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A San Francisco hanno organizzato una manifestazione in difesa dei miliardari ma non si capisce se sia un’iniziativa seria o una burla L'obiettivo (pare) è proteggere i miliardari residenti in California da una proposta di patrimoniale del 5 per cento sui patrimoni dal miliardo in su.
In Portogallo il centrodestra sta chiedendo ai suoi elettori di votare per i socialisti al ballottaggio pur di non far vincere l’estrema destra Diversi esponenti del centrodestra hanno annunciato che l'8 febbraio voteranno António José Seguro, perché è l'unico modo di difendere la democrazia portoghese.
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Un programmatore ha creato un social che possono usare solo i chatbot e i chatbot lo stanno usando per lamentarsi degli esseri umani Si chiama Moltbook, somiglia molto a Reddit e anche i chatbot si comportano in modo molto simile agli utenti Reddit: si lamentano e insultano.
Il governo Usa si è dimenticato di censurare i volti e i corpi delle donne ritratte nella tranche di Epstein Files appena pubblicata Alcune di queste sarebbero addirittura minorenni: se ne sono accorti i giornalisti del New York Times, grazie a loro le foto sono state rimosse.
Nel nuovo trailer del Diavolo veste Prada 2 c’è Miranda Priestly che, come tutte le direttrici del mondo, va alla ricerca di soldi per il suo giornale Ambientato a Milano, il trailer mostra una Miranda Priestly alle prese, persino lei, con la crisi dell'editoria.
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TikTok ha chiuso l’account di Bisan Owda, una delle più note e apprezzate giornaliste palestinesi, senza una spiegazione Secondo la giornalista, 1.4 milioni di follower, vincitrice di un Emmy per i suoi reportage, la versione Usa dell'app sta censurando le voci palestinesi.

L’Isola delle Rose non fu una storia idealista

Il film di Sydney Sibilia diverte, ma non mostra le contraddizioni dell’ingegner Rosa, che avevamo incontrato alcuni anni fa.

11 Dicembre 2020

Che una straordinaria avventura anarchica e libertaria come quella dell’Isola delle Rose venga trasformata in film già di culto nell’Italia più populista degli ultimi 30 anni è una gran bella ironia. Dico straordinaria in quanto fuori dalla normalità, perché fu una storia con le sue luci e le sue ombre, controversa, come si dice solitamente, che non merita forse di essere romanticizzata come una favola. E forse una delle pecche nel resoconto di Sydney Sibilia, pecca evidentemente di impronta veltroniana, è proprio il tentativo di sorvolare sulla complessità di Giorgio Rosa, e di trasformare la sua sfacciata provocazione in un’impresa idealista.

Conobbi l’ingegner Rosa un pomeriggio del 2011, nella sua casa di Bologna, una villa a due piani nelle vie silenziose vicino ai Giardini Margherita, fuori dal centro storico. Aveva, allora, 87 anni. Ero lì per curiosità: avevo conosciuto la sua storia, e gli avevo domandato un colloquio. Lo trovai vestito in abito e cravatta, che mi aspettava a capotavola nella sala da pranzo. Era un uomo imponente. Era divertente assistere al teatro, immaginai abituale, messo in scena con la moglie Gabriella, cioè Matilda De Angelis nel film di Sibilia. Lei dirigeva la conversazione: era, come si vede nel film, decisa, brillante, sarcastica. Giorgio, invece, ancora si agitava sulla sedia a ricordare gli inizi dell’idea, rideva, arrossiva, vulcanico e poco razionale. Lei lo rimproverava: «Giorgio ci sono ospiti, mettiti un po’ a posto». Poi: «Guarda che pancia che ti è venuta».

La decisione – spietata – del governo Leone e del suo ministro dell’Interno Franco Restivo di distruggere l’esperimento di indipendenza di Rosa è mostrato, nel film, come un atto esclusivamente governativo, ma fu incalzato da interrogazioni sia missine che comuniste. Fu un processo lungo, in cui l’Italia mostrò i muscoli prima ancora con un blocco navale. Ci scherzava, Rosa, su quella sua capacità unica di aver unito democristiani e comunisti.

«L’indipendenza», raccontò, «fu una scelta completamente naturale: c’era la possibilità di poter avere il carburante senza gli oneri del governo. Puntavamo sul turismo, l’Isola doveva essere una zona franca». Quindi sì, un Peter Thiel emiliano, più libertario che anarchico, convintamente anti-tasse. Fu pure repubblichino, quando aveva 18 anni, per un brevissimo periodo. Ma è uno sforzo che in Italia si fa molto poco, quello di assaporare il gusto di una storia senza incasellare i protagonisti tra nemici oppure amici, e anche per questo, credo, la storia dell’Isola delle Rose fu dimenticata a lungo: è sempre più facile dipingere i pirati come fuorilegge romantici, piuttosto che guardarli onestamente.

L’ingegnere riassumeva il lungo strascico burocratico che portò alla distruzione dell’Isola con una frase caustica: «Me l’affondarono i preti!», suscitando i rimproveri della moglie, più diplomatica: Giorgio, non puoi dire tutto quello che ti passa per la testa. Ma è proprio questa audacia di fare tutto quello che nel corso di diversi mesi gli passò per la testa, mi sembra, che definì la straordinarietà di quell’avventura dall’inizio alla fine.

Dopo il 1969, il sogno era finito. Non volle più costruire nessuna isola, anche perché di soldi ne bruciò moltissimi («ho dovuto pagare tutto io, anche la demolizione»), ma era evidente che il cruccio non si sarebbe mai rimarginato del tutto. È questo l’ambito della storia in cui più ti senti di sederti dalla sua parte, ed è, purtroppo, anche la parte più politica che il film evita di prendere di petto. L’affondamento della piattaforma, spiegava Rosa, era in tutto e per tutto un atto di guerra offensiva, e quindi un’azione incostituzionale. «L’unica guerra vinta dall’Italia!», raccontava lui ridendo, «abbiamo fatto figure da cioccolatai in Albania, in Grecia, però con me ce l’hanno fatta».

Al termine di quel pomeriggio mi regalò un set di francobolli: mostravano la cartina dell’Italia e del Mare Adriatico, con un ingrandimento dell’Isola. A coprire l’illustrazione, la scritta: “Itala okupado”. Ci faccio sempre una bella figura, con gli ospiti a casa. Non fu però l’ultima serie prodotta. Quella la stampò dopo l’affondamento, e rinunciò all’esperanto per scrivere in latino: «Hostium rabies diruit opus non ideam», la violenza dei nemici ha distrutto l’opera, non l’idea. Quella rimase fino alla fine. Ragionò, a fine pomeriggio, in un modo sorprendentemente religioso. «C’è una domanda che mi faccio spesso: perché sono nato? E cosa lascerò dopo?». Disse, pacato: «Tra duecento anni non ci sarà più nessuna traccia di me». Voleva costruire un mausoleo, forse, e non solo una sfida allo Stato, un monumento, un’estensione della memoria. Non ha funzionato del tutto, ma nemmeno si può dire che abbia fallito.

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