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Irvine Welsh ha ancora voglia di ribellarsi

Abbiamo incontrato l'autore di Trainspotting, di passaggio a Milano per presentare una traccia degli Stereocalypse in cui ha prestato la sua voce.

22 Maggio 2024

Scegliete la vita, scegliete un lavoro, scegliete una carriera, scegliete la famiglia, scegliete un maxi televisore del cazzo… Di che libro stiamo parlando? Che domande, Trainspotting di Irvine Welsh, risponderà la maggior parte di chi ha più di trent’anni. Certo, il successo stratosferico del film omonimo ha contribuito non poco alla costruzione del mito di Welsh (e a lanciare la carriera di Ewan McGregor e Danny Boyle). Tuttavia, quando è stata l’ultima volta che un romanzo ha istituito luoghi comuni diventati patrimonio della memoria collettiva? La Luisona di Benni, i Grifondoro di Harry Potter, il commissario Montalbano… e poi? Sempre meno. Irvine Welsh ha fatto in tempo a diventare un’icona, portando i suoi scorci di tossici e disagiati fuori dalla Scozia, in giro per il mondo, e mantiene un fascino decadente anche oggi che gli anni Novanta sono finiti da un pezzo.

Venerdì scorso Irvine Welsh, che dopo aver debuttato nel 1993 con Trainspotting ha scritto un’altra decina di libri, è atterrato a Milano per una visita veloce, giusto un paio di giorni. Nessun libro in promozione, Welsh era in città per presentare un progetto musicale: ha prestato la voce al nuovo singolo degli Stereocalypse, duo veneto di musica elettronica, “How no“, pubblicato da Stolen Goods, etichetta nata dalla collaborazione fra Asian Fake e Lele Sacchi, storico agitatore delle notti milanesi. Abbiamo incontrato Irvine Welsh all’ora dell’aperitivo, in un piano interrato vicino alla Stazione Centrale. Prima ascoltiamo in anteprima la canzone (disponibile in pre-save da oggi), elettronica danzereccia anni Novanta, che a dirla tutta richiama vagamente gli Underworld. Poi arriva lui, alto e pelato, un po’ in hangover, reduce da una cerimonia funebre a Londra la sera prima. Risponde in strettissimo accento scozzese alle domande di un gruppo di giornalisti, spaparanzato su una poltrona, jeans e scarpe da ginnastica, maglietta scura e giacca gessata in tinta.

ⓢ Ma come è nata questa collaborazione?
Tutto merito di Augusto [Penna, storico promoter napoletano, ndr], che ha scritto un libro uscito durante il lockdown, io gli ho fatto l’introduzione. Quando è stato possibile sono andato a Napoli a presentare il libro, abbiamo cazzeggiato, mi ha suonato dei dischi, e ne ha messo uno degli Stereocalypse (il remix di “Smalltown Boy” dei Bronski Beat). Spaccavano. Poi Augusto mi ha chiesto di fare qualcosa con loro, e ho detto sì. Mi hanno mandato il demo di “How no”. Stavo pensando a come avrei potuto inserirmi, ero seduto al piano di sopra di un bus a due piani a Edimburgo quando sono salite due vere ragazzacce, avranno avuto diciotto o diciannove anni. Hanno iniziato a urlare e gesticolare, maleducatissime, stavano sparlando del fidanzato di una di loro. Tutti i passeggeri le hanno squadrate con disprezzo. Perfette. In pratica, queste ragazze hanno scritto il testo della traccia per me, recitando tutta una scenetta, con parti di finto accento americano mischiato a quello di Edimburgo. Avrei dovuto registrarle, ho anche provato a farlo, ma alla fine ho cantato al posto loro.

ⓢ Viviamo in tempi dove le controculture, tipo il punk rock e gli hooligan, movimenti che conosci bene e che hai descritto nei tuoi libri, sono addomesticate e sempre più inserite nel mainstream, trasformate in mode innocue o stili di abbigliamento. Pensi che la club culture sia una delle pochissime controculture che ancora riesce a offrire modelli alternativi?
Bè, penso che con tutti questi mezzi di comunicazione digitali disponibili sempre e dappertutto la cultura di strada si stia disperdendo. Tuttavia ci sono anche lati positivi, vedo segnali di ripresa. Non so se conoscete i Kneecap, questo trio di West Belfast che rappa in gaelico. Sono fortissimi, hanno una vera attitudine punk. Anche se non capisci quello che cantano, riescono a trasmetterti un messaggio. Ho un amico che è andato a vederli l’anno scorso a San Francisco, non ha capito una parola ma gli sono piaciuti un sacco. È un progetto emerso da una comunità molto isolata, particolare, come può essere West Belfast, e che si è diffuso in tutto il mondo. Alle persone non basta più quello che viene fuori da internet, soprattutto quando si intuisce che l’obiettivo è solo guadagnare soldi. Prevedo un ritorno della ricerca di autenticità. Penso che nei prossimi anni torneremo a affollare i piccoli show locali. Mi auguro che useremo internet come uno strumento strategico, piuttosto che come uno schermo dove osservare passivamente la vita. C’è un grande malinteso nel nostro modo di interagire con internet: le persone la vedono come un’entità che ci chiede di intervenire, come se dovessimo fare qualcosa per essa. Oggi è più uno stress, piuttosto che uno strumento per collaborare. In realtà è vero l’esatto contrario.

ⓢ È molto difficile nel panorama contemporaneo che movimenti locali tipo il grunge di Seattle, i tuoi racconti di Edimburgo, la techno di Detroit, fenomeni che sono arrivati in testa alle classifiche di Paesi lontani, abbiano un’influenza decennale, come capitava ai trend negli anni Novanta.
Perché una volta c’era il tempo di crescere. Prendi per esempio il punk rock, si è evoluto in diverse ondate, partendo dai tre accordi dei Sex Pistols e dalla mentalità anarchica, ha avuto anni per cambiare, diversificarsi, aggiungere nuovi strumenti e linguaggi, tipo l’arrivo dei Clash, e entrare nel sentimento collettivo. Oggi tutto è anestetizzato, commerciale. Ci vuole un’onda molto più lunga perché l’underground emerga e abbia un’influenza nei decenni successivi. Ormai tutti i prodotti culturali vengono completamente assorbiti dall’industria dell’intrattenimento, e dopo pochi mesi sono già dimenticati.

ⓢ Tempi duri per i Kneecap.
Tra l’altro ho parlato con Rich Peppiatt, il regista che ha girato il film sui Kneecap, un biopic romanzato dove recita anche Michael Fassbender, presentato al Sundance lo scorso gennaio. Questi ragazzi non avevano mai recitato prima, eppure hanno spaccato. È un film da vedere, ha un’energia incredibile. Queste cose mi gasano, perché dimostrano come le persone abbiano ancora voglia di fregarsene delle convenzioni. C’è questo libro di cui si parla adesso nel Regno Unito, Caledonian Road di Andrew O’Hagan, sta vendendo bene, è in classifica da qualche settimana. Ormai le case editrici ti suggeriscono di scrivere libri brevi e piccoli, perché la soglia d’attenzione si è sputtanata. Invece il mio amico O’Hagan ha scritto questo mattone di 600 pagine, e ne parlano tutti. Non lo leggerò mai, è troppo lungo per me, ma è la prova di come sia ancora possibile prendersi dei rischi e vincere. Il problema è che i grandi produttori sono molto conservatori, non gli interessa nulla tranne il ritorno economico.

ⓢ Come si fa a ribellarsi, ormai il futuro è già qui, non si può arrestare il progresso.
Dipende. Qualche tempo fa volevo scrivere un testo sulle truffe alle assicurazioni, e ho scritto “truffe alle assicurazioni” su Google. Sono uscite centinaia di pagine che volevano vendermi polizze assicurative. Mi sono messo a spulciare i siti uno a uno, e ho perso un sacco di tempo. È stato molto più facile andare in biblioteca in Scozia e a Londra. Ho compilato una richiesta, l’ho data al bibliotecario e in pochi minuti ho avuto accesso a migliaia di pagine sull’argomento che cercavo, con informazioni precisissime. E mi sono anche divertito a leggerle. Non è detto che tutto debba essere online.

ⓢ Sì, ma come mantenere alta la soglia d’attenzione di un pubblico abituato a distrarsi dopo quindici secondi?
Le cose devono ancora essere create, le persone devono ascoltare la musica, leggere libri, vedere film, andare a teatro, guardare la tv. A volte penso, se non io chi? Qualcuno deve pur farlo. Che poi tu riesca a ottenere il livello di successo che vorresti, o che pensi di meritare, quello è tutto un altro discorso. Ma intanto fai quello che vuoi, fai quello che ti piace. È questo il privilegio principale.

E Irvine Welsh, che va per i settanta (o forse li ha già compiuti? Secondo forze di polizia scozzesi, che molti anni fa l’hanno arrestato per ubriachezza molesta, avrebbe qualche anno in più di quelli dichiarati ufficialmente) continua a fare quello che gli pare. Poche ore dopo questa conversazione abbiamo ascoltato il suo dj set al Tempio del Futuro Perduto, una discoteca di Milano. Forse non era del tutto a suo agio con i giradischi, qualche canzone non è entrata a tempo, ma chi se ne importa: in pista c’erano parecchi trentenni contentissimi di vedere dal vivo in consolle una delle icone della loro adolescenza, sopravvissuta all’usura degli anni e al passaggio delle mode, ancora lì a tenere alta la bandiera.

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