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Tre sex worker si sono stufate delle piattaforme che le sfruttano e censurano, così hanno deciso di fondarsi una piattaforma tutta loro, «la più pro-sex worker del mondo» È nata per accorciare la strada tra i social e i contenuti per adulti, e la gestiscono tre sex worker. Vieta l’AI, commissioni più basse di OnlyFans e promette alle creator una cosa rara in questo lavoro: una comunità.
Il rimedio contro la desertificazione potrebbe venire da una sperduta isola dell’Atlantico che da deserto si è trasformata in giungla Dal 1847, su un’isola vulcanica di Ascension, gli alberi dei Kew Gardens hanno creato una foresta che si mantiene da sola. Gli scienziati la studiano per capire come fermare l’avanzata dei deserti, ma il modello ha dei limiti.
Il paradiso esiste e si chiama Gifcities, il museo che raccoglie tutte le gif apparse sull’internet dei bei vecchi tempi Più di quattro milioni di GIF animate recuperate dalle pagine di GeoCities, grazie all'ennesimo sforzo di conservazione del benemerito Internet Archive.
Le proteste in Francia continuano e adesso agli studenti si sono aggiunti lavoratori di praticamente tutti i settori Lavoratori degli ospedali, degli aeroporti, delle poste, delle scuole, delle ferrovie e molti molti altri: questo fine settimana sono attesi in piazza centinaia di migliaia di persone.
Le banche stanno iniziando a rinegoziare i mutui concessi alle persone che vivono nelle zone più a rischio a causa del Super El Niño Con il super El Niño che si sta formando nel Pacifico, i grandi istituti di credito stanno rivedendo i prestiti esposti a siccità e alluvioni, soprattutto in agricoltura.
Se come noi siete ancora in lutto per la morte di Juan Atkins, il padre della techno, sappiate che su YouTube è stato appena pubblicato uno dei suoi ultimi set in versione integrale L'uomo che a Detroit inventò un suono che non esisteva è morto a 64 anni. Una delle sue ultime esibizioni è stata quella al Dekmantel di Amsterdam, nella scorsa estate. Ora la si può vedere tutta, ancora e ancora.
Nonostante non ci siano stati né incidenti né scontri, la polizia ha comunque sgomberato l’accampamento del movimento per la casa a Puerta del Sol a Madrid Quattrocento agenti hanno allontanato 334 persone dall’accampamento nato dopo lo sfratto e la morte di Maricarmen Abascal. La protesta contro la crisi abitativa, però, continua.
La Casa Museo di Rembrandt offre agli amanti di Rembrandt un tatuaggio di Rembrandt alla modica cifra di 400 euro Il museo dice che non è affatto una trovata pubblicitaria, perché le stampe e i tatuaggi servono alla stessa cosa: far conoscere l'arte di Rembrandt.

Diventare John David Washington

L'attore di Tenet è protagonista, insieme a Zendaya, di Malcolm & Marie, su Netflix dal 5 febbraio. E qui riflette sul mestiere di attore e su come si costruisce la carriera di un "figlio di".

02 Febbraio 2021

Prima di essere un attore, John David Washington – nato a Los Angeles, classe 1984 – è stato uno sportivo: ha giocato a football, è arrivato a livelli altissimi, e poi si è infortunato. La sua vita è cambiata quando un tendine ha ceduto. Ha sentito prima lo strappo e poi il dolore, e ha immediatamente capito: è finita. In quel momento, è diventato un attore. Come ha raccontato spesso, era il suo sogno più grande. Ma c’era suo padre, Denzel, e c’era sua madre, Pauletta. Il cinema è sempre stato importante, per lui. Ha fatto parte della sua quotidianità. A sette anni, ha recitato in Malcolm X di Spike Lee: un ruolo piccolo, di pochi minuti; è uno dei bambini che urlano «Io sono Malcolm X!». 

Quando ha cominciato a recitare seriamente, John David l’ha fatto in segreto. Senza dire niente ai suoi genitori o alla sua famiglia. Ha lavorato duramente, e ha lavorato a lungo. E negli ultimi anni, dopo BlacKkKlansman (2018) e Tenet (2020), sta raccogliendo i primi frutti del successo. In Malcolm & Marie di Sam Levinson, disponibile su Netflix dal 5 febbraio, cambia ancora una volta registro. «Adoro questo tipo di storie, e adoro soprattutto i film scritti bene, che riescono a unire i generi, che fanno funzionare le parole. Volevo lavorare con Sam da molto tempo, e sono un grandissimo fan di Zendaya. Avevo paura di non poter lavorare più, dopo la pandemia. Questo è un film universale, che parla a tutti. Discutere, litigare, amarsi, perdersi: sono cose che possono succedere a chiunque. Malcolm & Marie non parla solo di un regista di colore e del modo in cui la critica lo accoglie; parla anche di quello che c’è dietro le quinte, della vita privata, dei continui conflitti con cui bisogna confrontarsi». 

Quello di Levinson è un film piccolo, compatto, costretto nella dimensione di una casa – come in Parasite, l’architettura gioca un ruolo fondamentale; e i piani e le inquadrature si alternano alle pareti, ai corridoi, alle scale. In Malcolm & Marie una villa enorme – per la cronaca: la casa è una casa vera; si chiama Caterpillar House e si trova in California, a Carmel – diventa gigantesca, infinita, stupenda. Il bianco e nero della fotografia di Marcell Rév mette in risalto angoli e spazi; e mette in risalto i protagonisti. 

John David Washington e Zendaya in “Malcolm & Marie”. Foto di Dominic Miller/Netflix © 2021

«Le persone non vogliono sentirsi catalogate, confinate in un riquadro preciso; non vogliono essere solo una cosa», dice John David. E un po’, forse, parla di sé stesso. «Se amano il loro lavoro, sono anche il loro lavoro. Faccio questo mestiere proprio perché mi piace poter essere più cose, poter interpretare più ruoli: una spia internazionale, un narcisista, un regista. Un giorno, forse, lavorerò anche in un cartoon». Il ruolo di Malcolm è, confessa, «un ruolo estremamente difficile. Perché è pieno di parole, di dialoghi, di monologhi. Ma questo è anche uno dei suoi punti di forza. Molte delle cose che ho dovuto dire sono cose vere, cose che conosco. In un certo senso, è stato più facile memorizzarle perché ci credevo». Streaming e cinema possono convivere, continua. «E c’è sicuramente una soluzione per questa rivalità. Facciamo tutti la stessa cosa: raccontiamo storie. Ed è importante, il nostro lavoro». 

Quando affronta il suo passato, John David non si nasconde. «Ci sono alcune cose che ho fatto quando giocavo a football di cui non sono particolarmente fiero. Ci penso spesso. Sono ricordi dolorosi. Ma allo stesso tempo sono grato di aver vissuto quelle esperienze: mi hanno reso l’uomo che sono oggi. Come attore, provo a partecipare ai progetti migliori. Forse, tra dieci anni, ci sarà un film di cui non sarò particolarmente felice. Ora come ora, però, sono soddisfatto». 

A un certo punto, nel film, Malcolm dice: “Nessuno di noi è orgoglioso di quello che ha fatto all’inizio della sua carriera”. «Ed è estremamente vero», commenta John David. «Secondo me, intende dire che non possiamo disperarci per quello che siamo e per quello che siamo stati; dobbiamo andare oltre, dobbiamo andare avanti. Chi lavora in questa industria è estremamente privilegiato. Perché è un privilegio poter interpretare un ruolo, dirigere un film, e raccontare una storia. Se ami qualcosa, devi fare di tutto per preservarla; e mentre ci provi, devi fare di tutto anche per preservare te stesso, quello che sei». 

Alla fine, il film di Levinson pone una domanda piuttosto chiara, e cioè: “Che cosa siamo disposti a fare per amore?”. «Non abbiamo bisogno di certe cose, di certi rapporti, di certi problemi; ma li vogliamo, e visto che li vogliamo dobbiamo essere pronti a tutto: dobbiamo essere consapevoli». E consapevoli, soprattutto, di chi siamo. «Anche quando giocavo a football, la stampa parlava di me come del figlio di Denzel Washington. E ogni cosa che facevo – ogni metro che guadagnavo, ogni punto che segnavo – era merito suo, in qualche modo. Sarò sempre suo figlio. Lo so, l’ho capito: e va bene così. Quando ero più giovane, volevo dimostrare il mio valore. Non solo ai giornalisti o all’industria, ma a tutti. Ora sono libero. Perché faccio quello che amo e sono quello che voglio essere».

In Malcolm & Marie si parla anche di critica e, in particolare, di critica cinematografica. «Una cosa non è buona solo se è politica, se analizza il sistema e la sua crisi; non è buona solo se ha un messaggio profondo. Una cosa può essere buona anche se racconta la vita di ogni giorno, se si affida ai suoi attori, se funziona. Come dice Malcolm, parliamo di autenticità perché non sappiamo più riconoscere il valore delle cose». Resta un’unica certezza: «Puoi fare bene il tuo lavoro, essere un genio nel tuo campo, senza doverti comportare come uno stronzo».

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