E se tutta questa corsa alla costruzione dei data center si spiegasse con la cara, vecchia speculazione edilizia?
Chi li considera semplici capannoni. Chi li vede come mostri ecologici. Nel mezzo, chi li vede come l'ennesima occasione di far soldi. Tanti e in fretta.
Questo pezzo è tratto dal nuovo numero di Rivista Studio, AIpocalypse Now. Potete comprarne una copia qui, sul nostro store online.
Due anni fa, durante una afosa serata estiva, mi trovavo a New York in un bellissimo terrazzo di Tribeca. Il mio sguardo, intontito dai grattacieli circostanti si è ad un tratto posato su di una strana torre alta, di mattoni. Completamente priva di finestre. Era il 33 Thomas Street, un cieco grattacielo brutalista alto 170 metri, che si innalza come un corpo estraneo nel cuore di Manhattan. Costruito negli anni Settanta per ospitare le infrastrutture telefoniche di AT&T, fu progettato per resistere persino a un attacco nucleare e funzionare autonomamente per due settimane. Oggi, accoglie data center ad alta sicurezza, ma il suo contenuto rimane in gran parte segreto.
Mi sembrava sorprendente che in piena città potesse esserci un edificio come quello. E mentre la mia mente si concentrava su come fosse progettato al suo interno, mi sono ricordata di quando avevo visitato l’Internet Archive di San Francisco, grazie ad un amico che ci lavorava. Una chiesa sconsacrata trasformata da Brewster Kahle, il suo fondatore, in una gigantesca biblioteca digitale – senza scopo di lucro – che conserva la memoria del web. Fino a quel momento non avevo mai visto un «contenitore di Internet». Di quella visita ricordo bene le stanze gelide dei server: macchine nere e rumorose, che contengono cavi e sono punteggiate da lucine quadrate intermittenti; due tecnici intenti a fare flessioni al fresco; le statue dei dipendenti in miniatura disposte tutte in tondo nell’aula centrale della ex chiesa. E poi una lunghissima scritta su carta: il numero 50 seguito da quindici zeri e, in fondo, le parole Bytes Archived.
Per capire che cosa sia Internet bisogna partire dalla sua unità più piccola. Otto bit formano un byte, sufficiente più o meno a rappresentare una lettera. Moltiplicati milioni di volte diventano documenti, fotografie, musica, film. Ogni contenuto ha un peso e deve essere custodito da qualche parte. I dati attraversano cavi e oceani per alimentare banche, università, ospedali e, sempre più, l’intelligenza artificiale. Migliaia di server riuniti in un edificio formano un data center: il corpo fisico di Internet. Quel corpo, oggi, sta diventando progressivamente sempre più imponente e invasivo.
Nel mondo oggi sono censiti 12.259 data center, distribuiti in 179 Paesi, a mapparli datacentermap.com: 4767 sono distribuiti negli Stati Uniti mentre 3500 sono distribuiti in Europa. Solo in Italia sono invece circa 250 gli impianti censiti, quasi 190 risultano operativi, una ventina in costruzione e più di 30 ancora “previsti”. Sono proprio questi ultimi a dichiarare potenze molto superiori alla media attuale: dai 50 MW IT ai 120-140 MW per singolo impianto, fino ai 240 MW di un campus composto da cinque moduli. È la Lombardia, soprattutto intorno a Milano, il cuore digitale d’Italia con 54 strutture. Il settore globale ha fatturato 325,9 miliardi di dollari nel 2023 ma potrebbe raggiungere quasi 440 miliardi nel 2028.
Nella velocità di questa espansione la questione è diventata politica. I data center crescono, spesso, più rapidamente della capacità delle istituzioni di comprenderne e governarne gli effetti. Mentre entrano in gioco interessi economici enormi e una competizione sempre più serrata tra territori. Iconica la foto del sindaco di Magenta (piccolo comune Lombardo), mentre regge, insieme alla sua giunta, un enorme assegno da 13 milioni ricevuti per un nuovo data center. A osteggiare questa proliferazione è un movimento internazionale. A mapparlo il Data Center Watch: nel primo trimestre del 2026 si è «registrata la più grande quantità di progetti di data center bloccati o rinviati mai rilevata, con almeno 75 progetti, per un valore di circa 130 miliardi di dollari, ostacolati dall’opposizione pubblica». In tre mesi gli attivisti, soprattutto negli Stati Uniti, hanno bloccato la costruzione di un numero di data center pari a quelli costruiti in tutto il 2025. Contestano lo sviluppo dell’AI, puntano a influenzare governi e istituzioni attraverso lobbying, ricerca e campagne mediatiche. Altri fanno protesta dal basso e attivismo.
Lamentano la sottrazione di terreni agricoli e aree verdi per la costruzione dei server, la grande richiesta di energia elettrica e di acqua per raffreddare i circuiti. Il rischio di inquinamento locale, attraverso le emissioni dei generatori di emergenza a gasolio e l’innalzamento delle temperature locali. Le contestazioni, avvengono anche contro le decisioni calate dall’alto senza un reale confronto con i residenti. Altro elemento chiave messo in discussione è la potenza energetica, misurata in megawatt (MW). La capacità installata cresce rapidamente, spinta dai colossi dell’hyperscale, ovvero operatori globali del cloud, capaci di concentrare e moltiplicare su scala enorme capacità di calcolo, dati e consumi energetici, e dall’espansione dei provider di colocation, il servizio IT che consente a un’azienda di noleggiare uno spazio fisico, ovvero operatori che affittano spazi attrezzati e servizi all’interno dei propri data center.
Per gli speculatori, una nuova tavola imbandita alla cena di gala. Tra Lombardia, Lazio e Piemonte, nei primi otto mesi dell’anno, le richieste di allacciamento a Terna – il principale operatore indipendente di reti per la trasmissione dell’energia elettrica in Europa – sono aumentate del 48 per cento, raggiungendo 95 gigawatt. Non tutti i progetti verranno realizzati, ma la pressione sui territori è evidente. Il fulcro è la corona metropolitana di Milano. Dopo essere stata investita dai capitali internazionali, aver aumentato il valore dei suoli ed espulso parte dei suoi abitanti, Milano sembra ora proiettare la stessa trasformazione verso l’esterno. I data center cercano spazio nei Comuni della cintura, tra aree dismesse, terreni meno costosi e amministrazioni attratte da oneri e compensazioni. Cambia la geografia, non il rischio: che il privato trasformi ancora una volta il territorio prima che si sia deciso collettivamente come, per chi e a quali condizioni.
Intorno a Milano
«Il Comune di Pregnana non ha scelto i data center, sono i data center che hanno scelto il Comune di Pregnana. La scelta non è nostra: possiamo opporci oppure provare a governarla. E noi, per indole, cerchiamo di governare i fenomeni che non possono, e forse non avrebbe neppure senso, fermare». Lo ripete Angelo Bosani, sindaco di un Comune di cinque chilometri quadrati e 7.000 anime, raccontando il percorso che porterà sul suo territorio addirittura tre data center. Perché mentre un pezzo del suo partito, quello Democratico, fa battaglia contro l’invasione, lui e altri amministratori parlano di queste grandi infrastrutture come di un’opportunità.
Pregnana non è nuova alla grande industria. Lì si sono insediate Eni, Fiat, Citroën e soprattutto Olivetti, con il suo centro di ricerca elettronica. Nei primi anni Sessanta Le Corbusier elaborò per l’area il progetto mai realizzato di una usine verte: una fabbrica immersa nel verde, nel solco della cultura di Adriano Olivetti. Oggi l’ex Olivetti è uno dei tre luoghi interessati; gli altri sono gli stabilimenti ex Citroën ed ex Iveco, dismessi da circa cinque anni. Il confronto con i proponenti di cui solo uno è noto, è iniziato due anni e mezzo fa: il primo piano attuativo è stato approvato, il secondo è in approvazione, quello ex Olivetti è più indietro. I data center potrebbero entrare in funzione tra il 2030 e il 2032.
Il sindaco non considera la questione ambientale un motivo per mettere in discussione i progetti, ma un insieme di problemi tecnici da governare. Racconta di avere studiato, partecipato a tavoli con il Politecnico e affidato ad AMAT la consulenza del Comune nella valutazione ambientale. «Alla fine», sintetizza, «un data center è semplicemente un capannone con dentro dei server». Per il sindaco il vantaggio è che i progetti interessano aree industriali dismesse. I data center pagheranno gli stessi oneri previsti per qualsiasi altra attività produttiva. La differenza, è che oggi difficilmente una fabbrica metalmeccanica sceglierebbe di insediarsi alle porte di Milano. Le alternative arrivate negli anni scorsi riguardavano soprattutto la logistica, con edifici meno voluminosi e quindi minori entrate per il Comune. Hanno così scelto di ottenere il massimo beneficio per la comunità, accompagnando la trasformazione con il maggiore controllo possibile.
Bosani ritiene gli impatti ambientali più facilmente controllabili di quelli di un’industria chimica o di un polo logistico, con il suo carico di traffico ed emissioni. Le aree ex Citroën ed ex Iveco poi, verranno riutilizzate senza ulteriore consumo di suolo. Si chiamano aree brownfield, ovvero terreni già urbanizzati e utilizzati in passato da attività industriali o produttive, oggi dismessi o sottoutilizzati che possano essere bonificati dal privato e riutilizzati. Oltre agli oneri di urbanizzazione, i proponenti verseranno circa 2,5 milioni di euro per compensazioni ambientali, che Pregnana utilizzerà insieme agli altri Comuni del Parco dell’Olona per acquisire aree verdi, realizzare interventi di forestazione urbana e costruire piste ciclabili.
Più articolata, è la trasformazione dell’ex Olivetti: 190 mila m2, dei quali il PGT prevedeva già la cessione al Comune del 50 %: quasi 100 mila m2 destinati in gran parte a verde pubblico e attrezzato. La vicinanza al passante ha portato la Città metropolitana a classificare l’area come LUM, Luogo urbano per la mobilità. Qui l’amministrazione vorrebbe realizzare uno studentato, un Senior Living e un impianto sportivo. I tre data center potrebbero generare tra i 200 e i 300 posti di lavoro diretti, oltre all’indotto. Il suo sogno? «Vorrei che si ripetesse, almeno in parte, ciò che accadde negli anni Sessanta e Settanta con l’arrivo dell’Olivetti».
I confinanti
Non tutti i confinanti condividono però il suo ottimismo. Una posizione decisamente più critica emerge dalle osservazioni formulate dal Comune di Vanzago sul piano attuativo dell’area ex Gefco, raccolte nel documento allegato alla deliberazione di Giunta del 10 giugno 2026.
Centoventinove pagine per chiedere a Pregnana di interrompere l’approvazione del piano attuativo dell’area e riaprire l’istruttoria: il progetto presenta criticità urbanistiche e procedurali. Viene dichiarato conforme al PGT pur ricorrendo a una deroga per raggiungere i 26 metri di altezza rischiando di essere approvato prima della Valutazione di impatto ambientale nazionale, quando alcuni elementi essenziali potrebbero ancora cambiare. Tra questi la potenza. Il piano è stato valutato sulla base di 150 MW, ma il documento riferisce che il futuro operatore intende portarla fino a 257. Cambierebbero così il sistema di raffreddamento, il calore disperso, il rumore, il consumo d’acqua e probabilmente anche il numero dei generatori diesel di emergenza, oggi indicati in cinquanta. A questo si aggiunge l’assenza, secondo Vanzago, di sufficienti garanzie da parte della società proponente e di una valutazione complessiva dei diversi impianti necessari: il documento ne censisce quattro.
Il cuore della critica è che un data center non possa essere valutato soltanto come un capannone costruito sopra un’area dismessa. Bisogna considerarne gli effetti sul paesaggio, sul corridoio ecologico regionale, sull’Oasi WWF, sul clima, sull’acqua e sulla qualità dell’aria, ma anche le infrastrutture esterne necessarie ad alimentarlo. I cavidotti ad alta tensione attraverserebbero infatti Vanzago e aree protette per raggiungere la futura sottostazione “Poglianasca“, prevista da Terna a Nerviano, nel Parco del Roccolo.
Speculazione e permessi
Leggendo il documento, poi, si evincono due principali questioni più generali: la prima relativa agli incrementi dei valori delle aree e alle dinamiche attraverso cui queste si sviluppano e la seconda relativa alla facilità attraverso la quale si può fare richiesta a Terna “il più grande operatore indipendente di reti per la trasmissione di energia elettrica in Europa” di iniziare processi così complessi.
A emergere è il rapporto tra potenza elettrica e redditività nel caso dell’area ex Bull. Nei data center, infatti, gli spazi vengono affittati agli utilizzatori non soltanto in base ai metri quadrati, ma soprattutto alla potenza elettrica messa a loro disposizione, con contratti di lunga durata calcolati in kilowatt al mese. Più energia può ricevere l’impianto, maggiore è la quantità di server e di capacità di calcolo che può ospitare e, dunque, più elevati possono essere i ricavi. Secondo un’inchiesta di Altreconomia, nel luglio del 2024 l’area ex Bull, circa 200 mila m2, è stata acquistata all’asta da Grifone SPV per 40 milioni di euro, il doppio della base di partenza fissata a 20 milioni. Il prospetto finanziario di SWI indica una superficie lorda ancora maggiore, pari a circa 220 mila m2 per realizzare il “Pregnana Innovation Campus“.
Grifone SPV è una società veicolo italiana costituita per questa operazione, con un capitale sociale di 10 mila euro. Il suo azionista unico, secondo la ricostruzione del Comune di Vanzago, è AiOnX, società lussemburghese che gestisce per il gruppo SWI gli investimenti nelle infrastrutture destinate all’intelligenza artificiale che nell’ottobre del 2024 ha completato l’acquisizione indiretta del campus attraverso la sottoscrizione di titoli finanziari emessi da Grifone SPV, per un valore massimo previsto di 80 milioni di euro; al 30 giugno 2025 ne risultavano sottoscritti 47,8 milioni. Il dato più significativo si trova nel prospetto pubblicato da SWI Capital Holding nel febbraio 2026, in occasione della quotazione alla Borsa di Amsterdam. Alla fine del 2024 il progetto disponeva di 90 megawatt e aveva un valore stimato di 107 milioni di euro. Nei primi sei mesi del 2025 il gruppo ha ottenuto altri 60 MW, raggiungendo una capacità complessiva di 150. Terna aveva rilasciato la soluzione tecnica di connessione, successivamente accettata dalla società.
Quella maggiore disponibilità di energia ha fatto salire il fair value del campus da 107 a 125 milioni di euro: 18 milioni in più, pari a un aumento di quasi il 17 per cento in sei mesi. Non si tratta del prezzo ricavato da una vendita, ma di una valutazione contabile dell’immobile. Una porzione della capacità della rete elettrica concessa a un progetto privato si traduce in un aumento del suo valore finanziario. Il terreno acquistato per 40 milioni, meno di un anno dopo il progetto su quell’area valeva 125 milioni. Non tutto questo incremento può essere ricondotto alla sola energia, ma almeno 18 milioni sono direttamente legati, secondo i documenti della società, alla maggiore potenza ottenuta.
A spiegare come è facile iniziare la procedura per costruire un Data center è proprio Terna attraverso la sua nota per le audizioni del 9 marzo dedicate alla prima legge Regionale in materia, entrata in vigore il 20 giugno 2026 in Lombardia. «Terna ha l’obbligo di connettere alla Rete di Trasmissione Nazionale tutti i soggetti che ne fanno richiesta. Per gli impianti con una potenza pari o superiore a 10 MW deve elaborare entro novanta giorni una soluzione tecnica di connessione, secondo le condizioni stabilite dal proprio Codice di rete». Questo non significa che l’energia venga immediatamente garantita o erogata. Il proponente deve accettare la soluzione, ottenere le autorizzazioni, sostenere i costi previsti e infine stipulare il contratto. Le opere necessarie interne funzionali al data center, rimangono a carico del richiedente, e quelle appartenenti alla rete nazionale – come l’ampliamento o la costruzione di stazioni elettriche – sono progettate e gestite da Terna.
È così che una richiesta privata può produrre nuove infrastrutture ed effetti territoriali molto lontani dal lotto su cui sorgerà l’impianto. Un soggetto che voglia realizzare un data center con potenza in prelievo non inferiore a 10 MW deve anzitutto richiedere una soluzione di connessione in alta tensione al gestore della RTN. Le principali fasi del processo sono: la richiesta di connessione da parte del proponente, l’elaborazione della soluzione di connessione a cura di Terna, la progettazione e l’iter autorizzativo per opere di utenza e per opere di rete, la definizione della soluzione di dettaglio e la stipula del contratto di connessione. Costo dell’operazione per il proponente, circa 2000 euro. A quel punto, si può procedere con la proposta di acquisto dell’area, spesso vincolata all’effettivo ottenimento dei titoli necessari.
Lo schema
Uno degli schemi più comuni coinvolge almeno tre soggetti. Il primo è una società immobiliare privata, che acquista il terreno, avvia le autorizzazioni e ottiene la soluzione di connessione alla rete, per poi rivendere il progetto. Subentra quindi il developer, che costruisce il data center ma non necessariamente lo utilizza. Gli spazi e la potenza vengono infine affittati a uno o più tenant, cioè gli utilizzatori finali: Amazon, Microsoft o Meta, operatori cloud e imprese AI.
Per il Comune è lo schema più problematico, perché tratta inizialmente con un immobiliarista che poi esce dall’operazione, mentre chi costruirà, gestirà e utilizzerà davvero l’impianto può comparire soltanto in un secondo momento e non è dato conoscerlo e quindi anche istruirlo. L’altro schema, invece, è quello che offre maggiore continuità industriale: è lo stesso operatore di data center a individuare l’area e a guidare l’intera operazione. Per acquistare il terreno e avviare autorizzazioni e progettazione costituisce una Special Purpose Vehicle, cioè una società creata per quell’investimento e spesso dotata di un capitale sociale molto ridotto. L’azienda che sta dietro al progetto è quindi conosciuta, ma la SPV serve anche a separare rischi e responsabilità da quelli della società madre. Per il Comune la tutela dipende allora dalle garanzie ottenute: fideiussioni solide, obblighi sottoscritti anche dalla capogruppo e limiti alla possibilità di vendere o trasferire successivamente il progetto.
Ad entrare nei dettagli è Enrico Duranti: attivista, cittadino di Lacchiarella, un passato nella lotta “No Triv”, geometra di formazione, manutentore di Atm, ora guida la battaglia del Comitato Ciarlasco per la tutela del Territorio, movimento contro i Data Center. Da come mi parla capisco che quello che guida non è tipicamente un movimento ideologico. Raccoglie attorno a sé tantissime competenze scientifiche: ricercatori, medici, avvocati, professori. All’origine il progetto di un unico maxi-campus promosso da Apto Italia e composto da cinque data center autonomi. Il complesso dovrebbe sorgere su un’area di 228 mila metri quadrati, con un investimento annunciato di circa 3 miliardi di euro, diventando uno dei maggiori poli italiani dedicati al cloud e all’intelligenza artificiale.
Nel gennaio 2026 Regione Lombardia ha espresso un parere favorevole sulla compatibilità ambientale, mentre la Valutazione di impatto ambientale nazionale risulta ancora all’esame della commissione tecnica del Ministero dell’Ambiente. Intanto la protesta si è allargata: nel luglio 2026 cittadini e comitati hanno manifestato contro il progetto e contro la trasformazione complessiva del territorio. A preoccupare, infatti, non è soltanto il campus, ma l’intero sistema necessario ad alimentarlo: la nuova stazione elettrica Terna Lacchiarella Ovest, gli elettrodotti e gli altri grandi data center progettati tra Zibido San Giacomo e Badile.
Duranti, che dopo una intervista a Presa diretta ha iniziato ad esser contattato da altre realtà in altri comuni, si studia meticolosamente autorizzazioni, valutazioni ambientali e richieste di connessione. Secondo lui, questa espansione non risponde soltanto alle esigenze della pubblica amministrazione o dei servizi digitali italiani, ma soprattutto alla crescita dell’AI e alla posizione di Milano lungo le grandi dorsali internazionali della fibra. «Il problema è che Comuni e Ministeri continuano a valutare gli impianti uno alla volta, mentre andrebbero considerati gli effetti cumulativi».
La sua e quella dei movimenti in generale, non è una posizione di rifiuto assoluto. Chiedono un piano pubblico nazionale che stabilisca quanti data center siano davvero necessari, per quali funzioni, con quale potenza e in quali territori. Inoltre, mi dice, «Per costruire tutti questi data center bisogna ammodernare la rete dell’alta tensione. Nel Piano di sviluppo 2026-2031 Terna prevede venticinque nuove stazioni elettriche attorno a Milano per rendere la rete adatta ad alimentarli. Parliamo di impianti enormi: la stazione di Trezzano occuperebbe 60 mila metri quadrati, in pieno Parco Agricolo Sud. E trattandosi di opere considerate urgenti e strategiche, non serve neppure una variante urbanistica: si passa direttamente alla fase degli espropri».
Chi regola?
La legge regionale lombarda sta provando a costruire una disciplina specifica per i data center, utilizzando la potenza elettrica richiesta come misura della loro rilevanza territoriale. La legge indica come prioritarie le aree industriali dismesse, contaminate, degradate o sottoutilizzate, anche per ridurre la necessità di nuove infrastrutture di connessione. Non vieta però di costruire su terreni agricoli: in questo caso il contributo di costruzione viene aumentato del 100 per cento, fino al 200 per cento se l’intervento ricade all’interno di parchi o aree di particolare rilevanza naturale. Il consumo di suolo non viene escluso, ma reso più oneroso.
Vengono indicati come obiettivi l’impiego di energia da fonti a impatto carbonico neutrale, il recupero del calore prodotto dai server per il teleriscaldamento o per utenze pubbliche e collettive e l’adozione di sistemi di raffreddamento che non utilizzino acqua potabile o destinata all’agricoltura. Molti criteri e parametri tecnici devono però essere ancora definiti attraverso successive deliberazioni di Giunta. La legge istituisce poi uno Sportello regionale per coordinare i procedimenti di competenza della Regione e una Cabina di regia permanente, incaricata di mappare gli impianti e valutarne gli effetti cumulativi su rete elettrica, acqua, suolo, rumore e isole di calore. Le nuove procedure non incidono sugli iter già in corso: diventeranno applicabili alle domande presentate dopo la pubblicazione delle linee operative regionali.
Alberta Samuele è la sindaca di Borgarello, un comune a vocazione rurale di circa 2700 abitanti, posto tre chilometri a nord di Pavia. Eletta nel 2023 con la lista civica Progetto Civico, ha lavorato come ricercatrice del CNR in campo biomedico. Nel gennaio 2026 Borgarello è stato coinvolto, in quanto confinante, nella conferenza dei servizi per il data center proposto nel vicino territorio di Certosa di Pavia. Il progetto interessa complessivamente circa 130 mila m2 di suolo oggi libero e prevede tre edifici alti fino a 15 m, una potenza termica di poco inferiore ai 50 MW e una sottostazione elettrica. Il complesso sarebbe collocato a soli 150 metri dalle abitazioni di Borgarello, vicino a una casa di riposo, al Naviglio Pavese e alla ciclovia VENTO. L’intervento non è ancora autorizzato: è in corso la procedura urbanistica e ambientale. L’amministrazione ha organizzato un’assemblea pubblica e riunito cittadini, tecnici, fisici, urbanisti e giuristi per elaborare osservazioni sugli impatti ambientali, sanitari ed energetici. Un lavoro confluito anche nel confronto sui provvedimenti attuativi della legge regionale. «Avevamo soltanto tre giorni per inviare le osservazioni alla Regione. Borgarello si è fatto capofila e, mettendo insieme competenze diverse, abbiamo scritto settanta pagine. Quando la Giunta ha approvato le linee di indirizzo, abbiamo visto che una parte importante del nostro lavoro era stata recepita».
Uno dei temi contestati alla legge Regionale, però, lo evidenzia bene Duranti «La legge dice di privilegiare le aree industriali dismesse. Se però si costruisce su un terreno agricolo, gli oneri aumentano del 100 %; nelle aree protette del 200 %. Ma per una società che investe 3 miliardi il calcolo è semplice: su un’area dismessa deve sostenere i costi e i tempi della bonifica; su un terreno vergine, invece, può pagare 60 milioni di oneri anziché 30 ed evitare entrambi. Con investimenti di queste dimensioni, dov’è la convenienza a recuperare davvero le aree industriali dismesse?».
Simone Negri, consigliere regionale del PD, aggiunge: «I piani di infrastrutturazione elettrica previsti da Terna dicono chiaramente che la normativa regionale non è in grado di regolare l’insediamento dei data center che, anche a seguito delle dichiarazioni di strategicità di alcuni progetti da parte del governo, è un fenomeno sempre più caotico. Sarebbe opportuno prevedere un fattore di pressione digitale in grado di fermare i progetti più grandi nelle zone a più elevata concentrazione e con maggiori criticità di infrastrutturazione elettrica. Bisogna correre ai ripari ora, prima che sia troppo tardi». A livello nazionale invece il decreto Bollette, riunisce due obiettivi: ridurre il costo dell’energia per famiglie e imprese e, nello stesso tempo, accelerare l’integrazione dei data center nel sistema elettrico, anche attraverso un procedimento unico che comprende le opere di connessione alla rete.
Resta però sullo sfondo una questione politica essenziale: chi sosterrà i costi energetici e infrastrutturali di questa crescita? Nei contratti di colocation l’energia consumata viene fatturata al cliente che utilizza i server rendendo chi costruisce o gestisce l’edificio relativamente protetto dalle oscillazioni del prezzo. Questo non significa che siano i cittadini a pagare direttamente la corrente consumata da Amazon. Una domanda elettrica enorme e concentrata nello stesso territorio può infatti rendere necessari nuovi elettrodotti, cabine e stazioni ad alta tensione, oltre a esercitare una pressione sui prezzi dell’energia. Non esiste un automatismo per cui l’arrivo di un data center faccia “salire alle stelle” la bolletta lombarda ma, se alla crescita dei consumi non corrispondono nuova produzione e capacità di rete, l’equilibrio della zona può diventare più costoso e riflettersi sul prezzo nazionale. Una parte delle opere di connessione è a carico del richiedente, ma gli investimenti più generali sulla rete entrano nel sistema regolato e vengono recuperati anche attraverso le tariffe pagate dagli utenti. Nel Nord-Ovest milanese Terna ha già avviato interventi per quasi 80 milioni di euro dichiaratamente necessari ad alimentare nuovi data center. Il punto, dunque, non è sostenere che i grandi operatori non paghino la propria bolletta: la pagano. Ma pagare l’elettricità consumata non equivale necessariamente a coprire tutti i costi che quella nuova domanda impone alla rete, al mercato e al territorio.
Restano allora le domande. Quali strumenti ha un singolo Comune quando gli immobiliaristi acquistano le aree e ottengono da Terna la soluzione di connessione, facendo crescere il valore del progetto prima ancora che sia noto quale colosso globale utilizzerà il data center? E come si impedisce che la costruzione di un’infrastruttura digitale diventi soprattutto un’operazione speculativa? Con le casse vuote, gli oneri diventano risorse decisive, mentre PGT impreparati vengono sottoposti a pressioni e forzature e i comitati, da soli, cercano di colmare un vuoto di conoscenza pubblica.
Ma la questione supera i confini comunali e nazionali: l’Europa rivendica una propria sovranità tecnologica e digitale, mentre infrastrutture, capacità di calcolo e servizi cloud restano in gran parte nelle mani dei colossi americani. Quale sovranità è possibile se le decisioni vengono prese altrove e ai territori restano il consumo di suolo, l’energia da garantire e gli impatti da governare? Serve una legge nazionale, dentro una vera strategia europea: altrimenti l’interesse pubblico continuerà a essere negoziato, un Comune alla volta, nani al cospetto di giganti.