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Sull’isola di Epstein c’era un Pokestop di Pokemon Go ma non si sa chi è stato a metterlo lì E probabilmente non lo sapremo mai, visto che lo sviluppatore del gioco Niantic nel frattempo lo ha rimosso.
Alla Berlinale, il Presidente della giuria Wim Wenders è stato criticatissimo per aver detto che «il cinema deve stare lontano dalla politica» Lo ha detto durante la conferenza stampa di presentazione del festival, rispondendo a una domanda su Israele e Palestina.
È scoppiato un grosso scandalo attorno al più famoso e lussuoso ristorante del mondo, il Noma di Copenaghen Un ex dipendente sta raccogliendo e pubblicando decine di accuse nei confronti dello chef René Redzepi: si va dagli abusi psicologici alla violenza fisica.
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Gisele Pelicot ha scritto un memoir in cui racconta tutto quello che ha passato dal giorno in cui ha scoperto le violenze del suo ex marito Il libro uscirà in contemporanea in 22 Paesi il 19 febbraio. In Italia sarà edito da Rizzoli e tradotto da Bérénice Capatti.
Le cure per il cancro sono costate così tanto che la famiglia di James Van Der Beek è rimasta senza risparmi ed è stata costretta a lanciare una raccolta fondi In nemmeno due giorni, 42 mila persone hanno fatto una donazione e sono stati raccolti più di 2 milioni di dollari.
Anna Wintour e Chloe Malle hanno fatto la loro prima intervista insieme ed è talmente strana che non si capisce se fossero serie o scherzassero L'ha pubblicata il New York Times, per discutere del futuro di Vogue. Si è finiti a parlare di microespressioni e linguaggio del corpo.

Tangram secondo Clemens Behr

L'artista tedesco in mostra da ROJO artspace: se un gioco diventa una panic room

23 Marzo 2012

Non è un caso che mentre Clemens Behr mi sta raccontando come crea un’opera, alle sue spalle si manifestino messaggi contrastanti: una pioggia improvvisa che dura una manciata di minuti e un grosso tubo giallo che disegna un labirinto su un muro grigio.  Incontriamo l’artista tedesco, ventisette anni di cui molti vissuti a Berlino,  pochi giorni prima dell’inaugurazione della sua personale italiana, Special Purpos Solution presso la ROJO artspace di Milano (dal 22 marzo fino al 30 aprile), e il fatto che sia ancora in piena installazione della mostra lo si nota dalle macchie di vernice che hanno colpito la sua t-shirt con scritta Old Stuff, New Shit «questa? l’ha fatta un mio amico…»ammette sorridendo.

Messaggi contrastanti dicevamo perché nelle sculture di Clemens convivono fortissimi contrapposizioni, disturbi voluti ma inaspettati che colpiscono lo spettatore molti minuti dopo che si sta osservando un suo lavoro. Quando gli faccio notare l’enorme tubo giallo che gli incornicia le spalle lui si gira stropicciandosi il berretto di lana e ride «è bellissimo…no?». Ride ma mantiene sempre un monotono che stride con l’energia delle sue creazioni.  Ma, altro controsenso di Behr , quelle sculture massicce, boccioniane nel midollo, sono realizzate con materiali instabili:  in galleria mi farà annusare un cartone ancora vergine (cioè non smembrato e dipinto da lui)  svelando l’arcano: «sa ancora delle candele che c’erano dentro…quelle un po’ cheap che vendono al supermercato, lo senti?». La spontaneità e i materiali cheap, di scarto, trovati per strada, sono il punto di partenza per i macro collage di Behr: enormi strutture che s’impongono al centro di spazi pubblici come di salotti privati. «Utilizzo questi materiali di scarto per una questione di budget, ma anche perché ci inciampo mentre cammino e subito penso a come possano funzionare. Il prossimo traguardo sarà imparare a lavorare il legno, è difficilissimo, sto seguendo un laboratorio apposito in accademia (di Berlino ndr)… mi piace moltissimo…certo è molto più ingombrante da trasportare rispetto alla carta che uso ora».

A guardarlo Clemens Behr ha tutte le caratteristiche per invecchiare da buon falegname: cresciuto nella bucolica Koblenz, un villaggio-affresco fuori Colonia con tanto di fiume, affluenti e colline, non stupisce che abbia trovato in Barcellona (dove è iniziata la collaborazione con RoJO) il primo passo per la sua carriera «camminavi per le ramblas e ti sentivi meglio, a Koblenz è bello tornarci ma non viverci, è uno spaccato di natura pura, ma tutti i miei amici sono andati via». Agli amici Behr fa spesso rifermento “proteggendoli”anche dai luoghi comuni che li riguardano: «a Berlino c’è una full di giovani artisti? Sì, è vero, ma  c’è ancora un anonimato che ci permette di vivere ognuno nella sua realtà, c’è posto per tutti perché non ci si conosce, il clima di relax che si vive a Berlino lo si avverte anche nel movimento artistico, non c’è lo stress di una Londra o Parigi. Tra quelli a qui guardo ci sono soprattutto nomi storici però, come Matta-Clark Gordon».

Clemens è un ex skeater  ripulito («mi piace, è semplice libertà, sali e vai dove vuoi. Non ne sono più ossessionato ma di base sì, continuo a farlo,  mi fa stare bene. È un bel modo per muoversi») anche se la sua attuale  e apparente tranquillità viene meno nei suoi lavori. Perché quella che sta prendendo forma alla RoJO artspace è una panic room, dove sculture come enormi tangram riempiono lo stanza di prospettive diverse, in un gioco (ossessivo) di dimensioni, specchi e false prospettive. Un pop-up the mind? «Sì, delle volte è davvero difficile fermarsi, potrebbe essere una struttura infinita- e si gira a guardare ancora il tubo giallo mentre sorseggia il caffè-  anche se lo spazio è un limite. Spesso assemblo tutto nello spazio in cui mi trovo, così come il colore che utilizzo nasce da un equilibrio, per esempio se domina già il bianco in galleria, virerò per toni forti». Il colore più forte al momento è la carta stampa legno che giace in rotoli sul pavimento insieme a barattoli di vernice marrone. È finita la stagione dei No-Title? «Forse sì, io di base non dò un vero titolo -e si guarda spaesato- spesso le associo al luogo in cui sono (come Mexico ndr) oppure le “chiamo” con nomi di persone che mi hanno gravitato intorno mentre le costruivo». Inutile chiedergli se è ossessionato (segretamente) da vedere a che punto è nell’enciclopedica classifica di Art Facts «non ne ho la più pallida idea, cos’è?». Ingombrante nelle performance, ostinatamente understatement nelle azioni.

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