla sua famiglia. Ha lavorato duramente, e ha lavorato a lungo. E negli ultimi anni, dopo BlacKkKlansman (2018) e Tenet (2020), sta raccogliendo i primi frutti del successo. In Malcolm & Marie di Sam Levinson, disponibile su Netflix dal 5 febbraio, cambia ancora una volta registro. «Adoro questo tipo di storie, e adoro soprattutto i film scritti bene, che riescono a unire i generi, che fanno funzionare le parole. Volevo lavorare con Sam da molto tempo, e sono un grandissimo fan di Zendaya. Avevo paura di non poter lavorare più, dopo la pandemia. Questo è un film universale, che parla a tutti. Discutere, litigare, amarsi, perdersi: sono cose che possono succedere a chiunque. Malcolm & Marie non parla solo di un regista di colore e del modo in cui la critica lo accoglie; parla anche di quello che c’è dietro le quinte, della vita privata, dei continui conflitti con cui bisogna confrontarsi». 

Quello di Levinson è un film piccolo, compatto, costretto nella dimensione di una casa – come in Parasite, l’architettura gioca un ruolo fondamentale; e i piani e le inquadrature si alternano alle pareti, ai corridoi, alle scale. In Malcolm & Marie una villa enorme – per la cronaca: la casa è una casa vera; si chiama Caterpillar House e si trova in California, a Carmel – diventa gigantesca, infinita, stupenda. Il bianco e nero della fotografia di Marcell Rév mette in risalto angoli e spazi; e mette in risalto i protagonisti. 

John David Washington e Zendaya in “Malcolm & Marie”. Foto di Dominic Miller/Netflix © 2021

«Le persone non vogliono sentirsi catalogate, confinate in un riquadro preciso; non vogliono essere solo una cosa», dice John David. E un po’, forse, parla di sé stesso. «Se amano il loro lavoro, sono anche il loro lavoro. Faccio questo mestiere proprio perché mi piace poter essere più cose, poter interpretare più ruoli: una spia internazionale, un narcisista, un regista. Un giorno, forse, lavorerò anche in un cartoon». Il ruolo di Malcolm è, confessa, «un ruolo estremamente difficile. Perché è pieno di parole, di dialoghi, di monologhi. Ma questo è anche uno dei suoi punti di forza. Molte delle cose che ho dovuto dire sono cose vere, cose che conosco. In un certo senso, è stato più facile memorizzarle perché ci credevo». Streaming e cinema possono convivere, continua. «E c’è sicuramente una soluzione per questa rivalità. Facciamo tutti la stessa cosa: raccontiamo storie. Ed è importante, il nostro lavoro». 

Quando affronta il suo passato, John David non si nasconde. «Ci sono alcune cose che ho fatto quando giocavo a football di cui non sono particolarmente fiero. Ci penso spesso. Sono ricordi dolorosi. Ma allo stesso tempo sono grato di aver vissuto quelle esperienze: mi hanno reso l’uomo che sono oggi. Come attore, provo a partecipare ai progetti migliori. Forse, tra dieci anni, ci sarà un film di cui non sarò particolarmente felice. Ora come ora, però, sono soddisfatto». 

A un certo punto, nel film, Malcolm dice: “Nessuno di noi è orgoglioso di quello che ha fatto all’inizio della sua carriera”. «Ed è estremamente vero», commenta John David. «Secondo me, intende dire che non possiamo disperarci per quello che siamo e per quello che siamo stati; dobbiamo andare oltre, dobbiamo andare avanti. Chi lavora in questa industria è estremamente privilegiato. Perché è un privilegio poter interpretare un ruolo, dirigere un film, e raccontare una storia. Se ami qualcosa, devi fare di tutto per preservarla; e mentre ci provi, devi fare di tutto anche per preservare te stesso, quello che sei». 

Alla fine, il film di Levinson pone una domanda piuttosto chiara, e cioè: “Che cosa siamo disposti a fare per amore?”. «Non abbiamo bisogno di certe cose, di certi rapporti, di certi problemi; ma li vogliamo, e visto che li vogliamo dobbiamo essere pronti a tutto: dobbiamo essere consapevoli». E consapevoli, soprattutto, di chi siamo. «Anche quando giocavo a football, la stampa parlava di me come del figlio di Denzel Washington. E ogni cosa che facevo – ogni metro che guadagnavo, ogni punto che segnavo – era merito suo, in qualche modo. Sarò sempre suo figlio. Lo so, l’ho capito: e va bene così. Quando ero più giovane, volevo dimostrare il mio valore. Non solo ai giornalisti o all’industria, ma a tutti. Ora sono libero. Perché faccio quello che amo e sono quello che voglio essere».

In Malcolm & Marie si parla anche di critica e, in particolare, di critica cinematografica. «Una cosa non è buona solo se è politica, se analizza il sistema e la sua crisi; non è buona solo se ha un messaggio profondo. Una cosa può essere buona anche se racconta la vita di ogni giorno, se si affida ai suoi attori, se funziona. Come dice Malcolm, parliamo di autenticità perché non sappiamo più riconoscere il valore delle cose». Resta un’unica certezza: «Puoi fare bene il tuo lavoro, essere un genio nel tuo campo, senza doverti comportare come uno stronzo».

Articoli Suggeriti
Per Alberto Barbera il cinema non morirà mai, a patto che sia pronto a rivoluzionarsi sempre

Abbiamo incontrato il direttore artistico della Mostra del Cinema di Venezia, prontissimo per l'apertura dell'83esima edizione. Ci ha parlato di film hollywoodiani, film "al margine", del suo primo, surreale viaggio in Kazakistan e dell'attesissimo ritorno veneziano di Nanni Moretti.

Hayao Miyazaki ha scritto un’autobiografia per farsi le critiche che nessuno osa più fargli

Punto di partenza 1979-1996 è una delle più strane autobiografie che vi capiterà di leggere, un ritratto di un uomo contraddittorio, prono alla rabbia e alla tristezza, appassionatissimo di cinema e, soprattutto, radicale.