Là dove c’erano i cinefili oggi ci sono gli IMAXxer

Un formato nato per l'intrattenimento di massa è diventato l'ossessione di tutti coloro che si definiscono "veri" appassionati di cinema. C'entrano Nolan e Odissea, ma anche e soprattutto il modo in cui sta cambiando il nostro rapporto con i film e con la sala.

28 Luglio 2026

C’era una volta il classico cinefilo. Lo si riconosceva facilmente: basco nero, sciarpa in qualsiasi stagione, occhiali spessi, una venerazione mistica per Stanley Kubrick, una leggera diffidenza verso i kolossal e una naturale propensione a frequentare in solitudine piccoli monosala di periferia, dove la pellicola rovinata faceva parte dell’esperienza.

Oggi quel personaggio è in gran parte svanito, sostituito da una nuova specie protetta: il cinefilo 2.0. Sfoggia una borsa di tela, scrive recensioni ironiche su Letterboxd, ha una vasta collezione di Blu-ray della Criterion Collection, sfoggia il merchandising esclusivo della A24 ed è un sacerdote del culto di Christopher Nolan. Per avvistarlo non lo si deve cercare nelle sale d’essai che proiettano film iraniani in bianco e nero sottotitolati in lingue varie ed eventuali, no. Frequenta altri posti: lo si può trovare in coda, di solito in… un multisala?! Sì, con in mano i biglietti acquistati un anno in anticipo, davanti al tempio della tecnologia dell’intrattenimento più esclusivo: la sala IMAX. Ma ecco che, inevitabilmente, più domande assalgono la mente dei comuni mortali che, entrando nella sala a fianco, si imbattono in questa nuova specie cinefila: cosa vanno a vedere in IMAX? perché IMAX? ma soprattutto, cos’è o chi è IMAX?

IMAX è il marchio dell’omonima azienda canadese che detiene i diritti di un insieme di tecnologie innovative: macchine da presa ad alta risoluzione, proiettori e cinema con schermi molto grandi, che solitamente hanno un rapporto d’aspetto di 1,90:1 o di 1,43:1. È anche un formato di pellicola, tradizionalmente da 70mm, con quindici perforazioni per fotogramma e un’altissima definizione dell’immagine (a livello teorico ha una risoluzione tra il 10K e il 16K), che permette allo spettatore di sedersi molto più vicino allo schermo rispetto alla sala tradizionale. Dà una sensazione di immersione totale, su cui il marketing dell’azienda ha sempre fatto leva e alla quale contribuiscono le poltrone disposte a gradinata e un sistema audio avvolgente. La particolarità dell’IMAX sta nel fatto che la pellicola scorre orizzontalmente nel proiettore, a differenza delle altre che solitamente scorrono verticalmente. Le macchine da presa IMAX sono molto costose, e possono filmare fino a circa tre minuti alla volta. Un minuto di girato può costare 2.000 $. Sono pesanti, rumorose, e per questo rendono difficile la registrazione dei dialoghi.

La storia dell’azienda IMAX affonda le radici nell’Expo di Montreal del 1967 (aprile-ottobre 1967), che è stata una vetrina per la sperimentazione cinematografica e i progetti multischermo. In quell’occasione, il National Film Board of Canada, ovvero un’azienda pubblica canadese che produce e distribuisce film, ha realizzato un progetto estremamente ambizioso: il padiglione Labyrinth, ideato dai produttori e registi Roman Kroitor, Hugh O’Connor e Colin Low, e inaugurato nell’aprile del 1967. Per la terza sala del padiglione, i tre hanno messo a punto una soluzione visiva inedita, precorritrice dell’IMAX: un cortometraggio sperimentale, In the Labyrinth (1967), formato da cinque film (diversi) in pellicola 35mm proiettati simultaneamente su cinque grandi schermi disposti a forma di croce. Il padiglione ha riscosso un successo incredibile, attirando più di un milione di visitatori.

Alla stessa Expo, il regista Graeme Ferguson ha presentato Polar Life (1967), realizzato in collaborazione con Robert Kerr: un documentario proiettato su una configurazione panoramica di undici schermi. L’unione di queste esperienze ha dato vita a un’intuizione: Kroitor, Ferguson e Kerr si sono convinti che un unico proiettore da usare su uno schermo di grandi dimensioni sarebbe stato migliore e meno macchinoso di una soluzione basata su più schermi affiancati. Con questa idea, nel settembre 1967, i tre hanno fondato la società Multiscreen Corporation, più tardi rinominata IMAX Corporation. E come si può intuire, il nome inventato è una parola macedonia che nasce dall’inversione di “maximum image”, ovvero “immagine massima”.

Nel 1968 hanno coinvolto l’ingegnere William Shaw per lo sviluppo delle macchine da presa con pellicola 70mm e di una nuova tecnologia di proiezione. Il sistema ha poi esordito pubblicamente all’Expo di Osaka del 1970 con il cortometraggio sperimentale Tiger Child (1970), diretto da Don Brittain, il primo film prodotto dalla nuova società. L’anno seguente è stata inaugurata la prima sala IMAX permanente a Toronto, in un parco di divertimento. Per circa due decenni, però, IMAX è rimasta un fenomeno di nicchia rispetto al cinema tradizionale. Le sale sorgevano soprattutto in musei, centri scientifici e fiere: contesti istituzionalizzati in cui era spesso la tecnologia stessa, più dei contenuti, a costituire l’attrazione principale. In questa fase iniziale, infatti, il documentario si è affermato come genere d’elezione: un noto esempio è The Dream is Alive (1985), girato a bordo dello Space Shuttle Columbia e diretto dallo stesso Ferguson. «Tutti continuavano a dirci che nessuno sarebbe rimasto seduto per 90 minuti a guardare un film in IMAX», ha raccontato Ferguson. Si sbagliavano. L’uscita di IMAX dalla nicchia museale è avvenuta lungo due percorsi distinti, che nel tempo hanno finito per intrecciarsi.

Il primo è stato la diversificazione dei contenuti: negli anni Novanta l’azienda ha iniziato a sperimentare con generi diversi dal documentario scientifico e naturalistico, a partire da film-concerto come Rolling Stones Live at the Max (1991). Nel 1997 IMAX è entrata nel panorama dell’intrattenimento mainstream: ha vinto il Premio Oscar al merito tecnico-scientifico, che ha riconosciuto l’eccellenza del suo sistema di ripresa e proiezione. Nel 1999 c’è stato Fantasia 2000 (1999) della Disney, primo lungometraggio d’animazione realizzato e distribuito esclusivamente in formato IMAX, seguito nel 2003 dal primo live-action pensato per l’IMAX, Young Black Stallion.

Il secondo percorso è stato l’innovazione tecnologica applicata alla distribuzione. Nel 2002 è stata introdotta la tecnologia proprietaria DMR (Digital Media Remastering), capace di convertire in formato IMAX film girati in modo convenzionale su pellicola da 35mm. Nello stesso anno, Apollo 13 (1995) di Ron Howard è stato il primo film sottoposto al processo, aprendo la strada a una pratica che sarebbe diventata la norma per le grandi produzioni hollywoodiane, da franchise come Harry Potter (a partire dal 2004, con il terzo film) fino a Il Signore degli Anelli (nel 2021). Anni dopo, Christopher Nolan ha sperimentato una formula ibrida con Il cavaliere oscuro (2008), girando direttamente in IMAX 65mm sei sequenze. Per semplificare spesso si parla solo di 70mm, ma è un’imprecisione: il film originale è in pellicola 65mm, che viene poi stampata per la proiezione su pellicola 70mm: la differenza dei 5 mm serve per stampare i codici utili per identificare i fotogrammi. Le sequenze IMAX de Il cavaliere oscuro duravano un totale di 28 minuti e sono state integrate nel resto del film convertito con DMR, utilizzando per la prima volta un modello che avrebbe influenzato molte produzioni successive e che ha portato grande popolarità al formato. Da allora, Nolan è il più convinto sostenitore dell’IMAX.

Queste due traiettorie dell’IMAX, diversificazione dei contenuti e innovazione tecnologica, hanno convissuto con un terzo elemento decisivo: gli accordi di lungo periodo siglati con major come Dreamworks e Disney, che hanno consolidato un rapporto sempre più stabile tra IMAX e l’industria hollywoodiana. Il momento generalmente considerato di massima consacrazione per il grande pubblico coincide con il 2009, anno di Avatar di James Cameron, progetto a cui la stessa IMAX riconosce un ruolo determinante nel suo successo a Hollywood.

A partire dal 2008, IMAX ha esteso il suo mercato anche ai cinema tradizionali lanciando la tecnologia digital IMAX, una soluzione più economica che sfrutta una coppia di proiettori 2K abbinata a schermi in formato 1,90:1, rendendo così accessibile e conveniente l’adeguamento dei multisala esistenti e favorendo una rapida espansione del marchio. Tuttavia, questa svolta verso il digitale ha imposto un compromesso significativo sul piano della qualità: i proiettori 2K hanno una risoluzione di gran lunga inferiore rispetto a quella teorica ottenuta con i proiettori IMAX tradizionali, e questo ha spinto molti gestori ad adottare schermi più ridotti. Proprio per la discrepanza tra la resa visiva effettiva e la promozione pubblicitaria che continuava implicitamente ad associare le nuove sale ai leggendari impianti originali, gli appassionati hanno presto coniato il nome dispregiativo “LieMAX” per identificare queste sale più piccole. E ci sono pure diversi siti e una mappa dove i più esperti possono controllare in che tipo di cinema IMAX stanno andando a vedere un film. L’azienda si era guardata bene dal rendere chiaro che le due esperienze sono diverse, anche se la situazione è migliorata dal 2015, con l’introduzione della nuova tecnologia IMAX with Laser, con due proiettori laser 4k. Ma la questione è ancora dibattuta tra i topi di sala IMAX.

IMAX assegna due tipi di etichette ai film: “filmato per IMAX” e “girato con macchine da presa IMAX”. Le due diciture indicano due percorsi produttivi molto diversi tra loro. La prima nasce da un programma lanciato dall’azienda nel 2020, pensato per certificare l’uso di alcune (pochissime) macchine da presa digitali professionali di fascia alta e con sensori grandi nella realizzazione di film destinati alle sale IMAX. Le produzioni che partecipano a questo programma certificato possono contare sul supporto tecnico di IMAX, che si accerta che le riprese rispettino uno dei due rapporti d’aspetto compatibili con gli schermi del circuito (1,90:1 o 1,43:1). È proprio grazie a questa iniziativa che negli ultimi anni il numero di produzioni con il marchio IMAX è cresciuto sensibilmente. Ne sono un esempio Top Gun: Maverick (2022) di Joseph Kosinski e Dune – Parte due (2024) di Denis Villeneuve.

Diverso è il discorso per la seconda etichetta, riservata ai film realizzati con le macchine da presa con pellicola IMAX in formato 65mm, e che quindi hanno una qualità dell’immagine superiore, specialmente quando il risultato viene proiettato con tecnologia analogica anziché digitale. È il caso del recente Sinners (2025) di Ryan Coogler, girato in parte con macchine da presa IMAX, e ancora di più dell’Odissea (2026) di Nolan, il primo film interamente girato in IMAX. Entrambi sono stati girati su pellicole Kodak 65mm. IMAX è diventato molto popolare nelle produzioni hollywoodiane proprio grazie agli stessi Coogler e Nolan, ma anche per merito di Cameron, Villeneuve, J. J. Abrams e Jordan Peele. Tutti i registi che scelgono IMAX di solito sottolineano che il formato non è solo un’esperienza visiva ottimale, ma il modo in cui i loro film sono stati intesi per essere visti. E la cosa è molto positiva per l’azienda, che così ha grande pubblicità, ma lo è forse ancora di più per gli stessi registi, che secondo Todd Phillips, il regista di Joker (2019), «dovrebbero sapere che IMAX è uno dei migliori partner che si possano avere. Se dimostri loro un po’ di affetto adottando il formato, te ne restituiscono dieci volte tanto». Oggi, quando i registi realizzano delle inquadrature pensate per il formato IMAX, spesso centrano il soggetto o l’azione in scena: lo fanno perché sanno che l’immagine verrà tagliata (nella parte superiore e inferiore) nei cinema che non sono in grado di proiettare questo formato, e per evitare che il pubblico delle sale IMAX debba guardare vicino alle estremità dello schermo, cosa che potrebbe addirittura causare un certo disagio fisico.

Per l’Odissea, IMAX ha realizzato in collaborazione con lo stesso Nolan e con il direttore della fotografia Hoyte van Hoytema una nuova macchina da presa, la Keighley, e ha creato una custodia dove inserirla, così da ridurne significativamente il rumore. «I miei ricordi del cinema da bambino sono legati a uno schermo davvero gigantesco, e da adulto cerco di ritrovare quell’esperienza», ha raccontato Nolan. «Cerco di trasportare il pubblico sul ponte della nave insieme a Ulisse o di farlo entrare nella caverna con il Ciclope. L’IMAX offre questa tela grandiosa. Adoro il formato proprio per questo». E l’idea di girare un film in IMAX lo accompagna da quando era ragazzino: «È qualcosa che ho sempre desiderato fare fin da quando avevo 16 anni e ho visto per la prima volta un film IMAX al Museo della scienza e dell’industria di Chicago. Ho pensato: “Perché non si può realizzare un lungometraggio drammatico, un film d’azione, un film d’avventura in questo modo, visto che il formato è davvero incredibile?”». Anche Villeneuve condivide lo stesso entusiasmo per il formato: per lui le macchine da presa IMAX sono “epiche” e “le migliori […] al mondo. Quando vedi il risultato sullo schermo, è davvero impareggiabile. È stata un’esperienza unica per me [girare in IMAX la maggior parte di Dune – Parte tre] e spero di avere la possibilità di ripeterla».

Ma c’è un altro motivo, oltre a quello tecnico e qualitativo, per cui tutti sono così interessati a questo formato: quello economico. Gli studi cinematografici insistono molto sull’IMAX perché è “cool”, per sottolineare la distanza dall’esperienza cinematografica domestica, ma soprattutto perché i biglietti hanno prezzi più alti di quelli tradizionali e contribuiscono quindi a una porzione significativa degli incassi totali dei film al botteghino. Così il brand viene pubblicizzato in modo quasi aggressivo: nei poster ufficiali IMAX dei film il logo dell’azienda è spesso più grande del titolo dello stesso film, e “IMAX” viene ripetuto molte volte dai registi e dagli attori durante le interviste dei tour promozionali per i loro film IMAX, anche per via degli accordi stretti dalle produzioni con la stessa azienda. Un esempio di questa dinamica riguarda Tom Cruise e l’ultimo capitolo della saga di Mission: Impossible. L’attore aveva chiesto che il film venisse proiettato in esclusiva sugli schermi IMAX per ben tre settimane, un privilegio riservato a pochissimi film. Per ottenerlo, Cruise si è rivolto direttamente all’amministratore delegato di IMAX, Rich Gelfond, che però ha posto a sua volta delle condizioni: ha chiesto che tutte le anteprime del film, comprese le proiezioni riservate alla stampa e agli influencer, fossero esclusivamente in sale IMAX. E non solo: voleva che l’attore citasse il marchio durante il tour promozionale mondiale del film. Lo stesso Gelfond ha raccontato: «Per scherzo gli ho detto: “Tom, qualunque domanda ti facciano i giornalisti, devi rispondere IMAX”. “Qual è la tua scena preferita?” “IMAX”. Ha accettato».

Con il tempo, la passione del pubblico per il marchio IMAX è diventata un po’ un sintomo per identificare i cinefili raffinati, che qualcuno definisce snob, autoproclamatisi veri difensori della settima arte nella sua forma più antica e più pura, in pellicola. Disposti a tutto pur di vedere il film sullo schermo più grande possibile, in IMAX 70mm: c’è chi ha rimandato la gravidanza per evitare che il parto fosse troppo a ridosso dell’Odissea, chi ha viaggiato in altri Stati, chi è andato alle proiezioni alle due di notte pur di trovare un posto libero, chi ha acquistato i biglietti dai bagarini a prezzi esorbitanti.

Se un tempo il vero cinefilo si riconosceva dal disprezzo per i blockbuster e dall’amore per la sala di periferia deserta, oggi il suo erede ha spostato l’oggetto della propria distinzione: non più l’oscurità di un film, ma l’esclusività, il lusso e l’elitarismo del formato. Dire “l’ho visto in IMAX”, magari specificando che se si trattava di una sala “vera” (o magari no, molti cinefili impostori non sanno neanche la differenza) è diventata una parola d’ordine, un modo per marcare il confine tra i veri appassionati di cinema e i semplici spettatori, un’implicita gerarchia tra chi guarda un film e chi lo vive. Il biglietto del cinema con scritto “IMAX” è diventato un segno di riconoscimento reciproco tra membri di una società segreta, il corrispettivo cinefilo della spilla di Atena nell’Odissea di Nolan, che però non serve a riconoscere il proprio marito Ulisse, ma un vero sacerdote del cinema. Non conta più solamente cosa si guarda, ma come e dove si guarda.

C’è una certa ironia nel fatto che un formato nato per l’intrattenimento di massa nei musei e nei parchi divertimento sia diventato oggi terreno di rivendicazione identitaria per una nicchia che si considera più sofisticata della media. Il cinefilo IMAX non disdegna il blockbuster, anzi: lo eleva a esperienza quasi liturgica, purché fruito nelle condizioni giuste, volute dal regista. Lo snobismo, insomma, non è scomparso: ha semplicemente cambiato oggetto, spostandosi dal contenuto al contenitore, dalla pellicola d’essai al rapporto d’aspetto 1,43:1. E gli stessi registi promotori del formato non rischiano forse di rendere l’esperienza cinematografica più elitaria, privando gran parte del pubblico di una porzione del proprio film, che verrà inevitabilmente tagliato in alto e in basso nelle sale tradizionali? Sì, e probabilmente in parte rischiano con una certa consapevolezza, sfruttando l’ormai dilagante FOMO e la tendenza a massimizzare qualsiasi aspetto del reale. Sarà il caso di parlare di IMAXxing?

Le sale IMAX nel mondo sono pochissime: 1.876, circa l’1% del totale. Ancora meno sono quelle con la pellicola 70mm su cui è possibile vedere, per esempio, l’Odissea, concentrate nelle grandi città: 41 nel mondo, di cui 7 in Europa e 25 negli Stati Uniti, e costruirne di nuove non è facile. In Italia ci sono solamente 7 cinema IMAX, ma nessuno per pellicole 70mm. Il rischio è che questa combinazione di scarsità delle sale e prezzo elevato dei biglietti finisca per trasformare ancora di più il cinema da abitudine settimanale a evento speciale, qualcosa da programmare con settimane di anticipo. Farà bene al botteghino, certo, forse un po’ meno ai film. È un cambiamento che, se portato all’eccesso, potrebbe finire per allontanare ulteriormente il pubblico dalle sale invece di riportarcelo, proprio mentre l’industria cerca disperatamente di invertire il calo di affluenza degli ultimi anni.

Il cinefilo IMAX, con la sua ricerca quasi ossessiva della sala “giusta”, finisce per essere insieme sintomo e causa di una tendenza più ampia, quella di un cinema che, per sopravvivere, sembra puntare sempre di più sull’esclusività dell’esperienza, e sempre meno sull’accessibilità che ne aveva fatto, per un secolo e soprattutto alle origini, l’intrattenimento popolare per definizione.