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21:58 martedì 14 aprile 2026
Il fotografo che ha fatto la copertina dell’Espresso sugli abusi dei coloni israeliani in Palestina è stato costretto a pubblicare un video della scena per dimostrare che la foto non è fatta con l’AI Pietro Masturzo si è dovuto difendere dalle accuse di aver pubblicato una foto falsa. Non è bastato a convincere gli accusatori.
C’è un book club in cui si pagano 1500 euro per leggere in silenzio assieme a degli sconosciuti a cui non bisogna rivolgere la parola Si chiama Rest + Read, si tiene in Galles e si pagano 1.250 sterline (1.495 euro) per quattro giorni di lettura e silenzio.
Una delle nuove differenze tra ricchi e poveri è il green divide, cioè la possibilità e facilità di accedere a zone verdi Lo ha dimostrato una ricerca pubblicata su Nature Communications: meno del 15 per cento dei cittadini europei ha un accesso adeguato al verde. Nella situazione peggiore, ovviamente, ci sono i cittadini più poveri.
Al caso della “famiglia nel bosco” adesso si è aggiunto anche un film prima svelato e poi smentito nel giro di 24 ore I giornali hanno riportato di un accordo quasi fatto con Netflix. Accordo che è stato poi smentito dall'avvocata della famiglia e dalla stessa Netflix.
Un tizio ha registrato più di 10mila concerti di band leggendarie quando ancora non erano famose e ora sta mettendo tutta la sua collezione su Internet, disponibile gratuitamente per tutti Lui si chiama Aadam Jacobs, ha collezionato migliaia di bootleg di (tra gli altri) Nirvana, R.E.M., The Cure, Depeche Mode, Sonic Youth e Björk. E adesso li metterà tutti online.
In realtà, quella tra Usa e Vaticano è una crisi diplomatica che prosegue da settimane e che va molto oltre gli insulti di Trump al Papa L'ultimo, delirante attacco di Trump a Papa Leone XIV è solo il capitolo finale di una crisi che va avanti da tempo, tra minacce velate e inviti ignorati.
La foto di Silvia Salis che gongola per il successo del dj set di Charlotte de Witte a Genova è diventata il meme del momento Il sorrisetto soddisfatto della sindaca di Genova a molti ha ricordato un meme famosissimo: quello della Disaster Girl, di cui Salis è involontariamente diventata la versione "adulta".
Su internet c’è una teoria secondo la quale Orbán ha perso le elezioni perché poco prima aveva incontrato JD Vance e JD Vance porta sfortuna È stato l'ultimo a incontrare Papa Francesco prima che morisse. Era lì mentre naufragava la trattativa tra Usa e Iran. Ed era stato anche in Ungheria a fare un comizio per Orbán. Sono tre indizi, cioè una prova.

Tangram secondo Clemens Behr

L'artista tedesco in mostra da ROJO artspace: se un gioco diventa una panic room

23 Marzo 2012

Non è un caso che mentre Clemens Behr mi sta raccontando come crea un’opera, alle sue spalle si manifestino messaggi contrastanti: una pioggia improvvisa che dura una manciata di minuti e un grosso tubo giallo che disegna un labirinto su un muro grigio.  Incontriamo l’artista tedesco, ventisette anni di cui molti vissuti a Berlino,  pochi giorni prima dell’inaugurazione della sua personale italiana, Special Purpos Solution presso la ROJO artspace di Milano (dal 22 marzo fino al 30 aprile), e il fatto che sia ancora in piena installazione della mostra lo si nota dalle macchie di vernice che hanno colpito la sua t-shirt con scritta Old Stuff, New Shit «questa? l’ha fatta un mio amico…»ammette sorridendo.

Messaggi contrastanti dicevamo perché nelle sculture di Clemens convivono fortissimi contrapposizioni, disturbi voluti ma inaspettati che colpiscono lo spettatore molti minuti dopo che si sta osservando un suo lavoro. Quando gli faccio notare l’enorme tubo giallo che gli incornicia le spalle lui si gira stropicciandosi il berretto di lana e ride «è bellissimo…no?». Ride ma mantiene sempre un monotono che stride con l’energia delle sue creazioni.  Ma, altro controsenso di Behr , quelle sculture massicce, boccioniane nel midollo, sono realizzate con materiali instabili:  in galleria mi farà annusare un cartone ancora vergine (cioè non smembrato e dipinto da lui)  svelando l’arcano: «sa ancora delle candele che c’erano dentro…quelle un po’ cheap che vendono al supermercato, lo senti?». La spontaneità e i materiali cheap, di scarto, trovati per strada, sono il punto di partenza per i macro collage di Behr: enormi strutture che s’impongono al centro di spazi pubblici come di salotti privati. «Utilizzo questi materiali di scarto per una questione di budget, ma anche perché ci inciampo mentre cammino e subito penso a come possano funzionare. Il prossimo traguardo sarà imparare a lavorare il legno, è difficilissimo, sto seguendo un laboratorio apposito in accademia (di Berlino ndr)… mi piace moltissimo…certo è molto più ingombrante da trasportare rispetto alla carta che uso ora».

A guardarlo Clemens Behr ha tutte le caratteristiche per invecchiare da buon falegname: cresciuto nella bucolica Koblenz, un villaggio-affresco fuori Colonia con tanto di fiume, affluenti e colline, non stupisce che abbia trovato in Barcellona (dove è iniziata la collaborazione con RoJO) il primo passo per la sua carriera «camminavi per le ramblas e ti sentivi meglio, a Koblenz è bello tornarci ma non viverci, è uno spaccato di natura pura, ma tutti i miei amici sono andati via». Agli amici Behr fa spesso rifermento “proteggendoli”anche dai luoghi comuni che li riguardano: «a Berlino c’è una full di giovani artisti? Sì, è vero, ma  c’è ancora un anonimato che ci permette di vivere ognuno nella sua realtà, c’è posto per tutti perché non ci si conosce, il clima di relax che si vive a Berlino lo si avverte anche nel movimento artistico, non c’è lo stress di una Londra o Parigi. Tra quelli a qui guardo ci sono soprattutto nomi storici però, come Matta-Clark Gordon».

Clemens è un ex skeater  ripulito («mi piace, è semplice libertà, sali e vai dove vuoi. Non ne sono più ossessionato ma di base sì, continuo a farlo,  mi fa stare bene. È un bel modo per muoversi») anche se la sua attuale  e apparente tranquillità viene meno nei suoi lavori. Perché quella che sta prendendo forma alla RoJO artspace è una panic room, dove sculture come enormi tangram riempiono lo stanza di prospettive diverse, in un gioco (ossessivo) di dimensioni, specchi e false prospettive. Un pop-up the mind? «Sì, delle volte è davvero difficile fermarsi, potrebbe essere una struttura infinita- e si gira a guardare ancora il tubo giallo mentre sorseggia il caffè-  anche se lo spazio è un limite. Spesso assemblo tutto nello spazio in cui mi trovo, così come il colore che utilizzo nasce da un equilibrio, per esempio se domina già il bianco in galleria, virerò per toni forti». Il colore più forte al momento è la carta stampa legno che giace in rotoli sul pavimento insieme a barattoli di vernice marrone. È finita la stagione dei No-Title? «Forse sì, io di base non dò un vero titolo -e si guarda spaesato- spesso le associo al luogo in cui sono (come Mexico ndr) oppure le “chiamo” con nomi di persone che mi hanno gravitato intorno mentre le costruivo». Inutile chiedergli se è ossessionato (segretamente) da vedere a che punto è nell’enciclopedica classifica di Art Facts «non ne ho la più pallida idea, cos’è?». Ingombrante nelle performance, ostinatamente understatement nelle azioni.

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