Attualità | Rassegna

La guerra di Trump contro Bezos

Il caso del Ceo di Amazon ricattato dal National Enquirer è solo l'ultimo capitolo dello scontro tra i due uomini più potenti d'America.

Il fondatore e Ceo di Amazon Jeff Bezos durante l'inaugurazione di 'The Spheres', nuovo urban campus della multinazionale di Seattle, nel gennaio 2018 / AFP PHOTO / JASON REDMOND (Photo credit should read JASON REDMOND/AFP/Getty Images)

Dopo lo scandalo sorto intorno all’inchiesta del quotidiano National Enquirer sulla relazione tra Jeff Bezos e una giornalista televisiva, che a sua volta aveva anticipato il divorzio del Ceo di Amazon dalla moglie MacKenzie, diversi media internazionali sono tornati a occuparsi della rivalità, più o meno esplicita nel corso del tempo, tra il tycoon e Donald Trump, spesso molto critico nei confronti delle attività della multinazionale web e, ancora di più, in quelli del Washington Post, di proprietà dello stesso Bezos, come dimostrano alcuni degli articoli selezionati per la nostra rassegna settimanale. L’intricata rete di collegamenti tra lo scoop del tabloid conservatore e figure di spicco legate (anche) al presidente degli Stati Uniti rappresenta, dunque, l’ultimo capitolo di una contrapposizione sempre più decisa tra Donald Trump e Jeff Bezos.

Why Does Trump Keep Attacking Amazon?The Atlantic
Prendendo spunto da un tweet del presidente statunitense nel marzo 2018, l’Atlantic spiega perché gli attacchi di Donald Trump al gigante dell’e-commerce siano fondati soprattutto su ragioni personali: le accuse di «sfruttamento del servizio postale» sono infondate, mentre altre critiche (quali le condizioni di lavoro nei magazzini della multinazionale, il ruolo monopolistico nel commercio, le conseguenze per i negozi più piccoli) hanno basi più concrete e sono spesso condivise dai Democratici. Tuttavia, le dichiarazioni dell’inquilino della Casa Bianca si inseriscono nel quadro dell’attacco ai media come il Washington Post, di cui Bezos è proprietario, bollato come «Amazon Washington Post» o «Fake News Washington Post»: il presidente, insomma, «potrebbe usare il governo federale per punire i suoi avversari politici».

Donald Trump’s Bad-Faith Attacks on AmazonThe New Yorker
Nonostante le grandi imprese abbiano finora beneficiato delle politiche del governo a guida Donald Trump (dalla nomina “anticonsumatori” di Mick Mulvaney all’Ufficio per la Gestione e il Bilancio ai minori obblighi sulle emissioni inquinanti per le case automobilistiche), il presidente americano ad aprile dell’anno scorso si è scagliato contro Amazon, dichiarando che «dovrebbe pagare molti più miliardi di dollari in tasse» e rendere conto dei «tanti negozianti che falliscono nel Paese». Secondo Sheelah Kolhatkar, l’offensiva anti-Amazon di Trump è in malafede, direttamente collegata al fastidio per la linea tenuta dal Washington Post nei suoi confronti. Il presidente Usa avrebbe inoltre diverse alternative per ostacolare l’attività della multinazionale, dalle cause antitrust («per limitare alcuni settori in cui è presente o bloccare eventuali tentativi di fusione societaria») al «pagamento di maggiori imposte sulle transazioni online», fino alle «ripercussioni sul rinnovo del contratto della società di Seattle con il servizio postale nazionale».

Jeff Bezos: Trump should welcome media scrutinyCnn
Ospite di un evento all’Economic Club di Washington il 13 settembre 2018, Jeff Bezos ha fatto una (parziale) eccezione alla scelta di restare fuori dal dibattito politico americano, rispondendo ad alcune domande su Amazon, il quotidiano locale, il rapporto tra potere e stampa: pur specificando di «non sentire il bisogno di difendere Amazon», il tycoon originario del New Mexico ha dichiarato che «è un errore per qualsiasi funzionario eletto attaccare media e giornalisti», aggiungendo poi come «il presidente Trump dovrebbe dire “è giusto, sono contento di essere esaminato [dai giornali, nda]”». Ricevendo gli applausi della platea, ha infine aggiunto: «Demonizzare i media e chiamarli “nemici del popolo” è pericoloso. Viviamo in un mondo dove non sono solo le leggi dello Stato, ma anche le norme sociali a proteggerci, e ogni volta che le attacchi erodi un po’ dai bordi il mondo in cui viviamo».

Silicon Valley Is Growing a ConscienceSlate
Nel giugno 2018, April Glaser ha spiegato come Amazon, Google, Microsoft e altri “big” della Silicon Valley stiano contrastando i temi cardine delle politiche di Donald Trump, specialmente in materia di sicurezza e immigrazione. Numerosi dipendenti delle multinazionali in questione premono infatti sui propri dirigenti per «smettere di fornire servizi tecnologici alle agenzie governative che si occupano di difesa militare, controllo ed espulsione degli immigrati irregolari»: quelli di Amazon, nello specifico, «hanno inviato una lettera a Jeff Bezos per chiedergli di smetterla di vendere le tecnologie di riconoscimento facciale alle forze dell’ordine, oppure infrastrutture online a Palantir e altre società sotto contratto con l’ICE [acronimo di Immigration and Customs Enforcement, nda]». Il boss di Amazon, poi, al pari dei suoi omologhi di Uber o Apple, «si è impegnato per combattere nei tribunali il travel ban firmato dal presidente», senza contare che gli impiegati delle aziende citate supportano da tempo temi dell’agenda progressista quali la disuguaglianza retributiva e la lotta alle discriminazione di razza, genere e orientamento sessuale.

How will Trump take Amazon move? ‘He will think Bezos made this decision to stick it to him.’Politico
Lo scorso novembre, Politico ha interpretato l’annuncio del colosso di Seattle di istituire una sede nei dintorni di Washington come un indice della volontà del fondatore di essere ancora più protagonista della scena politica ed economica americana, cercando di capire quale potrebbe essere la reazione del presidente Usa alla mossa del “rivale”. Il secondo, nuovo quartier generale in Virginia, che «porterà circa 25.000 lavoratori in una zona che Donald Trump ha soprannominato “la palude”», infatti, «rischia di alimentare il risentimento del presidente nei confronti del magnate». Bezos aveva del resto già consolidato la sua rete di contatti nella capitale, «comprando un ex museo tessile da oltre 8.000 mq e partecipando ad eventi culturali e di beneficenza»; inoltre «Amazon ha una lista crescente di priorità nel lobbying di Washington, dai droni per le consegne alla questione della privacy online, alle tasse». La decisione del Ceo di Amazon, dunque, «rafforzerà il suo status di giocatore straordinariamente potente nel D.C., una presenza ineluttabile per Trump».

Washington Post honours Marie Colvin and Jamal Khashoggi in first Super Bowl adThe Guardian
Durante la finale del Super Bowl di sei giorni fa, il Washington Post ha trasmesso uno spot della durata di 60 secondi per evidenziare i pericoli corsi dai giornalisti nel loro lavoro, affidato alla voce di Tom Hanks che ha ricordato, tra l’altro, l’omicidio dell’editorialista del quotidiano Jamal Khashoggi e della corrispondente di guerra Marie Colvin. Nonostante le critiche per il costo dell’operazione («circa 10 milioni di dollari»), l’editore e Ceo del giornale Fred Ryan aveva dichiarato come fosse «il momento giusto, nel luogo giusto, per mostrare questo importante messaggio al vasto pubblico americano e internazionale». Il filmato è stato commentato quasi ovunque in modo positivo, a cominciare da uno storico concorrente del proprietario Bezos, il boss di Apple Tim Cook, che aveva twittato «di essere orgoglioso di supportare il Washington Post e i giornalisti, ovunque a sostegno della libertà di stampa». Tra le (poche) voci critiche, quelle dei sostenitori del presidente Trump, che hanno suggerito ai giornalisti di «dedicarsi alle notizie anziché agire come organizzazioni a favore del cambiamento della sinistra».

Was tabloid exposé of Bezos affair just juicy gossip or a political hit job?The Washington Post
L’ultimo report del Washington Post, ricostruisce l'”esclusiva” del tabloid conservatore National Enquirer sulla relazione extra-coniugale di Jeff Bezos, che ha poi causato lo scandalo di cui si discute negli ultimi giorni, «un’inquietante mix di attacchi politici e teorie cospirative che coinvolgono Donald Trump, le figure principali dell’inchiesta di Robert Mueller, personaggi minori di Hollywood e lo stesso Bezos»: il capo della sicurezza del Ceo di Amazon Gavin de Becker, indagando su come siano stati diffusi i messaggi tra l’imprenditore e la giornalista televisiva Lauren Sanchez, sarebbe arrivato al fratello di lei Michael, «un agente del cinema»; data la vicinanza di quest’ultimo a collaboratori del presidente americano come Roger Stone e Carter Page (entrambi indagati nel Russiagate), de Becker ritiene che le indiscrezioni sulla coppia «fossero trapelate come parte di un attacco mirato». Sanchez respinge le accuse sostenendo che sia proprio l’esperto di sicurezza dello staff del miliardario il responsabile della fuga di notizie, «per sabotare la storia d’amore tra Bezos e la sorella». Da ultimo, viene specificato come «l’amministratore delegato della società che pubblica il National Enquirer sia molto legato a Trump, tanto da ammettere che il quotidiano aveva in passato pagato per insabbiare storie che avrebbero potuto danneggiare politicamente il presidente».

No thank you, Mr. PeckerMedium
Con un lungo post pubblicato ieri su Medium, completo della trascrizione di alcune mail tra i suoi consulenti e dirigenti della casa editrice American Media Inc. (che pubblica anche il National Enquirer), Jeff Bezos denuncia il tentativo di ricatto nei suoi confronti da parte dell’azienda guidata dall’amministratore delegato David Pecker, accusato di «usare il quotidiano e la società per fini politici»: nei documenti allegati, l’AMI specifica che «pubblicherà foto personali [quelle degli incontri tra Bezos e Lauren Sanchez, nda]se non otterrà una smentita stampa delle coperture e interessi politici dell’impresa». Secondo il patron di Amazon, i manager della AMI erano «particolarmente sensibili alle inchieste del Washington Post sull’omicidio del giornalista Jamal Khashoggi», anche perché «dopo che Trump divenne presidente, ricompensò la lealtà di Pecker con una cena alla Casa Bianca dov’era presente un ospite legato ai Reali dell’Arabia Saudita. All’epoca, Pecker si occupava di affari ed era in cerca di finanziamenti per delle acquisizioni…».

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