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Come “intersezionale” è diventata la parola del momento

L’ultima volta che l’abbiamo sentita è stata durante i recenti Oscar, quando Ashley Judd, affiancata da Salma Hayek e Annabella Sciorra, ha espresso il desiderio di «rafforzare le possibilità illimitate di uguaglianza, diversità, inclusione e intersezionalità» nel tentativo di sostenere il movimento contro l’oppressione delle minoranze a Hollywood. Ma la parola “intersezionale” ha una storia recente e un significato che sembra essersi modificato nel corso degli anni. The Cut fa risalire l’inizio di questo telefono senza fili al 1989, quando la parola nella sua accezione moderna comparve negli studi di Kimberlé Crenshaw, l’attivista fondatrice dell’African American Policy Forum presso la Columbia University. Qui “intersezionalità” è sinonimo della compresenza identitaria provata dalle donne di colore, che si trovano ad affrontare insieme situazioni di sessismo e razzismo, come se si trovassero inermi nel mezzo di un incrocio (“intersection”, in inglese).

Ma la fama della parola si è protratta oltre il caso specifico, diffondendosi nei discorsi di teorie queer, argomentazioni femministe, studi di genere e di razza. È una parola estremamente utile, che riesce a riassumere una condizione di oppressione minoritaria i cui molteplici responsabili attaccano da ogni direzione. La parola è stata usata correttamente nella stampa che ha parlato della Women’s March di Washington dell’anno scorso, ma la sua accezione è diversa nella definizione del Washington Post nel 2014, che la amplia a «descrizione di come l’identità sia condizionata da gusti diversi, impulsi, desideri e paure». Nel 2015 Rich Lowry su Politico canalizza la parola nell’«appartenenza a gruppi storicamente oppressi», mentre viene usata da Vogue per descrivere le molteplici suggestioni artistiche di Telfar Clemens: può la creatività essere intersezionale? Anche se le più frequenti ricerche Google riguardano la sua definizione, la parola è ormai mainstream nella stampa che parla di diversità.

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