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Curry Barker, il regista di Obsession, ha fatto uscire a sorpresa un nuovo film e l’ha pubblicato gratuitamente sul suo canale YouTube Si intitola Mama Bear, dura sette minuti e, dopo averlo visto, tutti dicono la stessa cosa: non ci si capisce niente.
Quando si è trattato di scappare dalla giustizia, Flavio Bolsonaro si è improvvisamente ricordato delle sue origini venete e soprattutto del passaporto italiano concessogli dal governo Meloni Ha lasciato il Paese passando per Argentina ed Ecuador ed è atterrato a Miami. Nella lista passeggeri risulta cittadino italiano: un riconoscimento ottenuto nel 2023 in tempi piuttosto veloci.
È stato presentato il primo report sulle librerie italiane, in cui si scopre che nell’83 per cento dei Comuni italiani non c’è nemmeno una libreria Il settore vale 1,8 miliardi, conta 4.451 punti vendita ma otto Comuni su dieci non ne hanno neanche uno. I librai chiedono, per l'ennesima volta, una politica nazionale.
Gli studenti serbi hanno festeggiato la vittoria alle elezioni con un gigantesco rave di 24 ore nella piazza simbolo delle proteste La festa in piazza Slavija è durata quasi 24 ore, con decine di migliaia di persone che cantavano «Freed from Regime».
Dopo 100 anni è stata ritrovata la “Bibbia” perduta in cui F.W. Murnau mise tutte le foto e i disegni dal set che raccontano le leggendarie (e misteriosissime) riprese del suo Faust MUBI Editions e la Cinémathèque française pubblicano il diario di scena che per anni si credeva fosse andato perduto, e che oggi mostra come il più riservato dei registi del cinema muto costruiva le sue immagini.
Nel Mediterraneo ci sono così tanti yacht che i miliardari non trovano più posti in cui parcheggiarli Nel mondo ci sono circa 210 mila yacht più lunghi di 12 metri e 160 mila posti barca per ormeggiarli. Per i proprietari è diventata una gara, per i fondi d'investimento uno degli affari più promettenti del momento.
I Calibro 35 hanno fatto un album interamente ispirato ai romanzi di James Ellroy e alla Los Angeles dei noir Nato come colonna sonora del documentario di Francesco Zippel premiato con il Nastro d’Argento, Ellroy vs L.A. è il nuovo disco dei Calibro 35: 12 brani di funk noir ispirati al maestro del crime americano.
In Cina la bolla dell’AI è già scoppiata, anticipando quello che potrebbe succedere anche negli Stati Uniti e in Europa In quattro mesi i titoli cinesi dell'intelligenza artificiale e dei chip hanno perso 480 miliardi di dollari. La bolla è già scoppiata, e quello che succede a Pechino potrebbe anticipare quello che succederà in Occidente.

Joan Didion o del romanticismo

Mentre in Italia esce The White Album, alcuni critici si chiedono per quale motivo la scrittrice sia diventata una celebrità letteraria.

03 Settembre 2015

Su un vecchio numero della London Review of Books del 1980, Martin Amis definiva Joan Didion «la cantrice della grande vuotezza californiana» in un articolo non esattamente tenero nei confronti della scrittrice-giornalista americana. L’affilata analisi di Amis metteva in risalto come il suo fosse il particolare caso di un’emotività assoggettata a uno stile piuttosto che il contrario. Una radicale ideologia estetica che, secondo Amis, raggiungeva risultati molto più felici nei  testi non fiction (reportage, ritratti, frammenti autobiografici) rispetto ai romanzi.

Dal 1980 di acqua sotto i ponti ne è passata parecchia. Ci sono stati altri libri di fiction e nonfiction (Democracy, recentemente ripubblicato in Italia da e/o, per esempio o Miami, lo splendido romanzo-reportage politico dalla città della Florida), e soprattutto c’è stato L’anno del pensiero magico, il memoir sulla morte della marito e la malattia della figlia che le ha fatto vincere il National Book Award, le ha fatto vendere copie come mai prima e quindi l’ha resa nota al cosiddetto grande pubblico mondiale, anche grazie a un fortunato monologo teatrale, recitato da Vanessa Redgrave.

Anche io in effetti ho conosciuto Didion attraverso quel libro e l’ho conosciuta e l’ho amata dunque qualche anno prima che in Italia aver letto un suo libro diventasse uno status per il lettore à la page (lo dico senza alcun moralismo, non ci trovo nulla di male). Per varie ragioni non era ancora possibile cogliere nel 2006 in Italia – Verso Betlemme, la prima raccolta di scritti sarebbe uscita dal Saggiatore nel 2008 – le potenzialità di questa riscoperta, che comunque, almeno da noi, resta un fenomeno di nicchia. Ma la riscoperta di Joan Didion – o almeno la sua inclusione tra gli autori letterari del pantheon – è un fenomeno non solo italiano perché anche negli Stati Uniti, dove non è mai stata dimenticata, negli ultimi anni sembra avere assunto un ruolo decisamente più centrale sia sul piano letterario che su quello iconografico.

Proprio in questi giorni, dopo che e/o nell’ultimo paio d’anni ha ripubblicato due suoi romanzi fuori catalogo, Il Saggiatore porta in libreria The White Album, cioè la seconda raccolta di scritti, seguito in ordine cronologico di Verso Betlemme, mentre quest’estate, in occasione, dell’uscita di una sua biografia (The Last Love Song di Tracy Daugherty), negli Stati Uniti e in Inghilterra sono usciti parecchi articoli di analisi del fenomeno Didion. Per esempio uno su New Republic intitolato “Come Joan Didion diventò la celebrità letteraria definitiva”; un altro sul Guardian più o meno dello stesso tenore: “Da peso massimo della letteratura a marchio del lifestyle” (in cui ci si lamenta che sia una scrittrice più citata che letta); oppure sulla Los Angeles Review of Books, dove si può leggere un pezzo intitolato “Saint Joan”, che critica lo stile mitologizzante che la scrittrice ha utilizzato per raccontare i suoi luoghi e la sua epoca.

C’è da dire che in mezzo è passata anche una campagna pubblicitaria di Céline sintetizzata in un’immagine al limite del grottesco in cui la scrittrice ormai anziana indossa dei vistosi occhiali da sole – su Gawker: “Oddio, cos’hanno fatto adesso a Joan Didion?” – e la vendita all’asta di un suo giubbotto di pelle. Tanto che sul Guardian, nell’articolo citato, è stata definita protagonista di una lifestylification della letteratura. La mitizzazione ha prodotto, come spesso succede, una serie di reazioni di resistenza a quella che i critici vedono come una forma di corruzione dell’ideale di purezza della letteratura. Ma al di là dei giudizi morali, la cosa che personalmente trovo più interessante chiedersi è perché oggi, proprio oggi che ha praticamente smesso di scrivere, Joan Didion sia diventata una figura  letteraria così rilevante. Perché insomma, nonostante leggiamo cose da lei scritte venti, trenta, o quarant’anni fa, sembri cosi adatta a quest’epoca.

Al di là della sua aura glamour – le amicizie hollywoodiane, le fotografie in bianco e nero, l’essere stata una testimone della storia americana – ci sono alcune possibili risposte che si possono trovare nei suoi scritti. E una è legata al ruolo che  ha interpretato come scrittrice. Non ideologica e totalmente coinvolta come essere umano nei fatti, si potrebbe dire che sia una specie di anti-Susan Sontag, per prendere un’altra scrittrice che ha avuto forza come icona oltre che per il valore dei suoi testi, ma i cui libri oggi fanno fatica a stare nel nostro tempo. Lo scrittore non è una persona qualunque, ma ha un ruolo di guida, secondo i canoni della tradizione novecentesca. Per Joan Didion, invece, il fatto di raccontare le cose che vede non la trasforma in una persona al di sopra delle cose. Leggendo l’edizione italiana di The White Album s’incontrano spesso dimostrazioni di come la sua idea di raccontare la realtà sia di farlo evitando di considerarsi esterna alla realtà stessa (il ruolo dell’intellettuale che indica la strada o che distingue tra il giusto e lo sbagliato). Si possono scegliere come esempio i bersagli che prende di mira: nel ritratto di Doris Lessing, che è una vera spiegazione della sua poetica al contrario: «Una donna di tendenze decisamente utopistiche e chiaramente teologiche assalita di continuo da una nuova prova che il mondo non sta esattamente migliorando come promesso. E poiché tale è la caratteristica della sua mente, è costretta, di fronte a questa evidenza, a cercare ancora più freneticamente la causa finale, la risposta priva di ambiguità»; oppure nel suo paesaggio del movimento femminista in America: «Sarebbe stato inutile anche chiedersi se queste donne avevano ragione o torto, insensato soffermarsi sull’evidenza, sull’imbarbarimento dell’immaginazione morale a cui questo genere di idealismo sociale tanto spesso porta».

Mi viene da pensare che la riscoperta con mitizzazione della Didion sia anche una reazione contraria a una tendenza ugualmente mitizzata del romanzo americano anni Novanta e primi anni Zero, Franzen e David Foster Wallace su tutti. Cioè il romanzo come risposta ai problemi sociali e politici di una comunità che, seppure continuerà a essere scritto, non sembra più rispecchiare lo spirito del tempo. L’altro aspetto che fa sembrare Joan Didion una giovane scrittrice di oggi è quello che spesso viene citato come elemento controverso dai suoi critici (Amis compreso) e cioè quella forma così peculiare di auto-epica che caratterizza alcuni degli scritti meno giornalistici raccolti in White Album (così come in Verso Betlemme): 1) Il magnifico “The White Album”, primo pezzo della raccolta, in cui la scrittrice fonde la sua vita con i fatti di cronaca che l’attraversano e che è veramente un modello di scrittura autobiografica e di letteratura di realtà che chiunque dovrebbe studiare; 2) e soprattutto “In tournee” che racconta di un periodo di continui spostamenti, di voli, aeroporti e alberghi – sorta di trattato sullo spaesamento nell’Occidente ricco – affrontato dalla scrittrice con la figlia undicenne e che sembra il campione, la cellula originaria, da cui sarebbe scaturita tutta l’atmosfera tipicamente astratta e decadente di romanzi come Diglielo da parte mia e Democracy: «Il tempo era denaro. Il movimento era progresso. Le decisioni erano rapide e l’assistenza altrui era costante. Il servizio in camera, per esempio, assunse un’importanza capitale. Avevamo bisogno, io e la mia undicenne, di istantanee quanto scoordinate infusioni di consommé, pappa d’avena, insalata di granchio e asparagi in vinaigrette. Avevamo bisogno di Perrier e tè da bere quando lavoravamo. Avevamo bisogno di bourbon con ghiaccio e Shirley Temple da bere quando non lavoravamo».

Il modo in cui Joan Didion rappresenta se stessa, costruendo un io romanzato, esteticamente coerente e anzi persino forzato nella sua perfezione stilistica sembra frutto di una impossibile consapevolezza di come noi tutti oggi ci autorappresentiamo in qualsiasi mezzo. Una postura che è allo stesso tempo pre e post-novecentesca. Un autoritratto con i colori di un filtro Instagram sullo sfondo di quella che Amis chiama emptiness. Qualcosa che ci riguarda. E che, pescando  una frase da White Album, mi viene da definire un ritorno al romanticismo: «Sono approdata alla vita equipaggiata con un’etica essenzialmente romantica». Una frase che potrebbe essere uscita dalla bocca mia o di un mio coetaneo.

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